“Dal mondo” Tokio: il Governo salva il re dei supermarket

11/04/2002





E il Governo salva il re dei supermarket
(NOSTRO SERVIZIO)

TOKIO – Adesso vive a Denenchofu, un quartiere residenziale alle porte di Tokio. Ma quella di Isao Nakauchi non è la pensione tranquilla e agiata tipica di un ex magnate. Periodicamente qualcuno chiede che gli siano sequestrati i beni che gli rimangono, perché paghi fino in fondo per il tramonto della sua creazione. È il gruppo Daiei, per anni la principale catena di supermercati del Paese, vittima della bubble economy del Giappone che fu, quello che doveva conquistare il mondo. Nakauchi, classe 1922, è un tipico esempio della generazione che ha fatto la guerra, l’ha persa e si è preso faticosamente la sua rivincita creando dal nulla un impero negli anni della ricostruzione. Nato da una famiglia povera di Kobe nel 1957 apre un negozio. Dopo quindici anni è già numero uno della distribuzione nipponica, puntando su una strategia aggressiva e sgretolando certi monopoli precostituiti, come quello dei colossi dell’elettronica, che volevano imporre i prezzi di vendita: memorabile, da questo punto di vista, la guerra condotta contro Matsushita, il gruppo di Panasonic, vinta al grido «potere al consumatore». Oggi i supermercati Daiei appaiono l’ombra di se stessi, ma a lungo sono stati all’avanguardia, fin dagli anni Sessanta, quando introdussero per primi i registratori di cassa. Nakauchi vincente, Nakauchi sulle copertine dei giornali. Il suo impero si estendeva sempre più, comprendendo hotel e perfino una squadra di baseball. La sua strategia? «Comprava terreni a prezzi molto bassi, spesso lontano dal centro delle città – ricorda Shinichi Sano, che ha scritto una biografia del fondatore di Daiei -. Poi costruiva il suo supermercato. Questo in seguito diventava un polo di attrazione: il prezzo dei terreni intorno aumentava rapidamente. E serviva come garanzia a Nakauchi per comprare nuove terre altrove e continuare con lo stesso sistema». La strategia si basava su un dato di fatto, che dopo lo scoppio della bolla, agli inizi degli anni Novanta, si è rivelato infondato: la lievitazione all’infinito dei prezzi dei terreni e degli immobili. Nakauchi, come altri della sua generazione, più attenti ai volumi che agli utili, non si è saputo fermare. Non solo: nonostante che la situazione ormai stesse gravemente degenerando dopo il 1996, è rimasto fino all’anno scorso il "padrone" e le banche, ormai troppo esposte nei suoi confronti, gli sono andate dietro concedendo nuovi crediti e nuovi crediti ancora. Alla fine dell’agosto 2001 l’indebitamento di Daiei aveva totalizzato 2.300 miliardi di yen, al cambio attuale 20 miliardi di euro. Da allora le voci del fallimento del gruppo si sono fatte sempre più insistenti. Fino a quando, nel gennaio scorso, i suoi principali istituti creditori (Ufj Holdings, Sumitomo Mitsui Banking e Fuji Bank) hanno varato un piano di salvataggio da 520 miliardi di yen. È stato il Governo di Junichiro Koizumi ad appoggiare la decisione e saranno le casse pubbliche, attraverso esenzioni fiscali e una ricapitalizzazione delle maggiori banche, se davvero si farà, a finanziare il salvataggio. «Daiei è troppo grande per fallire», ha detto il premier. La bancarotta avrebbe portato con sé troppi licenziamenti e troppi crediti ormai chiaramente inesigibili per le banche. Noriko Hama la pensa diversamente: «Secondo me era troppo grande per essere salvata», afferma l’economista del Mitsubishi Research Institute, che al pari di molti colleghi avrebbe preferito le "maniere forti", considerando il gruppo irrecuperabile. «È da allora che il riformista Koizumi ha preso una cattiva piega», aggiunge, alludendo alle pressioni che il Primo ministro avrebbe ricevuto dai soliti poteri forti per salvare non tanto Daiei ma le sue banche creditrici. Perfino Sano, biografo di Nakauchi, osserva «che sarebbe stato meglio non impedire la bancarotta: tanto quel gruppo fallirà comunque». Ma aggiunge: «Ora tutti ce l’hanno con Nakauchi. Ma perché nessuno se la prende con i banchieri che l’hanno sostenuto? Perché nessuno dei presidenti degli istituti di credito che l’ha appoggiato sino alla fine si è dimesso?».

Le.M.
Giovedí 11 Aprile 2002