“Dal Mondo” Bambini-operai Nike in Cambogia sotto sorveglianza

24/06/2002


SABATO, 22 GIUGNO 2002
 
 

Prima Pagina e pagina 15 – Esteri

La multinazionale dello sport annuncia stabilimenti che saranno controllati dall´Organizzazione Internazionale del Lavoro  
 IL CASO
"Mai più sfruttare i bambini" ora la Nike cerca il riscatto
 
Bambini-operai Nike in Cambogia sotto sorveglianza
Nuove fabbriche in Cambogia aperte ai sindacati
  
  
L´industria tessile è il settore che frutta a Phnom Penh un miliardo di dollari in esportazioni e dà lavoro a 180 mila persone

DAL NOSTRO INVIATO
FEDERICO RAMPINI


SAN FRANCISCO

L´abbandono della grande azienda dopo le polemiche aveva provocato una grave crisi nell´economia del paese asiatico

 Per il movimento no-global è una strana vittoria, dover celebrare l´apertura di una fabbrica dell´odiatissima Nike nel Terzo mondo. Eppure di vittoria si tratta. La celebre multinazionale americana sta per tornare a produrre scarpe e abiti sportivi in Cambogia, dopo esserne fuggita per le accuse di sfruttamento del lavoro minorile. Ma se ora può tornarci è perché la battaglia dei no-global, delle associazioni di consumatori e dei sindacati americani ha avuto successo. La Cambogia, infatti, apre le sue fabbriche ai controlli internazionali sui diritti dei lavoratori, e si impegna a debellare la piaga sociale dei bambini-operai costretti a produrre per i paesi ricchi.
Due anni fa l´immagine della Nike subì un duro colpo proprio a causa della Cambogia: tempestata dalle accuse di sfruttare manodopera infantile, minacciata dal boicottaggio dei consumatori «politically correct», l´azienda americana si difese garantendo che i suoi fornitori cambogiani impiegavano solo ragazze sopra i 16 anni, ma fu messa alla gogna dall´inchiesta-verità di una tv americana che riuscì a filmare fabbriche dove lavoravano eserciti di bambine.


