“Dal mondo” I dannati di Champs Elysées

15/04/2002






    I dannati di Champs Elysées

    Ristoranti e multinazionali del consumo occupano solo precari sottopagati
    La via dei trionfi I lavoratori della Mc Donald’s, della Virgin, della Sephora, della Morgan, di Disney Store denunciano carichi di lavoro elevati e paghe ai minini. E nessuno si può ribellare


    ANNA MARIA MERLO


    PARIGI.
    I Champs Elysées, tradizionalmente chiamati «l’avenue più bella del mondo» sono stati ribattezzati «avenue del precariato» dai lavoratori delle grandi multinazionali che si affacciano su uno dei luoghi più turistici del mondo. McDonald’s, Fnac, Virgin, Disney Store, Monoprix, Sephora, Morgan, Club Med, Swatch hanno una cosa in comune: assumono precari, pagati al minimo e moltiplicano le pressioni sui lavoratori perché accettino orari prolungati la sera e la domenica. Un movimento di protesta, nato alla McDonald’s, si sta estendendo alle altre grandi marche. Sabato scorso, la Fnac Champs Elysées era chiusa per sciopero e il conflitto continua, non solo sull’avenue parigina ma anche nei magazzini delle città di provincia. Dal `94, i Champs Elysées sono stati classificati «zona turistica» e quindi i grandi magazzini hanno il diritto di tenere aperto la domenica. Del resto, per il sindaco (di destra) dell’VIII arrondissement, «le abitudini di acquisto sono cambiate, un turista straniero deve poter comprare delle scarpe la sera o la domenica». Così, la congiunzione di contratti a part-time e a tempo determinato con l’estensione degli orari (McDonald’s chiude alle 2 del mattino, Virgin, Fnac o Sephora sono aperti dalle 10 a mezzanotte) si sono tradotti in una vita impossibile per i dipendenti. Va aggiunto che le 35 ore in questo settore hanno portato soprattutto facilità nell’imporre la flessibilità dell’orario. Addirittura, da Virgin, uno dei pochi grandi magazzini che pagava la tredicesima, le 35 ore sono state scambiate con una soppressione della tredicesima.

    I lavoratori dei Champs Elysées denunciano le diverse pressioni a cui sono sottoposti. In genere, si tratta di giovani (studenti, in gran parte) che accettano volentieri il part time (che è diventato il contratto di assunzione anche per chi vorrebbe lavorare a tempo pieno). I ticket ristorante sono quasi del tutto assenti, mentre i prezzi dei sandwitch e di un caffé sui Champs Elysées sono fuori portata per chi guadagna appena lo Smic (il salario minimo, 990 euro mensili). Vengono richieste qualifiche – almeno parlare un pò di diverse lingue – visto il tipo di clientela, ma non c’è nessuno riscontro nello stipendio per queste qualità.

    In Francia lavorare la domenica non è obbligatorio, ma le direzioni vedono di mal occhio chi si rifiuta. In alcuni di questi grandi magazzini (come Sephora, per esempio), i dipendenti sono obbligati a portare una divisa (nera, nella fattispecie). I giovani impiegati denunciano gli obblighi a cui sono sottoposti i venditori: sorridere sempre, «all’americana», e spingere il cliente a comprare. Da Morgan, per esempio, ci sono degli «obiettivi» di vendita da rispettare, che ammontano ad una spesa di 76 euro per cliente. Alla Fnac, ai cassieri vengono dati dei «voti» a seconda del numero di carte di credito della casa che riescono a rifilare ai clienti. I commessi sono sotto pressione continuamente, all’ultimo gradino di una gerarchia anch’essa messa sotto pressione dalla direzione di queste multinazionali.

    I contratti sono ormai «individualizzati», denunciano i collettivi sindacali appena nati sui Champes Elysées, con collegamenti soprattutto con la Cgt, ma anche con Sud e altre centrali. Il 30% dello stipendio, che resta inchiodato allo Smic, è negoziato direttamente tra dipendente e direzione del negozio ed è considerato «premio» di vendita, legato quindi alle performance del lavoratore. Alla Fnac, per esempio, la catena di vendita di libri (creata da due ex sessantottini trotzkisti, poi ceduta al grande gruppo Pinault-Printemps-Redoute) i commessi devono vendere in primo luogo i libri che figurano nella «selezione« della catena – perché è su questi libri che la Fnac ha negoziato con gli editori dei margini di guadagno più consistenti sul prezzo di copertina – e lasciare da parte le loro competenze di librai, di consiglieri dei lettori. Insoma, il credo generale è guadagnare il più possibile. I commessi sono presi in questo turbinio, lavorano tra la folla dei turisti, in negozi con la musica al massimo volume, vestiti come fattorini.

    La presenza dei sindacati era fino a poco tempo fa considerata un’eresia. Ma anche i precari cominciano ad organizzarsi. Al punto che il primo ministro Lionel Jospin il 6 marzo scorso ha preferito rinunciare a una seduta di dediche del suo libro al Virgin Megastore dei Champs Elysées, perché i lavoratori avevano l’intenzione di accoglierlo con una manifestazione di protesta.