Dal Sud al Nord 40 anni dopo

01/12/2003



lunedì 1 dicembre 2003


Dal Sud al Nord 40 anni dopo
Come i padri fanno gli operai

La nuova emigrazione sceglie Bergamo, Padova, Bologna o Reggio Emilia Ma la provincia ricca non li accetta mai in pieno. Il vero problema è la casa
      Angela Cafaro è una giovane maestra lucana di 25 anni trasferitasi nel ’98 da Maratea a Modena. Dopo un anno di rodaggio ha aperto, con l’aiuto del Comune, un asilo. Ha casa in affitto e per dividere i costi abita con tre altre immigrate dal Sud che sbarcano il lunario con supplenze o incarichi a termine nella scuola. Ogni giorno fa la sua brava telefonata a casa per sentire i genitori. «Si fa fatica a conoscere un modenese, il mio gruppo è tutto di meridionali. In città un immigrato dal Sud lo riconosci subito, cammina spaesato». Non è un caso dunque che vada alla grande l’Associazione culturale calabro-modenese, un punto di riferimento per i nuovi arrivati. «La prima cosa che ci chiedono è una casa» racconta il presidente Antonino Costa. L’associazione pubblica un suo giornale e organizza incontri bilaterali tra le istituzioni di Modena e Vibo Valentia. Si comporta come fosse l’associazione d’amicizia Italia-Cuba. Vito Mastromarino è un trentenne. Vive a Montichiari in provincia da Brescia da pochi anni. «Vengo da Grumo Appula, vicino Bari. Ci siamo nati io, il calciatore Ventola e il regista Sergio Rubini». Fa l’operaio in una fabbrica di tegole per i tetti, ha sposato una ragazza del Sud. «Del lavoro non mi lamento. Quello che mi manca di più sono le serate in piazza davanti al bar, qua manca poco che la sera mettano il coprifuoco». Anche Leonardo D’Agostino è arrivato dalla Puglia nel Bresciano, a S. Gervasio. E’ una tuta blu della Chicco, costruisce altalene e scivoli per bambini ed è anche Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie) della Cisl. «Da giù arrivano come le cavallette. Uno tira l’altro, è una catena di S. Antonio». Frequenta quasi solo compaesani e napoletani. «I locali parlano in dialetto strettissimo, fai fatica a capirli. E anche se non siamo più i "terun" degli anni ’60, siamo sempre l’incudine. Tocca difendersi».

      CUTROTOWN – Una storia più singolare è quella di Reggio Emilia e dei cutresi. Sono immigrati che vengono da Cutro, un paesino vicino Crotone. I cutresi nel Reggiano sono 20 mila, hanno messo radici, hanno scalato le gerarchie sociali, hanno anche influenzato la politica designando propri rappresentanti nel partito egemone, i Ds. L’interscambio con la zona d’origine è così forte che una compagnia aerea locale, Air Emilia, ha istituito un volo per Crotone tre volte la settimana. In questi anni si è via via formata una sorta di borghesia cutrese, attiva nelle professioni e nella piccola impresa e che esercita un ruolo di calamita per nuovi flussi di migranti. Arrivano i cutresi giovani e una volta sistemati si fanno raggiungere dai loro genitori. Un commercialista calabrese che apre lo studio nel Reggiano ha la clientela già bell’e pronta. La differenza con gli indigeni la si tocca il sabato pomeriggio: la tradizionale passeggiata, in gergo la vasca, i reggiani la fanno su un lato, i nuovi arrivati sull’altro.
      Nell’anno di grazia 2003 i meridionali dunque faticano ancora ad integrarsi pienamente, ma hanno ripreso a risalire lo Stivale. Stavolta salgono non solo uomini ma anche tante donne. Le proporzioni sono quasi fifty fifty. I dati segnalano la ripresa del fenomeno a partire dal ’97 e da allora la crescita è inesorabile. Per quantificare la novità bisogna partire dai dati Istat sui cambi di residenza. L’ultimo è stupefacente: nel solo 2002 più di 1,2 milioni di italiani l’ha cambiata. Molti sono andati via dalle grandi città per abitare in campagna o nei piccoli comuni immediatamente a ridosso, altri hanno lasciato i piccoli centri per i capoluoghi di provincia, ma il fenomeno più consistente è il trasferimento dalle regioni del Mezzogiorno verso quelle del Nord e del Centro. La zona che subisce la maggiore emorragia è la Calabria, mentre l’Emilia Romagna è l’approdo più attrattivo. Infatti se l’emigrazione degli anni ’60 aveva come punto di arrivo il triangolo industriale Ge-Mi-To, oggi ci si sposta in prevalenza verso un quadrilatero formato da Bergamo, Padova, Bologna, Reggio Emilia. Quanti sono ogni anno i nuovi immigrati? I ricercatori della Svimez, depurando i dati sui cambi di residenza, sono arrivati a calcolare che nel 2000 ben 147 mila persone hanno lasciato il Mezzogiorno per il Nord. Non esistono ancora dati certi per gli anni successivi, ma alla Svimez sono convinti che il trend sia continuato e che si possano stimare in 180 mila i nuovi immigrati del 2002. Come se un’intera città tipo Reggio Calabria o Foggia si svuotasse e si trasferisse nel giro di dodici mesi. Altri ricercatori, che pure concordano sulla rilevanza del fenomeno, giudicano troppo elevati questi numeri. «Il fenomeno di per sé non è negativo – commenta l’economista Gianfranco Viesti -. Ma nel lungo periodo è evidente che il Sud si depauperi ulteriormente. Perde capitale umano che non torna».