Per il "logo" della Nike – il più grosso sponsor di avvenimenti sportivi nel mondo – la macchia era indelebile. La multinazionale Usa per limitare i danni decise di cancellare tutti i contratti con i suoi fornitori cambogiani. Fu una prima vittoria per il composito "popolo di Seattle": l´alleanza fra gruppi terzomondisti, difensori dei diritti umani e sindacati, che nel dicembre 1999 avevano paralizzato il vertice del Wto a Seattle anche per protestare contro il dumping sociale, la delocalizzazione delle produzioni industriali verso paesi con bassi salari e nessuna legislazione del lavoro.
La ritirata della Nike però fu anche una sciagura per la Cambogia. L´industria del tessile abbigliamento frutta a Phnom Penh un miliardo di dollari di ricavi, pesa per più dell´80 per cento delle esportazioni cambogiane e dà lavoro a 180.000 operai, per lo più donne e ragazze emigrate dalla miseria delle campagne che rimandano a casa i loro salari per mantenere le famiglie. Il boicottaggio militante del popolo no-global rischiava di provocare più danni che benefici: senza multinazionali americane il paese si impoverisce e lo sfruttamento minorile continua lo stesso.
Alla fine sono stati i sindacati Usa a trovare una via d´uscita. La potente confederazione Afl-Cio ha insediato a Phnom Penh un rappresentante permanente, Jason Judd, per premere sul governo e sugli industriali cambogiani; al tempo stesso, i vertici del sindacato facevano lobbying a Washington per l´invio di ispettori internazionali. «Abbiamo capito che l´unica cosa da fare era di migliorare il rispetto dei diritti umani, delle tutele e delle condizioni di lavoro, in modo che le grandi aziende americane come Nike e Gap si sentissero sicure nell´affidare commesse ai nostri stabilimenti» ha dichiarato al Financial Times Van Sou Ieng, presidente della Federtessile cambogiana. Il governo di Phnom Penh ha dovuto cedere: ha aperto per la prima volta le sue frontiere all´International Labour Organisation (Ilo) di Ginevra, che ha sguinzagliato i suoi esperti in giro per il paese.
Il primo rapporto dell´Ilo – risultato di ispezioni severe in 70 fabbriche – traccia un quadro drammatico: lavoratori pagati sistematicamente sotto il minimo legale, orari massacranti per il ricorso costante a straordinari senza limiti. Ma adesso per lo meno è iniziata un´operazione-trasparenza, che ha pochi eguali negli altri paesi del Terzo mondo. Entro poche settimane un nuovo rapporto degli ispettori Ilo farà nomi e cognomi degli industriali-schiavisti, con un elenco preciso delle fabbriche che non rispettano gli standard minimi di sicurezza e i diritti dei lavoratori.
Per le multinazionali Usa si apre un´opportunità: possono ritornare a delocalizzare produzioni di scarpe e vestiti in Cambogia, scegliendo come fornitori solo quelle fabbriche che si guadagnano la sufficienza nei rapporti degli ispettori inviati dalla Svizzera. «Per noi è attraente – ha detto il portavoce della Nike Chris Helzer – perché l´Ilo ha un´alta credibilità internazionale» (nell´organismo siedono anche i rappresentanti sindacali dei paesi industrializzati).
La storica apertura della Cambogia è stata favorita da un´operazione politica degli Stati Uniti. Grazie alle pressioni del sindacato Afl-Cio, Washington ha offerto al paese asiatico un patto senza precedenti. Se migliora il trattamento salariale e la tutela dei diritti dei suoi lavoratori delle fabbriche (a cominciare dal divieto del lavoro minorile), Phnom Pen avrà diritto a una quota aggiuntiva del 18 per cento di esportazioni tessili sul ricco mercato americano. E´ una ricompensa allettante in una fase in cui si ridiscutono gli accordi doganali sui prodotti tessili e l´ingresso della Cina nel Wto accentua la competizione fra i produttori asiatici. Per la Cambogia si presenta un´occasione unica. Può candidarsi a diventare una "vetrina", un paese-modello dove le multinazionali Usa sensibili alla propria immagine si sentano libere di subappaltare produzioni a basso costo senza temere scandali per il maltrattamento degli operai. Anche per i sindacati americani è un´opportunità: se funziona l´esperimento cambogiano, possono dimostrare che le loro campagne contro il dumping sociale non nascondono l´egoismo protezionista dei ricchi.
Più che per l´ideologia no-global, il ritorno della Nike in Cambogia è la vittoria di una globalizzazione «riformista». La minaccia di un boicottaggio dei consumatori e la paura di un danno all´immagine hanno piegato Nike; il suo ritiro è stato un´arma di pressione sul governo cambogiano; il suo ritorno può segnare una svolta per le condizioni di lavoro locali. «Ora resta da vedere quanto le autorità locali vorranno applicare le leggi – dice il sindacalista Judd – perché una delle attrattive per le multinazionali che delocalizzano nei paesi poveri è sempre il fatto che le regole qui non vengono rispettate».
Intanto il rappresentante dell´Afl-Cio a Phnom Penh è impegnato a addestrare una leva di sindacalisti locali: non c´è migliore controllo di quello che i lavoratori esercitano in proprio, quando si organizzano e acquistano potere contrattuale. La strada verso una globalizzazione più umana resta lunga: secondo l´ultimo rapporto pubblicato a Ginevra dalla confederazione internazionale dei sindacati liberi (Icftu), l´anno scorso nei paesi in via di sviluppo sono stati assassinati 223 sindacalisti e feriti altri mille; 4.000 sono stati arrestati; diecimila rappresentanti dei lavoratori sono stati licenziati per rappresaglia. In cima all´elenco delle violenze e delle intimidazioni figurano Cina, Pakistan, Indonesia, Corea del Sud e Colombia.