D’Alema-Cofferati faccia a faccia, Due strade opposte per la sinistra

25/06/2002


22 giugno 2002



D’Alema-Cofferati faccia a faccia
Due strade opposte per la sinistra


Il presidente della Quercia: non si riconosce in noi chi cerca il cambiamento Il leader sindacale: la chiave è l’identità. Amato: ritrovare capacità di egemonia

          Esce domani in edicola e nelle librerie il nuovo numero di Italianieuropei , il bimestrale diretto da Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Oltre alla tavola rotonda tra i due direttori e Sergio Cofferati, della quale anticipiamo una sintesi, la rivista pubblica ampie sezioni sull’immigrazione, sulla scuola, sulla sinistra europea e una discussione tra Timothy Garton Ash e Daniel Cohn-Bendit sul ruolo degli Usa nel mondo.


      Massimo D’Alema.
      La sensazione che si ha guardando a quanto sta accadendo in Europa, alle serie di sconfitte elettorali della sinistra, è che non si tratti solo della somma di singoli casi nazionali. Siamo davvero arrivati a quella fine del ciclo dei riformismi nazionali di matrice socialdemocratica di cui si parla da tempo. E per recuperare l’iniziativa politica è indispensabile che il socialismo europeo – autentico campo delle forze del cambiamento – esca dal recinto dell’ortodossia socialdemocratica per allargare i suoi confini ad altre culture politiche. Penso sia al rapporto tra riformismo socialista e nuovi movimenti, sia al dialogo con la cultura liberale, le forze di ispirazione cristiana e l’ambientalismo. Vale la pena ricordare che il Partito popolare europeo ha saputo rifondare se stesso nella seconda metà degli anni Novanta aprendo a forze moderate, conservatrici e persino populiste assai diverse dalla sua tradizione culturale. Si è trattato di una operazione discutibile e spregiudicata, ma che fa oggi del Ppe la maggiore forza politica europea che sembra trarre nuove opportunità dal legame con l’amministrazione conservatrice degli Usa.
      Per tornare a vincere – e per evitare un disastroso riflusso delle sinistre sconfitte verso radicalismi nazionali condannati a restare minoranza – il socialismo europeo deve allargare i propri confini culturali e politici e assumere il tema dell’unità politica dell’Europa come asse centrale di una nuova strategia riformista.

      Sergio Cofferati. La sinistra non è capace di raccogliere consensi se non introduce nelle politiche di risanamento visibili elementi di riformismo. Da Maastricht in avanti le politiche di contenimento sono state affidate alla sinistra europea, per comprensibili ragioni storiche. Ma laddove vi è una cesura tra risanamento e riformismo, sono i ceti moderati che incassano gli effetti per loro positivi del processo di aggiustamento economico ed è la destra a raccogliere i migliori risultati in termini di consenso. Perché in questo modo il processo europeo non è percepito né tantomeno condiviso nella sua interezza, ovvero come «moneta più democrazia e nuovo modello sociale», lasciando in evidenza solo l’Europa dell’euro e l’accentuazione delle ingiustizie sociali.
      È fondamentale rendere evidenti le finalità ideali delle nostre politiche. Sarebbe stato necessario farlo anche nel caso delle politiche di contenimento della spesa pubblica, che la sinistra e il sindacato hanno condotto sulla base di una comune assunzione di responsabilità di fronte all’opinione pubblica. E sono convinto che la chiave per ridare iniziativa alla sinistra in Europa sia il rinvigorimento dei nostri comuni valori e delle nostre comuni identità politiche. Non so immaginare quale sia il modello più efficace per coniugare, oggi, valori e identità. Ma resto convinto che sia necessario dare ad entrambi nuovo vigore.

      Giuliano Amato. È inevitabile che la nostra riflessione si concentri su questi due elementi, il tema delle identità culturali e quello del consenso dei ceti più disagiati. Perché da questi elementi originano domande alle quali la sinistra non ha saputo trovare risposte adeguate, facendosi trovare impreparata davanti alla forza ed anche alla durezza delle questioni non economiche e insufficiente anche su quelle economiche nel passaggio dal fordismo al post-fordismo. E la destra ha avuto buon gioco nell’improvvisare un impasto di legge e ordine, di liberismo e protezionismo, che ha saputo intercettare le varie domande a cui noi non abbiamo saputo rispondere. Guardando al futuro, sono convinto che il compito della sinistra sia quello di ritrovare quella che in termini gramsciani definirei una capacità di egemonia. Ovvero la capacità di comprendere e rappresentare una società estremamente diversificata, dove i potenziali esclusi che diffidano di noi convivono con quanti ritengono che l’economia debba essere ulteriormente liberata anche con gli strumenti di una maggiore concorrenza.
      Ciò che abbiamo fatto ha espresso la nostra ricerca di un terreno comune che, all’insegna di una modernizzazione improntata ad equità, tenesse insieme questi aggregati sociali. Ma la ricerca non è riuscita e la sinistra di governo ha perso, insieme, una parte dei suoi consensi tradizionali e una buona parte di quelli non tradizionali che si erano rivolti a lei e che poi le hanno revocato la fiducia. Ecco, la nostra ricerca di una nuova egemonia deve tendere a ricomporre quell’insieme.