      EMILIA LA DOLCE – Ci si sposta perché Modena, Reggio Emilia, Bologna hanno un tasso di disoccupazione vicino al 2% e anche nelle province più attrattive del Veneto al massimo arriva al 3,5%. Indici che sono tra i più bassi del pianeta. Per avere un termine di paragone giova ricordare che il tasso medio di disoccupazione nel Meridione è al 18%. Spiega Delio Miotti (Svimez): «Nel Sud sono venute meno alcune reti di protezione sociale come i fondi statali e le politiche di intervento straordinario e per di più nelle grandi città meridionali il costo della vita è salito mentre la qualità dei servizi è rimasta scadente». La motivazione economica però non spiega tutto. Almeno a giudizio di Enrico Pugliese, un economista che ha dedicato anni a studiare le valigie di cartone. «Ci si sposta anche per scoprire cose nuove, per conoscere nuove persone e fare nuove esperienze».
      L’11% dei nuovi immigrati, secondo le elaborazioni Svimez, è laureato, il 37% è diplomato mentre oltre la metà porta con sé al massimo la licenza elementare. Che lavoro vanno a svolgere? Una buona fetta specie in Emilia va a finire nel terziario e diventa infermiere, addetto alla ristorazione collettiva, impiegato nelle piccole e medie imprese, agente fieristico. A Reggio ormai i conducenti di autobus sono tutti meridionali, per lo più campani. In Veneto i meridionali una volta facevano gli insegnanti e gli impiegati dello Stato oggi forniscono quadri intermedi alle piccole e medie imprese. Ma la sorpresa è un’altra: nelle province lombarde i nuovi emigranti vanno a fare il lavoro di coloro che li avevano preceduti quarant’anni prima, vanno in fabbrica. Spiega Massimo Gipponi, direttore dell’Agenzia per il lavoro della Lombardia: «Non si trova manodopera per le lavorazioni a ciclo continuo della gomma e quindi arrivano i meridionali. Le aspettative dei locali sono più alte». A Bergamo e Brescia gli immigrati dal Sud diventati tute blu sono di più degli extracomunitarii. In molti arrivano chiamati da amici e parenti. Che li ospitano almeno nel primo periodo. Nel Nord-Est però non tutto fila liscio. Per un meridionale l’Emilia è più dolce, il Veneto è più aspro. L’esperimento dei tirocini, stage aziendali di sei mesi per giovani meridionali, fatica a decollare e gli imprenditori locali temono che i nuovi immigrati non garantiscano continuità e che magari dopo un anno riprendano la via per il Sud. «Così ci sono industriali che preferiscono assumere un extracomunitario perché è più difficile che vada via» annota Giorgio Gardonio, dirigente di Veneto Lavoro.

      UNA CASETTA IN PADANIA - Oltre alla socializzazione con gli indigeni è la casa il grande problema dell’integrazione di calabresi, campani, siciliani, pugliesi e lucani in Padania. Con meno di 700 euro al mese a Modena non si trova niente. «Se c’è un rischio di conflitto non nasce sul posto di lavoro – dice Mariangelo Bastico, assessore regionale al Lavoro – ma dalla penuria di alloggi a buon mercato». Per questo a Carpi da un mese è nata dalla collaborazione tra Comune e imprenditori locali un’Agenzia che aiuti gli immigrati a trovar casa. Intanto i proprietari di alloggi, a Reggio come nelle altre città, gongolano. Frazionando gli appartamenti e affittando posti letto massimizzano gli incassi. Anche in Lombardia il disagio abitativo è forte. Racconta D’Agostino, l’operaio della Chicco: «Per i nuovi arrivati sono dolori. Si va subito dalle agenzie che hanno in mano tutto il mercato. Poi i padroni la casa te la danno solo se sono sicuri che hai già un lavoro». Mastromarino, il compaesano del regista Rubini, la casa nel Bresciano l’ha trovata in un edificio zeppo di immigrati stranieri. «Romeni e nigeriani. A volte ci sono tensioni inevitabili. Fanno casino, l’altra notte hanno aperto tutte le cassette delle lettere e strappato le buste e poi i poliziotti vengono a cercare i clandestini in piena notte».

(ha collaborato
Emiliano Fittipaldi)
3 – continua
Le precedenti puntate sono state

pubblicate il 20 e il 24 novembre


Economia