Dal governo mossa a doppio taglio

06/07/2007
    venerdì 6 luglio 2007

    Pagina 2 – Primo Piano

    DIETRO LE QUINTE

      Il piano: tutto slitta nella Finanziaria
      Dal governo mossa a doppio taglio

        Sergio Rizzo

        ROMA — La notizia che Romano Prodi aveva dichiarato al Tg3 di ritenere «doverosa» l’abolizione dello scalone è piombata nella stanza di Palazzo Chigi dove il premier era in riunione con gli altri ministri quando la sua intervista non era ancora andata in onda. Cogliendo di sorpresa tutti, o quasi, i suoi interlocutori. E rendendo anche inevitabile una precisazione sull’altrettanto doverosa «gradualità» dell’intervento sull’età pensionabile. Se sia stata una gaffe involontaria o piuttosto una mossa studiata lo sa soltanto Prodi. Ma se doveva essere quello il segnale chiaro e forte che il premier aveva preso saldamente in mano le redini della trattativa, il giorno prima di un Consiglio dei ministri nel quale proprio le pensioni sarebbero state il piatto forte, ebbene la mossa è riuscita a metà.

        Destino. Perché a metà delle due posizioni estreme si potrà anche fermare l’asticella, se si leggono correttamente i messaggi in codice usciti dal vertice fra Prodi, il sottosegretario Enrico Letta e il ministro del Lavoro Cesare Damiano, dell’Economia Tommaso Padoa- Schioppa e del Programma Giulio Santagata. Scontentando però sia la sinistra radicale che i riformisti.

        La proposta avanzata dai sindacati la notte che l’accordo sembrava fatto, quella di sostituire lo scalone che farebbe passare l’età minima della pensione da 57 a 60 anni la notte del 31 dicembre, con un unico scalino a 58 anni accompagnato da modesti incentivi per restare al lavoro da concedere solo per una fase sperimentale di tre anni, sarebbe ora finita in un cassetto. Sepolta dal cortese niet di Padoa- Schioppa, che la riteneva inaccettabile dall’Europa, oltreché pericolosa per i conti pubblici. Sepolti, soprattutto, gli incentivi: che per il ministro dell’Economia non avrebbero mai funzionato, costringendo qualsiasi governo, al termine della fase sperimentale, a un brutale innalzamento dell’età per tenere a freno la spesa. Quasi peggio dello scalone, insomma.

        Riaffiorerebbe così l’idea iniziale che quella famosa notte venne rigettata dai sindacati, ma con qualche variazione sul tema. Si tratterebbe di sostituire lo scalone con una serie di scalini. L’età passerebbe da 57 a 58 anni nel 2008 per poi salire a 59 anni passando successivamente (nel 2010 o nel 2011) al più flessibile sistema delle quote, cioè la somma dell’età anagrafica e dell’anzianità contributiva. Quota 95, per esempio, potrebbe essere raggiunta con 60 anni di età e 35 di contributi ma anche con 58 anni e 37 di contributi, e via così. I dettagli tecnici della nuova proposta, che Padoa- Schioppa considererebbe decisamente più potabile, saranno definiti nei prossimi giorni.

        Ma anche se l’accordo con i sindacati venisse chiuso in tempi brevissimi, e pure i mugugni a destra e sinistra della coalizione si tacitassero, la vicenda sarebbe tutt’altro che finita. Per quale motivo? L’accordo dovrebbe essere tradotto in legge. Non per decreto, perché con agosto di mezzo non ci sarebbero i tempi tecnici. E anche se ci fossero, un provvedimento del genere non avrebbe alcuna possibilità di passare al Senato: dove Rifondazione per un motivo, e parte della Margherita per il motivo opposto, hanno già detto che non lo voteranno. Si dovrebbe allora fare un disegno di legge, che andrebbe necessariamente approvato entro il 31 dicembre (lo scalone entra in vigore il primo gennaio) e finirebbe inevitabilmente per capitombolare nella sessione di bilancio. A quel punto non potrebbe che diventare un emendamento alla Finanziaria. Ecco perché è scontato che la revisione della riforma Maroni sarà nella manovra di fine anno. Nonostante l’impegno preso a settembre dello scorso anno, di definire l’operazione sullo scalone entro lo scorso 31 marzo, il governo già sapeva da tempo che questa sarebbe stata la soluzione. I tempi della trattativa erano stati lentamente scanditi a questo scopo. Perché la legge di bilancio era l’unica vera garanzia che un provvedimento sulle pensioni potesse venire approvato.

        La Finanziaria è la sola nave che certamente arriva in porto ogni anno: e sempre con la fiducia, che serve ad evitare cattive sorprese. Il problema è che non arriva mai in porto nelle stesse condizioni di partenza. E per l’accordo sulle pensioni la traversata dovrebbe essere particolarmente lunga. Prima dovrebbe infatti arrivare al 30 settembre, data entro la quale il governo deve varare la Finanziaria. Poi superare il mare in tempesta degli emendamenti e delle imboscate parlamentari: che qualsiasi accordo sulle pensioni ne possa uscire indenne è difficile. Per non dire impossibile.