Da operai a esuberi – di L.Gallino

06/12/2002

6 dicembre 2002
 
Pagina 1 e 17 – Commenti
 
 
Da operai a esuberi

          LUCIANO GALLINO


          DALLA fallita trattativa sulla Fiat escono sconfitti in tre: l´azienda, il governo e il sindacato. Le conseguenze saranno onerose per tutti. L´azienda non può illudersi di portare a buon fine il suo piano industriale come se nulla di rilevante fosse accaduto. Per realizzare le parti propositive del piano stesso – il lancio di nuovi modelli, la ristrutturazione degli stabilimenti, gli incrementi di produttività – e possibilmente per migliorarlo, nel suo stesso interesse, essa avrebbe avuto infatti bisogno sia del consenso, sia delle competenze del sindacato e dei lavoratori che questo rappresenta. Perché non ci sono ordini o disegni calati dall´alto che tengano: la qualità del prodotto e l´andamento complessivo del flusso produttivo dipendono all´inizio dalla credibilità del piano industriale, che sarà tanto più credibile quanto più è condiviso dalle rappresentanze sindacali – la cui competenza economica e manageriale è in genere sottovalutata – e alla fine dall´intelligenza e dalle mani delle singole persone.
          La Fiat ha avuto la meglio sul sindacato, ma al tempo stesso si è probabilmente costruita dinanzi, per i prossimi mesi e anni, un percorso ad ostacoli in grado di sfiancare perfino soggetti al massimo della forma. Il che non sembra essere il caso dell´azienda torinese.
          Il governo ha ignorato la crisi Fiat sino alle ultime settimane, quando essa era ormai evidente da almeno un anno. Da quando cioè vi sarebbe stato tempo e modo per avviare una discussione approfondita sulle alternative possibili per risanare la Fiat senza cadere nell´assistenzialismo di Stato, e coinvolgendo in essa – perché no? – anche la General Motors o altre case automobilistiche. Dopodiché ha proceduto con dichiarazioni in libertà di vari ministri, e proposte cincischiate come sono inevitabilmente quelle buttate lì all´ultima ora, in specie da chi sembra avere un´idea piuttosto vaga di che cosa sia un´industria manifatturiera.

          Che la politica economica non fosse il punto di forza di questo governo, alcuni avevano cominciato a capirlo da tempo. Adesso è forse cresciuto il numero di coloro che lo hanno capito a fondo.
          Quanto al sindacato, questa sconfitta sarà accolta con frustrazione e risentimento da decine di migliaia di lavoratori. Quelli che da lunedì perdono il lavoro, e quelli che avran paura di perderlo, quale che sia il punto in cui sono collocati nella infinita filiera della produzione automobilistica: dipendenti Fiat, terzisti, addetti alla componentistica, specialisti di servizi per l´auto, conducenti di bisarche, meccanici, fino ai tipografi che stampano i manuali per l´azienda. Una massa di lavoratori frustrati e risentiti che saranno un po´ meno disponibili a riconoscersi rappresentati dal sindacato, e un po´ più disponibili a cercare altre modalità per far sentire la propria voce, oppure a rifugiarsi nell´astensionismo, o nella disperata ricerca di soluzioni individuali, quali che siano. Che è precisamente il punto cui voleva condurli la politica imprenditoriale degli ultimi lustri.
          Ci vorrà del tempo a tutto il sindacato per riparare questa ferita, e certo ancora più tempo perché imprenditori e governo si rendano conto che un sindacato forte e rappresentativo – quello stesso, l´insieme delle tre confederazioni, su cui oggi hanno calato il colpo – è uno strumento indispensabile per regolare i conflitti prima che essi si inaspriscano in modi non sempre prevedibili, specie in tempi come gli attuali di crisi diffusa.
          C´è però un soggetto individuale che, se possibile, ieri è stato sconfitto ancora più duramente dei soggetti collettivi sopra ricordati. Al tempo stesso figura simbolica e persona in carne ed ossa, quest´altro sconfitto è l´operaio (od operaia che sia). In realtà la sua sconfitta è cominciata molto tempo fa, quando una schiera di commentatori e studiosi, tra i quali molti di sinistra, hanno preso a sostenere che nella nuova economia l´operaio non esisteva più. Se per caso se ne vedeva ancora qualcuno in giro – caso non raro, visto che sono ancora più di sette milioni – si trattava di residui della rivoluzione industriale, assicurava la vulgata, numeri ed entità di nessun conto. E´ la liquidazione simbolica dell´operaio che ha permesso, in modo sempre più agevole, di compiere i passi successivi. Come considerare l´operaio un´entità marginale nel sistema economico, sostituibile a piacere con una macchina, o con qualcun altro disposto a lavorare per un quinto o un decimo del suo salario. O, meglio ancora, da ridurre nelle condizioni di oggetto superfluo, per il quale non esiste più alcun uso concepibile.

          In fondo, l´atroce termine di "esubero" significa esattamente questo. Se in futuro si vorranno evitare altre sconfitte come quelle molteplici e incrociate del caso Fiat, bisognerà pure ricominciare – tanto nei comportamenti delle imprese come negli studi e nei media – a restituire la dignità e il riconoscimento sociale che le spettano alla figura dell´operaio.