Da Cofferati a Epifani passando tra i rami dell’Ulivo

22/10/2002

          22 ottobre 2002

          L’invito del segretario generale al centrosinistra, nell’intervista a “l’Unità”, a confrontarsi sui problemi, senza intromissioni e pregiudiziali
          Da Cofferati a Epifani passando tra i rami dell’Ulivo

          Bruno Ugolini
          Sciopero generale, un paio di
          giorni dopo. Appare digerita
          perfino la un po’ meschina disputa
          sulle cifre dei partecipanti.
          Questi ultimi sono presenti in carne
          ed ossa, visibili, per i posteri, in
          foto e filmati. Tutti possono contare
          quanti erano e giudicare come
          vogliono. Traendone le dovute conseguenze.
          Nessun Sorel dalle ansie
          rivoluzionarie abita, in ogni caso,
          in Corso D’Italia, dove ha sede la
          Cgil e nessuno voleva far precipitare
          di colpo il governo Berlusconi.
          C’erano di mezzo, hanno fatto notare,
          anche nei comizi non disertati,
          fondamentali questioni sindacali,
          sia pur con evidenti risvolti politici.
          È da registrare, in ogni modo, qualche
          fatto politico. È difficile negare,
          ad esempio, che una giornata come
          quella di venerdì non riesca ad inci-
          dere nelle coscienze e a determinare,
          nonostante l’ostilità dei mass
          media, un senso comune, magari
          gettando un dubbio, un piccolo
          schizzo, sull’immagine immacolata
          (si fa per dire) del governo Berlusconi
          e, soprattutto, sui suoi adempimenti.
          Molti cominciano a ragionare. Persino
          il vicepresidente Fini sostiene
          che bisogna cambiare, ad esempio,
          la legge Finanziaria. Ancora prima,
          per quella stessa legge, avevano
          imprecato il capo degli industriali e
          quello dei commercianti. Ed ora Savino
          Pezzotta, segretario della Cisl,
          fa risalire i “ripensamenti” governativi
          alla propria iniziativa negozia-
          le, ribadendo le divisioni con la
          Cgil. Però aggiunge una frase rilevante:
          «Identifichiamo alcuni terreni
          sui quali fra noi, la Uil e la Cgil
          si possano trovare delle convergenze».
          Non è un’affermazione da buttare.
          Anche perché l’irsuto dirigente
          bergamasco è sembrato sempre
          parco di disponibilità negli ultimi
          mesi.
          C’è poi Guglielmo Epifani che, nell’intervista
          al nostro giornale, ricorda
          lo sciopero unitario già proclamato
          dai metalmeccanici, puntualizza
          tutte le “sintonie” esistenti.
          Sul Sud, sulla Fiat, ad esempio. Sarà
          sufficiente per aprire una nuova
          fase? È presto per dirlo. Certo non
          ci si può aspettare che la Cisl pronunci
          una solenne abiura nei confronti
          di quel patto per l’Italia che
          ormai sembra, del resto, in larga
          misura caduto nel dimenticatoio
          (non, purtroppo, per le misure sul
          mercato del lavoro). O che la Cgil
          abiuri, con altrettanta solennità, la
          sua motivata non firma al medesimo
          patto. È, in fondo, una questione
          di dignità e autonomia, per entrambe
          le organizzazioni.
          Anche per questo crediamo che abbia
          ragione Epifani quando prega
          tutti di non continuare nelle strattonate,
          negli appelli un po’ generici
          all’unità. Quasi a dire: lasciateci lavorare
          in pace. È un riferimento,
          pare, a quanti, nell’Ulivo in particolare,
          vorrebbero una specie di ribaltone
          in Cgil, dopo l’uscita di Cofferati.
          Una pretesa che, oltretutto,
          non fa i conti con la storia di Epifani
          medesimo e della Cgil. Una storia
          di sofferta autonomia. È forse
          utile ricordare che anche durante
          altri governi i rapporti tra la Cgil e
          la sinistra non furono sempre idilliaci.
          Non lo furono, ad esempio,
          con il Pci, durante il governo Craxi,
          quando Lama (e anche Epifani e
          Trentin) avevano accettato in sostanza
          un compromesso sulla scala
          mobile, respinto da Berlinguer e da
          gran parte della Cgil. Non lo furono
          con Prodi: basta far mente loca-
          le alle dispute feroci sui contestati
          tassi d’inflazione programmata che
          condizionavano i rinnovi contrattuali,
          o alla pretesa di fare una legge
          sulle 35 ore, infischiandosene del
          parere sindacale. Per non rievocare
          le discussioni non in punta di penna
          con Massimo D’Alema su come
          combattere il lavoro nero o sulla
          flessibilità nelle piccole aziende.
          Il sindacato, insomma, è un animale
          scomodo, un’organizzazione complessa
          che ha conquistato, ripetiamo,
          una sua autonomia che non
          significa autarchia. E a me sembra
          giusta un’altra affermazione di Pezzotta:
          «Non crediamo che in un sistema
          bipolare sia necessario sceglie-
          re da che parte stare, siamo convinti
          che ci si debba confrontare con
          entrambi gli schieramenti, partendo
          dai valori e dagli obiettivi del
          sindacato». Ecco il punto, bisogna
          giudicare «valori e obiettivi del sindacato».
          È l’invito dolente di Epifani a discutere
          sui contenuti, senza strattonate.
          Una battaglia parlamentare coesa
          e univoca dell’Ulivo per mutare
          la legge Finanziaria, per dare risposte
          vere al Mezzogiorno, per appoggiare
          proposte giuste sulla Fiat, per
          impedire tagli alle spese sociali, magari
          anche per far passare regole
          sulla rappresentanza sindacale (come
          nel pubblico impiego) e affossare
          residue velleità sull’articolo diciotto.
          Ecco un modo serio per aiutare
          l’unità sindacale.
          Senza star lì a spiare le mosse del
          medesimo Guglielmo Epifani per
          vedere se ha lo stesso passo ferreo di
          Sergio Cofferati o si muove con più
          eleganza e duttilità.