Dal 2008 l’anzianità costerà cara

07/10/2003

ItaliaOggi (Diritto & Fisco)
Numero
237, pag. 25 del 7/10/2003
di Gigi Leonardi


Le nuove regole previste dall’emendamento del governo al disegno di legge delega previdenziale.

Dal 2008 l’anzianità costerà cara

Assegno solo con il contributivo senza 40 anni di versamenti

Busta paga più pesante con un bonus del 32,7% per chi rinvia il pensionamento e pensione di anzianità più difficile da raggiungere (non prima di 40 anni di lavoro). Sono questi, insieme al rilascio di una certificazione da parte dell’ente di previdenza circa il raggiungimento del requisito utile alla pensione (qualunque cosa accada), gli assi portanti su cui ruota la riforma Maroni. Esaminiamo dunque più in dettaglio l’emendamento alla delega messo a punto dal governo la scorsa settimana.

Pensione di anzianità. Tagliare il traguardo del pensionamento anticipato sarà sempre più difficile, in quanto ci vorrà un pacchetto di contributi più consistente degli attuali 35 anni. A partire dal 2008, infatti, chi vorrà riscuotere la rendita prima di aver compiuto l’età della vecchiaia (65 gli uomini e 60 le donne) deve aver accumulato almeno 40 anni di versamenti.

Vale la pena ricordare che con le regole attuali (legge n. 335/1995, la cosiddetta riforma Dini) l’anzianità può essere raggiunta in due diversi modi. Combinando un minimo di 35 anni di contribuzione e un’età anagrafica di 57 anni (56 per i pubblici, 55 per le categorie cosiddette tutelate, ossia gli operai e chi ha lavorato almeno un anno intero prima dei 19 di età, e 58 per i lavoratori autonomi), oppure, indipendentemente dall’età, in presenza di un minimo di 37 anni di contribuzione (40 per i lavoratori autonomi), quota che raggiungerà il traguardo definitivo dei 40 anni nel 2008. Se dovesse passare l’emendamento alla delega sulla riforma come definito la scorsa settimana dal governo, dal 2008 sarà possibile agguantare l’anzianità solo in presenza di 40 anni di lavoro. Per la verità, l’emendamento prevede anche un’alternativa. Coloro che sceglieranno di ottenere la pensione, con le regole di oggi (57 anni più 35 di contributi, ovvero 58 anni gli autonomi) potranno continuare a farlo rinunciando completamente al calcolo retributivo. Per chi sceglierà quindi di avvalersi delle vecchie regole anche dopo il 2007 il calcolo del trattamento pensionistico sarà effettuato esclusivamente con il nuovo criterio contributivo, comprendendo anche l’anzianità maturata prima del 1° gennaio 1996; i criteri di trasformazione del periodo retributivo in contributivo sono quelli dettati dall’art. 2, comma 2, del dlgs n. 180/1997. Una sorta di disincentivo che dovrebbe scoraggiare gli interessati e convincerli a raggiungere i 40 anni. Facciamo un esempio concreto. Ipotizziamo una donna con 25 anni di lavoro e 44 di età, la quale oggi beneficia del cosiddetto criterio di calcolo misto (retributivo per l’anzianità maturata al 31 dicembre 1995 e contributiva per l’anzianità successiva dal 1° gennaio 1996). Se scegliesse di attendere i 60 anni (la vecchiaia) la quota retributiva, calcolata su 17 anni, le consentirebbe di percepire il 34% circa della media delle retribuzioni del quinquennio precedente il pensionamento, cui va aggiunta la quota contributiva. Se invece intenderà avvalersi della regole di oggi, andando in pensione tre anni prima, ossia a 57 anni con 35 di contribuzione, verrebbe penalizzata e non di poco. Se la signora per gli anni che vanno dal 1996 in poi accantona il 33% della sua retribuzione, per gli anni precedenti, l’aliquota di accantonamento è un bel po’ inferiore (pari all’aliquota contributiva effettivamente versata al fondo pensioni). Sulla retribuzione del 1995, per esempio, si vedrà accantonato il 27,12% del suo stipendio; per il 1992 l’accantonamento è pari al 26,4%, e sempre più ridotto andando a ritroso nel tempo. A conti fatti, se la signora opta per la pensione di anzianità con i termini di oggi, deve dire addio a una quota di oltre il 20% della pensione.

La patente. Il lavoratore che matura i requisiti utili per la pensione di anzianità sino al 31 dicembre 2007, secondo la vigente normativa, può chiedere al proprio ente di previdenza il rilascio di un’apposita certificazione. La ´patente’ gli consentirà di esercitare il diritto acquisito (chiedere cioè la pensione di anzianità) in ogni momento, indipendentemente da qualsiasi modifica normativa che nel frattempo dovesse intervenire. L’obiettivo è naturalmente quello di rassicurare i lavoratori, molti dei quali oggi chiedono la pensione di anzianità più che per libera convinzione per timore di eventuali modifiche delle disposizioni in senso negativo.

