Dagli Usa all’Europa gli aumenti salariali si decidono in azienda

23/12/2004

    giovedì 23 dicembre 2004

    sezione: ECONOMIA ITALIANA – pagina 13

    Dagli Usa all’Europa gli aumenti salariali si decidono in azienda
    Gli effetti della delocalizzazione mandano in soffitta il sistema degli accordi «collettivi»
    GIULIA CRIVELLI
    MILANO • La contrattazione collettiva è uno dei capisaldi delle relazioni industriali nel vecchio Continente. O forse dovremmo dire "era": nell’ultimo anno ci sono stati segnali di crisi soprattutto in Germania, dove la contrattazione collettiva era stata duramente ottenuta e poi salvaguardata dai sindacati, come ad esempio Ig Metall (2,5 milioni di iscritti tra i metalmeccanici).

    Secondo stime pubblicate dall’Osservatorio europeo sulle relazioni industriali (Eiro) nel rapporto «Relazioni industriali nell’Ue, in Giappone e negli Stati Uniti», la media dell’applicazione della contrattazione collettiva negli Stati membri dell’Unione risulta cinque volte superiore a quella degli Usa e quattro volte maggiore ai dati relativi al Giappone. Per quanto riguarda l’articolazione e la stratificazione della contrattazione collettiva, lo studio dell’Eipo (si veda la tabella a fianco) evidenzia come una politica di accordi a livello intersettoriale sia più radicata in Belgio, Finlandia e Irlanda; a livello settoriale in Austria, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia; e come infine la contrattazione aziendale prevalga in Francia e Uk. Solo in Danimarca e Lussemburgo la contrattazione collettiva risulta ancora poco diffusa.


    Ma se questo è il quadro generale, è dai segnali "locali" che si avverte il vento del cambiamento. In Germania, nel luglio scorso, Ig Metall ha firmato in due fabbriche Siemens l’aumento dell’orario di lavoro a 40 ore per evitare la delocalizzazione in Ungheria. La stessa Ig Metall, del resto, aveva già subito una pesante sconfitta nel 2003, quando — attraverso il meccanismo degli accordi collettivi — aveva chiesto, senza ottenerla, l’estensione delle 35 ore ai Länder dell’ex Ddr. Sempre in Germania, la Opel intende ridurre del 55% la tredicesima, eliminare l’indennità del 10% sul turno del pomeriggio e quella del 25% per la notte, aumentare i ritmi produttivi togliendo la pausa di 10 minuti per il caldo e vuole congelare i salari fino al 2009.


    Altra situazione in costante cambiamento è quella della Francia, dove dilaga la settimana lunga, anche qui "in deroga" alla contrattazione collettiva e alla legge sulle 35 ore, che il Governo di centrodestra ha ereditato dal precedente guidato dal centrosinistra. La legge non è stata formalmente cambiata, ma è stata resa "aggirabile" dalle imprese che minacciano la delocalizzazione.


    Nella scorsa estate, la Bosch aveva prospettato la chiusura dello stabilimento di Lione. Di fronte al rischio della perdita del lavoro, il 98% dei dipendenti ha accettato la proposta di aumentare le ore di lavoro a parità di stipendio. Casi analoghi sono avvenuti alla Seb (piccoli elettrodomestici), Sediver (isolatori in vetro), Ronzat, Doux.
    Secondo molti, la crisi della contrattazione collettiva è legata al ciclo economico negativo e alla necessità di delocalizzare. Ma la globalizzazione è qui per restare: più che di una crisi per i contratti collettivi potrebbe essere la fine di un’epoca.