Dal «vecchio» welfare al workfare

24/05/2002





Dal «vecchio» welfare al workfare
Non solo sussidi ma collocamento, formazione e orientamento per creare occupazione
ROMA – La svolta di Lisbona, l’obiettivo strategico di quel vertice dettano l’agenda delle riforme su lavoro e Welfare nella relazione del presidente di Confindustria, Antonio D’Amato. Quel traguardo da centrare in dieci anni, ossia aumentare il tasso di occupazione dal 60 ad almeno il 70%, ma anche la sfida di fare dell’Europa il luogo "dell’economia della conoscenza più competitiva del mondo", impongono uno sforzo di ammodernamento del sistema sociale in Italia, più che altrove. Il tasso di occupazione. «Rispetto agli altri Paesi europei, il tasso di occupazione in Italia è enormemente più basso. Se la media europea era nel ’99 del 62%, in Italia oggi siamo al 54,6%: nel Mezzogiorno siamo sotto di almeno 10 punti». Questa base di partenza impone un passo di marcia che in numeri si traduce in «circa 600mila nuovi posti di lavoro ogni anno» per centrare quel traguardo. «È questo il parametro sul quale valutare se la nostra politica economica ha successo o no». Il cammino si chiama Workfare. Il presupposto per raggiungere l’obiettivo strategico di Lisbona è un ripensamento complessivo delle politiche sociali e del lavoro. I cambiamenti che sono intervenuti nella vita economica e sociale impongono di rivisitare il modello tradizionale del nostro Welfare State. Occorre cambiare i meccanismi in funzione di un nuovo traguardo: non più e non solo mero sussidio assistenziale ma sostegno concreto alla creazione di lavoro. «In questo senso si tratta di passare dal Welfare State al Workfare State, riconoscendo che abbiamo bisogno non tanto di sussidi ma piuttosto di strumenti per consentire alle persone di trovare lavoro». Questo vuol dire sia mantenere gli ammortizzatori che hanno funzionato bene (finanziati dalle stesse imprese che pagano ben il 4,41% del monte retributivo) sia offrire ai lavoratori strumenti efficienti per trovare un nuovo lavoro come servizi di orientamento, collocamento, formazione. I «costi» della rigidità. «Sentiamo dire che la flessibilità del lavoro non c’entra con l’occupazione. È una ben strana teoria. Si può non credere a Confindustia ma non si può essere sordi ai richiami degli esperti, delle organizzazioni internazionali». Ma piuttosto, basta guardare ai costi della rigidità: la prima grande implicazione è che le «imprese per restare competitive sono costrette a fare il minor uso possibile del lavoro umano. È così che l’Italia è uno dei paesi in cui più intenso è stato il processo di sostituzione delle macchine al posto di lavoro». Il vicolo stretto dell’articolo 18. L’altra conseguenza è che la gran parte dei lavoratori sfugge a regole rigide: 14,5 milioni di italiani, cioè i due terzi degli occupati non sono coperti dall’articolo 18. Su questo punto D’Amato è chiaro: «La riforma del mercato del lavoro è una riforma ad ampio raggio ma di cui l’articolo 18 è parte rilevante. È un punto di attacco importante, un sentiero stretto ma ineludibile, per avviare il circolo virtuoso della crescita. Non è e non sarà un vicolo cieco e si dovrà accompagnare a una revisione degli ammortizzatori sociali». Intanto, però, non solo di articolo 18 ci si è occupati: il Parlamento ha già approvato parte della delega-lavoro che introduce misure di flessibilità importanti, come lo staff leasing e la liberalizzazione del collocamento. Previdenza: non ci sono scorciatoie. L’attenzione alla finanza pubblica deve e può andare di pari passo con le riforme. «Non abbiamo nascosto le nostre perplessità sulla riforma previdenziale il cui esito è perlomeno incerto. Possiamo pure augurarci che la via scelta dal Governo, basata esclusivamente su un meccanismo di incentivi produca risultati concreti» ma per Confindustria resta il fatto che l’andamento demografico e la sostenibilità della spesa previdenziale sono problemi che non consentono scorciatoie. Un lato positivo della riforma c’è: l’aver intaccato «l’insopportabile» cuneo fiscale e contributivo che grava sul costo del lavoro. «È solo per questo, solo a queste condizioni, che ci siamo dichiarati diponibili a mettere sul tavolo il Tfr maturando».

R.R.
Venerdí 24 Maggio 2002