Giovani. La riforma investirà anche i giovani. Per chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi, compresi i cosiddetti collaboratori coordinati e continuativi, la pensione verrà calcolata esclusivamente con il metodo contributivo. Con un’importante novità relativa all’età del pensionamento. La riforma del 1995 per questi casi prevede un pensionamento flessibile che va dai 57 ai 65 anni di età. Secondo l’emendamento alla delega sulla riforma Maroni, per ottenere la rendita occorrerà invece aspettare l’età minima di 60 anni (65 per gli uomini). Resta fermo l’attuale requisito minimo di cinque anni di versamenti, anzianità più teorica che reale, poiché rimane la condizione (già prevista oggi) secondo cui la pensione non può comunque essere corrisposta prima del compimento del 65° anno di età (sia per gli uomini sia per le donne) se l’importo della stessa non raggiunge l’ammontare dell’assegno sociale maggiorato del 20%. Questo significa che le donne potranno ottenere la pensione prima dei 65 anni, solo nel caso in cui il suo importo risulti almeno pari agli attuali 431 euro al mese. Nulla di nuovo per quanto riguarda il meccanismo del calcolo contributivo, che prevede l’accantonamento di una quota dello stipendio: 33% per i dipendenti e 20% per gli autonomi, compresi i co.co.co., la cui aliquota contributiva verrà appositamente elevata (decreto di accompagnamento alla Finanziaria 2004) proprio a partire dall’anno prossimo. Il conto contributivo viene rivalutato ogni anno sulla base della dinamica quinquennale del pil (il prodotto interno lordo), e cioè la ricchezza nazionale. Alla data del pensionamento, al montante contributivo, ossia alla sommatoria dei versamenti effettuati, si applica un coefficiente di conversione legato all’età scelta. I coefficienti attualmente in uso (devono essere rivisti ogni dieci anni, tenendo conto dell’andamento demografico) prevedono un primo scalino fissato al 4,72% a 57 anni di età, un coefficiente del 5,514% per chi decide di lasciare il lavoro e di chiedere la pensione a 62 anni e del 6,13% per chi resiste e arriva a 65 anni. Prendiamo un giovane appena entrato nel mondo del lavoro, a 24 anni d’età, con uno stipendio di 13 mila euro. Il primo anno accantona 4.290 euro (il 33% di 13 mila), il secondo anno ne accantonerà 4.356 euro (il 33% dello stipendio di 13 mila e 200) e così via. Dopo 35 anni (a 59 anni di età) poniamo abbia accumulato 415 mila euro (valore già capitalizzato), montante che gli consentirà di ottenere (coefficiente di trasformazione 5,006) una pensione annua di 20.775 euro (circa 1.600 euro al mese). Passando dal 1° gennaio 2008 l’età minima da 57 (uomini e donne) a 60 per le donne e 65 per gli uomini, i coefficienti di trasformazione del capitale contributivo accumulato dovranno ovviamente essere completamente rivisti.

Omogeneizzazione. L’obiettivo di elevare l’età media del pensionamento investirà anche gli attuali regimi speciali, ossia tutti i fondi di previdenza che oggi prevedono dei requisiti di accesso all’anzianità diversi da quelli Inps. Entro 18 mesi, infatti, il governo è delegato a emanare uno o più decreti legislativi sulla base dei seguenti principi:

* tenere conto delle obiettive peculiarità ed esigenze dei settori di attività;

* prevedere l’introduzione di regimi speciali a favore delle categorie che svolgono attività usuranti;

* prevedere il potenziamento dei benefici agevolativi per le lavoratrici madri.

Incentivi per chi rinvia. Va subito detto che un sistema di incentivazione per favorire il rinvio del pensionamento esiste già, introdotto dalla legge finanziaria del 2001, dove è stabilito che il dipendente, il quale matura i requisiti minimi per la pensione di anzianità, combinando cioè i 35 anni di contributi con i 57 di età (oppure i 37 anni di contribuzione, a prescindere dall’età), possa rinunciare all’ulteriore accredito utile per la pensione, evitando quindi di far versare al proprio datore di lavoro la dovuta contribuzione pensionistica (32,70% della retribuzione). Tutto ciò praticamente si traduce in un aumento dello stipendio nell’ordine del 9%, in misura pari alla quota di contributo a carico del lavoratore (il restante 23% va a beneficio della ditta). Tale disposizione non ha avuto però molta fortuna in quanto sono pochissimi (meno di 1.000 persone) coloro che finora ne hanno beneficiato. I motivi dell’insuccesso sono essenzialmente due.

Primo, lo sgravio contributivo è legato all’instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro a tempo determinato della durata di almeno due anni; molti dunque non se la sentono di legarsi alla ditta per un minimo di due anni. Ma soprattutto per il fatto che parte dell’aumento della busta paga, dovuto alla mancata trattenuta contributiva, a conti fatti viene risucchiato dal fisco. Su uno stipendio di 30 mila euro all’anno si incassano circa 1.800 euro in più. Il nuovo incentivo è invece molto più consistente: l’intera aliquota contributiva destinata al fondo pensioni: (32,7%) e per giunta esentasse. Questo significa che chi rinvierà il pensionamento di anzianità, nel periodo 2004-2007 (previa certificazione del raggiungimento del requisito da parte dell’ente di previdenza), potrà continuare a lavorare intascando lo stipendio maggiorato di oltre un terzo, senza pagare ulteriori imposte, né legandosi con alcun contratto (come è previsto oggi). Un lavoratore dipendente (del settore privato, essendo ancora esclusi, come oggi, i dipendenti pubblici) di 57 anni di età e 35 di contributi, con un stipendio lordo di 2 mila euro, alla fine del mese incasserà, oltre al consueto stipendio, una somma aggiuntiva di ben 650 euro (oltre 1,2 milioni delle vecchie lire). Naturalmente, non pagando più i contributi, il cui valore entrerà nella sua busta paga anziché nelle casse dell’Inps, non si vedrà di conseguenza accreditare alcuna contribuzione utile alla pensione. In altre parole, la rendita verrà calcolata sulla base degli stipendi e dell’anzianità contributiva maturata alla data in cui sceglie di continuare a lavorare e verrà corrisposta materialmente quando cesserà il rapporto di lavoro.