      Massimo D’Alema. Sono convinto che la sinistra europea stia correndo un rischio molto grave. Essa rappresenta infatti una parte importante della società: quella parte – composta da ceti medi in particolare intellettuali e da larghe porzioni del lavoro salariato – che ha raggiunto un certo benessere e un livello mediamente elevato di cultura. Una parte che ha conquistato una buona qualità di vita, anche grazie alle battaglie sociali e civili segnate dalle iniziative della sinistra. Mi riferisco ad una componente fondamentale della società che garantisce la coesione sociale. Quelli siamo noi, quella è la nostra parte. Il problema è costituito dal fatto che questa parte della società tende a mobilitarsi solo quando vede in pericolo le conquiste materiali e valoriali che ne compongono l’identità. Quel «noi» scatta solo quando si sente minacciato. Ma in realtà esso è sottoposto ad una duplice pressione: dal basso, da parte di coloro che essendo fuori dal sistema delle garanzie vivono il lavoro in modi più incerti e precari; dall’alto, da quelle parti più affluenti della società che reclamano ancor più libertà dai vincoli e dalle garanzie.
      Il rischio che corre la sinistra è di perdere la rappresentanza di quelle componenti della società maggiormente interessate al mutamento dello stato di cose esistenti. E dunque di assestarsi su una posizione di diffidenza verso qualsiasi cambiamento. Si tratta di un paradosso storico per una sinistra che è nata rappresentando coloro che non avevano che da «perdere le proprie catene».

      Sergio Cofferati. La globalizzazione scatena sia il liberismo che il protezionismo. E se sul piano delle regole è necessario contrastare entrambi questi fenomeni, su quello delle nostre politiche dobbiamo assumere una visuale di lungo respiro. Su questi temi, in particolare, la sinistra ha mostrato di subire il fascino della novità o ha peccato di distrazione. Perché se è vero che le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi cambiano il modo di percepire il tempo e di esercitare la democrazia, occorrono politiche che siano in grado di tradurre il nuovo in maggiore libertà. E troppo spesso la sinistra ha mostrato di subire il fascino del nuovo senza distinguere tra i suoi effetti benefici o deleteri.
      Insomma, io credo che qualsiasi discussione sui modelli di welfare perda di significato senza la dovuta attenzione alla dimensione immateriale dei valori e ai modi nei quali politiche anche efficaci vengono percepite. Continuo a stupirmi, tra l’altro, del fascino che l’idea di libertà propugnata da Silvio Berlusconi ha avuto su un Paese come l’Italia. E non c’è dubbio che la sinistra non abbia altra alternativa se non quella di tornare a guardare ai suoi valori e alle sue identità di riferimento.

      Giuliano Amato. È vero anche, tuttavia, che la nostra strumentazione intellettuale è cambiata. E che questo rende ancora più difficile il compito di realizzare una nuova progettualità riformista. La prospettiva egemonica a cui mi riferivo poco fa deve tenere insieme convenienza individuale e altruismo. Mi pare evidente che questa prospettiva riesca a tenere insieme l’antico internazionalismo della sinistra con una nuova idea di libertà. Quell’idea che Amartya Sen è stato capace di declinare e che si presenta come libertà di partecipare pienamente al mondo nuovo dell’interdipendenza. Perché la chiave di volta di un programma riformista del futuro deve essere l’obiettivo di mettere tutti in condizione di poter partecipare ad un mondo nel quale nessuno è più in grado di pianificare la vita altrui, lavorando per potenziare le capacità individuali. E oggi è il sapere che ci mette in condizione di esprimere le nostre capacità e dunque di migliorare la nostra condizione.
      Su questo bisogna costruire. E bisogna farlo, in un’ottica fondata sugli stessi principi, anche all’interno dei nostri Paesi. Ma naturalmente è necessario costruire essendo consapevoli delle
      capabilities di ognuno e soprattutto avendo un relativo agnosticismo davanti alle figure sociali che in questo modo possono dispiegarsi nell’insieme della nostra società.

      Massimo D’Alema. La sinistra deve affermare con le sue parole che libertà significa realizzazione di ciascuno attraverso le chiavi del sapere e della conoscenza. E attorno ai nostri valori possiamo costruire una convergenza di consensi che vada oltre i nostri tradizionali blocchi sociali, definiti dalle politiche di welfare che abbiamo contribuito a realizzare. È questa necessità generale, comune a tante forze della sinistra europea, che deve essere tradotta anche per l’Italia in una nuova proposta di governo del Paese. Oggi il problema del riformismo italiano è di costruire un nuovo progetto di governo che abbia una più forte capacità espansiva verso il centro e verso la sinistra. L’attenzione alle alleanze, alla costruzione di un nuovo cartello di centrosinistra, è positiva ma non basta.
      Nel 2001 non abbiamo perso solo perché le alleanze non hanno funzionato, ma anche perché il centrosinistra non aveva un forte e convincente progetto di governo per l’Italia. E io credo che, guardando alle ultime elezioni amministrative, sia già evidente un positivo segno di reazione dei diversi elettorati di sinistra. Per cui è possibile che proprio in Italia, dove la sinistra è stata la prima a cadere, il ciclo conservatore possa essere interrotto prima che in altri Paesi.



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