Dagli oneri sociali un freno all’occupazione

02/02/2001

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Venerdì 2 Febbraio 2001
commenti e inchieste
—pag—7


Dagli oneri sociali un freno all’occupazione

di Maurizio Ferrera

Secondo le più recenti rilevazioni, l’occupazione italiana ha ricominciato a crescere, dopo un quinquennio (1994-1998) pressoché piatto. La svolta è incoraggiante, ma insufficiente. Il ritmo di crescita è infatti più lento di quello dei paesi europei più virtuosi e il divario da recuperare — anche solo rispetto alla media — è ancora enorme. Le disaggregazioni settoriali mostrano che questo divario è particolarmente elevato nel settore dei servizi, ed in particolare in quelli che l’Ocse classifica come servizi orientati al consumatore (Isic 6 e 9): commercio, ristorazione, servizi alla comunità e alla persona. Questo settore è relativamente sotto-sviluppato in tutti i paesi dell’Europa continentale, ma in Italia offre occupazione solo al 24% circa della popolazione in età da lavoro: quasi 10 punti in meno della media Ocse (33,6 per cento).

Si tratta di un problema serio, che va accuratamente diagnosticato e poi affrontato di petto. È infatti opinione largamente condivisa che i servizi orientati al consumatore offrano oggi alle economie europee importanti prospettive di espansione occupazionale, per almeno tre ragioni. Sono servizi relativamente protetti dalla concorrenza internazionale e da fenomeni di ri-localizzazione produttiva (la ristorazione sulla costiera amalfitana si può offrire solo sulla costiera amalfitana e lo stesso vale per l’assistenza agli anziani di Torino); alla loro produzione possono concorrere anche profili professionali relativamente poco qualificati (oggi i più esposti al rischio di disoccupazione); si tratta di servizi a domanda crescente, anche a seguito degli andamenti demografici e della nuova struttura di bisogni individuali e familiari. Quali sono i "tappi" che bloccano l’espansione di questo settore nel nostro Paese?

Come per gli altri Paesi continentali, il tappo forse più resistente è rappresentato dagli oneri sociali, ed in particolare dall’elevato cuneo fiscale sulle retribuzioni più basse. Secondo recenti stime Ocse (riferite al ’97) su queste retribuzioni il cuneo incide in Italia per il 48,8% del costo del lavoro lordo, di contro al 47,7% della Germania, al 41% della Francia, al 38,8% dell’Olanda, per non parlare del 29,2% degli Usa e del 28,4% del Regno Unito. Oneri così elevati tolgono ovviamente ogni convenienza a creare posti di lavoro. O meglio, consentono e incoraggiano — soprattutto nel Mezzogiorno — l’economia sommersa, la cui esistenza crea poi distorsioni nell’intero mercato del lavoro nazionale. Il nesso tra cunei fiscali e occupazione nel settore dei servizi ai consumatori ha trovato numerose conferme empiriche: da ultimo quelle di un vasto progetto comparato del Max Planck Institute di Colonia, diretto da Fritz Scharpf (Welfare and Work in Open Economies, Oxford University Press, 2000). Come mostra la tabella, i tassi di occupazione nel comparto "commercio e ristorazione" (preso come segmento emblematico dell’intero settore) sono nettamente più elevati nei paesi con oneri sociali — ma anche imposte indirette — più leggeri.

In molti Paesi dell’Europa continentale (esclusa la Germania, che su questo fronte non è una buona compagnia), la riduzione del cuneo fiscale è sull’agenda politica ormai da anni e sono già stati compiuti molti passi concreti. In Francia gli oneri sulle retribuzioni più basse sono stati significativamente ridotti a partire dal 1993, anche per i salari superiori al minimo. A questa parziale de-contribuzione il governo ha recentemente affiancato un nuovo schema di credito d’imposta (prime pour l’emploi) volto ad elevare la retribuzione netta e accrescere così gli incentivi al lavoro.

In Belgio due riforme del 1998 e del 1999 hanno progressivamente diminuito i contributi sulle retribuzioni fino a circa 1.500 euro, con un’aliquota proporzionalmente più bassa per le retribuzioni di lavoratori a tempo parziale. In Austria i salari più bassi sono stati esentati dalla contribuzione pensionistica e sanitaria proporzionale e assoggettati ad una contribuzione a somma fissa su base volontaria.

Ma il paese che ha compiuto i passi più ambiziosi nell’area continentale è stato senza dubbio l’Olanda. Qui la contribuzione sociale è stata largamente incorporata dall’imposizione personale del reddito durante gli anni Novanta. Sui primi 8.700 fiorini di imponibile non si paga nulla; l’esenzione contributiva rimane sino a retribuzioni pari al 115% del salario minimo. L’Olanda ha registrato nel corso dell’ultimo decennio l’incremento più marcato di tutta l’area Ocse proprio nel settore dei servizi orientati al consumatore: dal 31,5% del 1990 al 34,9% del 1997, di contro a una media Ocse del 32,4% e 33,6% rispettivamente.

Insieme alla Germania, il nostro paese è invece rimasto in panchina. Di ridurre gli oneri sociali si parla da tempo, è vero, e specifici impegni erano stati presi col famoso Patto di Natale del 1998. Ma ben poco è stato fatto in pratica. Come ha sostenuto ieri su questo giornale Tito Boeri, una politica di sgravi contributivi sui bassi salari potrebbe avere effetti molto benefici, soprattutto laddove si concentrano problemi e storture: la disoccupazione giovanile e l’economia sommersa nel Mezzogiorno. Secondo il ragionamento di Boeri, la parziale de-contribuzione delle retribuzioni più basse non necessiterebbe di grossi sforzi compensativi in termini di finanza pubblica.

Va poi osservato che questo tipo di misura sarebbe del tutto in linea con quel percorso di graduale avvicinamento a ipotesi tipo "dividendo sociale", di cui si è tanto parlato in queste ultime settimane: nei paesi dove sono state introdotte imposte negative sono stati anche eliminati (o non sono mai esistiti) i contributi sociali sui redditi più bassi. Non resta dunque che passare alla svelta dai patti ai fatti. E per dirla con Michel Rocard, ardente promotore del prime pour l’emploi francese: « Non siate timidi, compagni».