Da colf a commessa. Un sogno?

03/05/2004



 
   
1 Maggio 2004
INCHIESTE

 


ALMATERRA

Da colf a commessa. Un sogno?

Cinquanta immigrate si sono «emancipate» dal lavoro di cura
Spezzare la catena del lavoro di cura è il sogno di quasi tutte le donne immigrate. Pochissime sono riuscite a realizzarlo. E perché succeda occorre «un duro lavoro», dice Maria Viarengo (padre astigiano, madre etiope) di AlmaTerra, l’associazione di donne native e migranti da dieci anni punto di riferimento a Torino. Grazie a quattro progetti, ideati e realizzati da AlmaTerra, una cinquantina di immigrate hanno smesso di fare le colf, le baby sitter o le badanti. Fanno le commesse alla Coop e all’Ikea, lavorano ai terminali del Centro servizi informatici della Regione Piemonte e agli sportelli del San Paolo e di Banca Intesa. Maria ha coordinato quest’ultimo progetto, dalla raccolta dei curricula (una sessantina) all’assunzione a tempo pieno e indeterminato in banca di dodici immigrate. Il corso di formazione, lo stesso seguito dagli italiani, è durato sei mesi «intensi». Un piccolo contributo ha permesso alle immigrate di frequentarlo senza l’assillo della sopravvivenza. «Le banche non ci hanno fatto la carità. Gli immigrati sono una fetta in crescita della loro clientela. Hanno bisogno di personale che agli sportelli sappia trattare con loro». Più che le banche, l’osso duro sono stati gli enti locali. Al massimo scuciono qualcosa per formare le assistenti sanitare per gli anziani: cambia il luogo, la casa di riposo, ma il lavoro assomiglia molto a quello della badanti. «Abbiamo faticato a convincere Comune e Regione che è stupido sprecare una forza lavoro ricca, che arriva già formata senza che lo Stato abbia speso una lira per produrla», racconta Maria. Le dodici donne assunte in banca sono tutte laureate o diplomate, qualcuna con esperienza anche in ruoli dirigenti. Superato lo scettismo di Comune e Regione, il progetto è decollato. E il risultato di dare «visibilità, valore e autonomia» alle donne immigrate è stato conseguito.

Resta una goccia nel mare di donne che ogni anno transitano da AlmaTerra. Quasi tutte colf, baby sitter, badanti. Qualcuna riesce a fare il salto nelle imprese di pulizia (e spesso va a star peggio), qualcuna in coppia con il marito conquista una portineria, posti in «fabbrica» non ce n’è per nessuno. Da qualche mese il mercato del lavoro di cura è fermo. Forse è saturo o forse la badante in regola costa troppo. L’unica domanda che tira – ma torniamo ai piccoli numeri – è quella di mediatrici culturali. Le richiedono scuole, ospedali, carceri. Ne avesse cento «pronte», AlmaTerra le collocherebbe tutte.

Di donne italiane che si tormentano nei sensi di colpa perché scaricano sulle immigrate il lavoro di cura, Maria ne conosce poche. «Se la colf ha la laurea e parla tre lingue qualche domanda imbarazzante la padrona se la pone. In genere, però, le donne italiane sono contente d’aver risolto un problema». D’altra parte, non assumere un’immigrata per non partecipare a un’ingiustizia globale è un purismo individuale che danneggia innanzi tutto l’immigrata che «ha bisogno di lavorare». Sono problemi che accompagnano la storia, che non comincia adesso, delle migrazioni femminili. «Era peggio quando le balie italiane andavano in Francia e lasciavano i loro figli qui a morire». (M.CA.)