Dal 2008 il ritiro con 60 anni di età e 35 anni di contributic

21/06/2004



sabato 19 giugno 2004
 
Dal 2008 il ritiro con 60 anni di età e 35 anni di contributiccontributicontributi
Il premier ha già annunciato il possibile ricorso alla fiducia anche alla Camera
Nel piano di riassetto anche gli incentivi per chi rinuncia all’ addio al lavoro pur avendone i requisiti

ROMA – Per essere sicuro del risultato, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi voleva mettere la cosa nelle mani degli stessi esperti che avevano assistito Jean-Pierre Raffarin. Come il premier francese, anche il capo del governo italiano aveva progettato di mandare una lettera a tutte le famiglie per spiegare la necessità della riforma delle pensioni. Lui stesso aveva dato l’ annuncio, in televisione, la sera del 29 settembre 2003. Dopo di che erano stati mobilitati i tecnici dell’ Inps, quelli dell’ agenzia di comunicazione francese ed erano stati presi accordi con le Poste. Ma quella lettera non è mai partita. E si capisce perché. Annunciata all’ inizio del mandato del governo di centrodestra, la riforma che equipara i trattamenti dei dipendenti pubblici francesi a quelli dei privati un anno più tardi era legge. In Italia, invece, le divisioni politiche all’ interno della maggioranza, più che le proteste dell’ opposizione e dei sindacati, hanno trasformato il percorso della legge delega sulla previdenza in un calvario. Che dura ormai da oltre due anni e mezzo, con continui cambiamenti di rotta. La prima versione della riforma vede la luce nell’ autunno del 2001. Il disegno di legge delega prevede il taglio da tre a cinque punti dei contributi previdenziali dovuti dalle imprese per i nuovi assunti. Piace quindi alla Confindustria di Antonio D’ Amato. Molto meno, invece, piace ai sindacati, che oltre alla «decontribuzione» contestano l’ obbligatorietà del trasferimento ai fondi pensione del trattamento di fine rapporto (le liquidazioni), che aveva l’ obiettivo di far decollare la previdenza complementare. E non piace affatto al Ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, che in una clamorosa lettera denuncia il rischio di una voragine nei conti dell’ Inps. La riforma non sfiora il problema delle pensioni di anzianità. Si sa che la Lega Nord è contraria a qualsiasi intervento su quel fronte. Tra molte difficoltà, la delega viene approvata nel febbraio del 2003, mentre è già partito il tormentone della «Maastricht delle pensioni». La tesi è che l’ abolizione delle pensioni di anzianità sarebbe stato imposto all’ Italia dall’ Unione Europea. Il capitolo quindi si riapre, provocando la scontata e violenta reazione della Lega Nord. A metà aprile Berlusconi annuncia «una Maastricht del welfare, una riforma previdenziale europea con l’ innalzamento dell’ età pensionabile» come obiettivo del semestre italiano di presidenza dell’ Unione. Qualche mese più tardi il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti rivela che la riforma era maturata «da gennaio, nelle lunghe notti dell’ Eurogruppo, nel Nord Europa, quando dai computer esce la prova che senza riforme strutturali nessun governo europeo può più garantire il futuro». E l’ intervento prende corpo così: dal 2008 spariscono le pensioni d’ anzianità, nel senso che ci si potrà ritirare dal lavoro solo con 40 anni di versati o 65 anni d’ età. Nel frattempo chi rimanderà la pensione potrà avere un superincentivo detassato del 32,7%. A chi gli chiede lumi sulla Lega, di cui è garante nel governo, Tremonti risponde che «Umberto Bossi ha capito». Ma il Carroccio continua a scalpitare. Chiede piccole modifiche e le ottiene (con il risultato che i risparmi a regime si riducono dall’ 1% allo 0,7% del Prodotto interno lordo). E anche Alleanza nazionale e Udc sono scontenti. Chiedono che la riforma preveda maggiore gradualità, abolendo il cosiddetto «scalone», che farebbe passare d’ un colpo l’ anzianità contributiva minima da 35 a 40 anni la notte del 31 dicembre 2007, ma senza risultato. Sul limite del 2008 la Lega è irremovibile. Berlusconi cerca di forzare i tempi: annuncia la riforma in televisione. E’ previsto che l’ emendamento sia approvato in parallelo con la Finanziaria. Il governo ha bisogno di portare un risultato a Bruxelles per cercare di attenuare l’ impatto di un eventuale superamento del tetto del 3% nel rapporto fra deficit pubblico e Prodotto interno lordo. I contrasti politici però fanno allungare i tempi. Maroni promette che la riforma sarà approvata entro gennaio. Ma le elezioni incombono e la maggioranza non resiste alla tentazione di ammorbidire ancora un po’ il progetto. Dai 40 anni di anzianità si fa marcia indietro ai 35, ma con l’ età minima che sale dai 57 anni della riforma Dini a 60 anni, per uomini e donne. Per le donne si torna poi a 57, sia pure con la penalizzazione del calcolo «contributivo».

Intanto sparisce il taglio dei e il trasferimento obbligatorio del tfr ai fondi pensione. Non basta ancora. Per far approvare in fretta la legge, al Senato il governo deve chiedere la fiducia, anche per mandare un segnale a Bruxelles. In un complicato vertice di maggioranza pre-elettorale Tremonti ammonisce gli alleati: la riforma delle pensioni «è vitale» se si vuole evitare il rischio di «un automatico, annunciato downgrading del debito pubblico italiano». Così Berlusconi proclama il ricorso alla fiducia anche alla Camera. Ma la «Maastricht delle pensioni» è ormai un’ altra cosa.

Sergio Rizzo