Dal Sud al Nord, la carica dei 175mila

23/04/2003


              Mercoledí 23 Aprile 2003

              ITALIA-LAVORO
              Mobilità
              Dal Sud al Nord, la carica dei 175mila

              Mobilità – Continua a crescere l’emigrazione interna: nel 2002 i trasferimenti sono stati 165mila e quest’anno saranno 10mila in più

              SERENA UCCELLO


              MILANO – Di "emigranti", che ricordano le immagini degli anni 60, è forse improprio parlare. Ma si stima che quest’anno saranno 175mila le persone che lasceranno il Mezzogiorno per stabilirsi in una regione del Nord. Il calcolo è Italia Lavoro a farlo partendo dal censimento Istat e analizzando gli ultimi dati disponibili sulle cancellazioni anagrafiche: nel 1999 i meridionali che hanno trasferito la propria residenza nel Centro-Nord sono stati circa 137mila, con un incremento del 6% rispetto al 1998 e del 14% rispetto al 1997. Ecco allora, spiega Italia Lavoro nel primo rapporto sulla mobilità, che «se, per il periodo 1999-2003, si considera prudentemente un trend di crescita pari alla metà di quello osservato nel biennio 1997-1999 (+13% l’anno) si ottiene una stima di almeno 165mila spostamenti per il 2002 e di 175mila circa per il 2003». Ma il numero dei trasferimenti anagrafici, per quanto centrale per inquadrare la mobilità Sud Nord, dà del fenomeno un quadro comunque parziale. Perché viene valutato il flusso di uscita dal Sud ma non quello d’entrata. Dal confronto viene fuori un dato, quello del "saldo migratorio" che, pur essendo sempre negativo, è meno penalizzante. In questo caso l’analisi più aggiornata è quella riportata dal rapporto 2002 della Svimez che indica tanto per il 2000 che per il 2001 un saldo in perdita di circa 67mila unità. Quanto invece alle perdite "secche", che considerano anche le differenze tra nati e morti, dal 1997 al 2001 il Mezzogiorno ha perso quasi 117mila persone. Parallelamente il Centro Nord, soltanto grazie agli immigrati, italiani ed extracomunitari, ha visto aumentare la sua popolazione, nel 2001 rispetto al 2000, di oltre 189mila. Al di là delle cifre si delinea un duplice scenario. «Da un anno all’altro – dice Delio Miotti, ricercatore della Svimez – è solitamente difficile che vi siano spostamenti molto forti. Il fatto poi che nel 2002 la crescita del Pil sia stata dello 0,4% in linea teorica lascerebbe ipotizzare una situazione di sostanziale stabilità pure sul piano della mobilità. Può però accadere – continua Miotti – che l’aspettativa sul futuro spinga la mobilità, facendo leva sulla percezione ottimistica di una ripresa più forte in alcune aree del Paese rispetto ad altre». E così per capire quanto il fenomeno peserà sulla crescita e sullo sviluppo del Mezzogiorno bisognerà aspettare i dati definitivi del 2002 e del 2003. È l’opinione del professore Massimo Lo Cicero, docente di economia dei mercati finanziari all’Università di Tor Vergata: «Se i dati del 2002 indicheranno una ripresa della mobilità vorrà dire che c’è una tale sfiducia nei confronti nel Sud e della sua crescita che la gente è disposta ad andar via, anche in un contesto di rallentamento economico, pur di cercare altrove nuove opportunità». Meno drammatica, ma non meno problematica la concretizzazione del secondo scenario: «Una situazione di immobilità – continua Lo Cicero – renderebbe prioritaria la responsabilizzazione delle istituzioni, affinché attuino interventi per dare prospettive concrete a quanti scelgono di rimanere». Anche perché analizzando la mobilità sul piano della composizione anagrafica emerge, in modo netto, che a lasciare il Sud sono i giovani, i trentenni in particolare, mentre il flusso di ritorno è costituito soprattutto dagli over 60. Si assottiglia quindi la capacità umana, il ricambio generazionale, condizione fondamentale per attrarre investimenti e creare un circolo virtuoso di sviluppo, e al tempo stesso si aggrava l’invecchiamento dell’area, acuendo i problemi sul piano della sostenibilità del welfare state. «Che una parte della popolazione decida di muoversi – spiega Massimo Lo Cicero – è un fatto consueto e fisiologico. Se però se ne va la popolazione attiva vuol dire che la società del Mezzogiorno è una società debole e non in grado di bastare a se stessa». Proprio per invertire la parabola negli ultimi anni sono stati messi in campo diversi interventi, tutti con l’obiettivo di riportare nel Mezzogiorno competenze maturate altrove, come il programma di tirocini formativi predisposti dal progetto Sud Nord Sud. L’idea è quella di inserire i giovani del Sud in un periodo di formazione da svolgere nelle aziende del Nord, per dare loro un’opportunità di inserimento e di maturazione professionale. Complessivamente finora sono stati coinvolti circa 800 giovani, «ma il nostro non è un obiettivo quantitativo – chiarisce Natale Forlani, direttore di Italia Lavoro – quanto piuttosto strutturale: puntiamo cioè alla creazione di un sistema di assistenza permanente».