“Dal mondo” Madrid, mercato e pace sociale – di Valerio Castronovo

12/04/2002





Madrid, mercato e pace sociale
di Valerio Castronovo

Al vertice di metà marzo a Barcellona José Maria Aznar ha inaugurato, all’insegna di un rilancio dei programmi di liberalizzazione dei mercati e delle iniziative di cooperazione in campo tecnologico, la sua presidenza di turno dell’Unione europea. Mercoledì scorso a Madrid il vertice Aznar-Piqué-Solana, in rappresentanza della Ue, ha cercato, nell’incontro con Annan, Powell e Ivanov, di rimettere in gioco l’Europa nella difficile partita politico-diplomatica per la soluzione del conflitto tra Israele e i Palestinesi. E ora la Spagna ospita un’importante assise dell’Ecofin. Da oggi nella riunione di Oviedo verranno esaminate alcune questioni di particolare rilievo. Si tratta di valutare l’impatto della crisi mediorientale sull’economia europea; di stabilire le misure più idonee per accrescere la trasparenza del sistema finanziario e di agevolare le aperture di credito in favore delle piccole e medie imprese; infine di procedere, seppure in via informale, alla scelta del nuovo vicepresidente della Bce, che sostituirà il francese Christian Noyer. Fin dai primi esordi risulta dunque estremamente impegnativo il mandato che Aznar è chiamato a svolgere durante il semestre di presidenza spagnola dell’Europa dei Quindici. Ma è da tempo che i riflettori sono puntati sulla Spagna, per i suoi successi economici e per il suo maggior peso politico in Europa. Ad accrescere l’attenzione degli osservatori sui propositi di Aznar è giunta negli ultimi giorni la notizia che Madrid si appresta a varare un progetto di legge che dovrebbe ridurre, a partire dal gennaio 2003, le aliquote delle imposte da sei a quattro e abbassare di alcuni punti il livello massimo e minimo della tassazione, quale primo passo per un’ulteriore diminuzione, nei prossimi anni, del carico fiscale. Tutto ciò senza derogare dai vincoli di bilancio, ha assicurato il ministro dell’Economia, Rodrigo Rato; che ha ribadito, in qualità di presidente di turno dell’Ecofin, l’intangibilità a tutti gli effetti del Patto di stabilità, contro qualsiasi tentativo più o meno esplicito di renderne l’applicazione meno rigorosa.
La formula spagnola.
In che consiste dunque la "formula spagnola", che ha permesso a un Paese considerato sino a poco più di un decennio fa ai margini dell’Europa di colmare gran parte dei suoi ritardi? La Spagna è stata ammessa nella Cee solo dal 1986, dopo un’anticamera protrattasi per dieci anni dopo la fine della dittatura franchista e soprattutto in virtù dei buoni uffici del presidente francese François Mitterrand e del premier italiano Bettino Craxi, impegnati a dare una mano al loro compagno di fede politica, il socialista Felipe Gonzalez, a capo dal 1982 del Governo di Madrid. Sulla decisione di aggregare al club di Bruxelles la Spagna, unitamente al Portogallo, influì a quel tempo la convinzione dei responsabili della politica europea di rafforzare in tal modo le ancora fragili fondamenta democratiche dei due Paesi iberici, assai più che l’interesse dei Dieci per il concreto apporto che sarebbe potuto derivare, in termini economici, dall’allargamento a sud della Comunità. L’inserimento nella Cee di un’economia prevalentemente agricola, e per giunta con vaste sacche regionali di arretratezza, come quella spagnola, suscitava, anzi, serie preoccupazioni: da un lato, per la forte concorrenzialità di alcune sue produzioni mediterranee con quelle del Mezzogiorno italiano, del Midi francese e della Grecia, dall’altro per la quota da riservare a Madrid nella ripartizione delle sovvenzioni comunitarie destinate all’assistenza e allo sviluppo. Tant’è che si fissò un adeguato periodo transitorio per venire a capo di questi e altri contenziosi.
La modernizzazione.
Ma da quando la Spagna, come si diceva allora, "ballava il fandango" (un passo avanti e due indietro), molta acqua è passata sotto i ponti. Gonzalez tenne a battesimo il processo di modernizzazione, attraverso il potenziamento delle infrastrutture, alcune ristrutturazioni nel settore industriale e la formazione di nuove élites dirigenti. Il leader del Centro-destra, José Aznar, giunto al potere nel 1996, è riuscito nell’impresa, che sulle prime sembrava impossibile, di portare la Spagna nell’euro e di affrontare il nodo, altrettanto cruciale, delle riforme economiche. I risultati da lui raggiunti sono valsi a riconfermarlo, con le elezioni dell’anno scorso, alla guida del Paese e a farne una figura di primo piano in Europa. Il credito e l’autorevolezza di Aznar si devono al modo risoluto e pragmatico con cui ha perseguito un indirizzo volto a imprimere maggior dinamismo al sistema economico e assicurare, nel medesimo tempo, un costante incremento dei posti di lavoro. Due sono statle leve di cui il premier spagnolo si è avvalso per rialzare i tassi di sviluppo della produzione industriale e del reddito nazionale e per aumentare l’occupazione complessiva. Da un lato una politica tendenzialmente neoliberista, improntata alle regole del mercato e tale da assecondare gli investimenti. Dall’altro una linea di condotta, nei rapporti con i sindacati, mirante a instaurare un dialogo costruttivo, sulla base di politiche attive del lavoro per creare nuove opportunità d’impiego e di un adeguamento degli ammortizzatori sociali. In cambio ha ottenuto dai suoi interlocutori un impegno concreto alla moderazione salariale nei contratti collettivi e un atteggiamento non preclusivo nei riguardi di una maggior flessibilità del mercato del lavoro. Finora la strategia spagnola si è rivelata efficace. Tanto che è considerata un modello di riferimento dai partiti di Centro-destra al potere in Italia, Danimarca e Austria, oltre che dal leader moderato Manuel Durao Barroso, vincitore delle recenti elezioni in Portogallo, e ha conquistato più di un apprezzamento da parte del premier britannico Tony Blair. Eppure la terapia di Aznar è lungi dal possedere le virtù taumaturgiche che le attribuiscono con eccessiva enfasi, per ragioni di bandiera o per calcolo politico, taluni esponenti europei dello stesso schieramento. Del resto il Governo Aznar è il primo a mettere le mani avanti, ben consapevole dei problemi di fondo che restano da risolvere.
Il problema disoccupazione.
Il principale è la disoccupazione che, malgrado il forte calo degli ultimi anni, rimane pur sempre troppo elevata. Quanto alle prospettive delle aree più deboli del Paese, il cui riscatto è stato assicurato finora anche da un vigoroso apporto dei fondi comunitari, molto verrà a dipendere dall’entità delle risorse che rimarranno disponibili a Bruxelles dopo l’allargamento dell’Unione europea a Est. Né è detto che sia destinato sopravvivere il clima di pace sociale degli ultimi tempi, qualora il Governo recepisse la proposta di revisione della dinamica salariale avanzata dalla Banca centrale spagnola, secondo la quale si dovrebbe rimpiazzare, quale precipua unità di misura, l’indice generale dei prezzi con l’andamento della produttività e dei risultati a medio termine delle imprese. Oltretutto la crisi argentina non è rimasta senza conseguenze per le istituzioni finanziarie spagnole, dati i loro notevoli investimenti nella repubblica sudamericana. La Spagna dunque deve compiere ancora non pochi sforzi per dare maggiore consistenza al proprio modello di sviluppo economico e di stabilizzazione sociale. È interesse dei partner Ue che Aznar proceda con sagacia e determinazione su questo duplice binario, in considerazione del fattivo contributo che una Spagna strutturalmente più robusta può dare alla formazione di un sistema europeo integrato ed equilibrato. È, infine, da auspicare che Madrid riesca infine a bloccare la sanguinosa spirale degli attentati terroristici per mano del "braccio armato" dell’Eta, e trovi il modo di risolvere per vie negoziali l’annoso problema del separatismo basco. Di tutte le piaghe della vecchia Spagna è questa la più grave da sanare.

Venerdí 12 Aprile 2002