“Cultura&Informazione” Tronti: Che fare dell’Occidente?

11/04/2003




            11 Aprile 2003
            Che fare dell’Occidente?
            Commento in diretta alla presa di Baghdad, ultima puntata di un film cominciato nell’89. Golia senza Davide: la guerra del declino americano, lo scontro di civiltà che diventa scontro di barbarie, il linguaggio politico che diventa linguaggio religioso. La sconfitta del pacifismo, i guasti delle democrazie reali. In gioco, il futuro dell’Occidente fra Kultur e geopolitica, e il ruolo di un’Europa aperta a est e a ovest. Intervista con Mario Tronti
            IDA DOMINIJANNI

            Parlo con Mario Tronti mentre in televisione scorrono le immagini dei carri americani che entrano a Bagdad e degli idoli del regime di Saddam che vengono distrutti. Ancora poche ore prima, quando ci siamo dati appuntamento, nessuno prevedeva che finisse così in fretta. E’ un film già visto sul calare del Novecento: regimi che crollano come birilli sotto le insegne vincitrici di una democrazia occidentale che nel frattempo si sfigura a sua volta.

            Commentiamo in diretta: com’è finita, in Iraq?

            E’ finita secondo i moduli della storia più antica, quella che ci ha insegnato Tucidide ai tempi del Peloponneso: con la vittoria del più forte. Quando la sproporzione delle forze è gigantesca, non c’è niente da fare: non è più vero che può vincere il più debole se è anche il più abile – e stavolta oltretutto il più debole non era il più abile. Non c’è più Davide, c’è solo Golia.

            La vittoria militare americana è schiacciante, né c’è mai stato dubbio che lo sarebbe stata. E’ anche una vittoria politica schiacciante?

            Se stiamo all’immagine sì. Torna l’immaginario politico ricorrente dall’Ottantanove in poi: muri che crollano, statue che cascano, regimi che si squagliano, capiregime che scompaiono, e la democrazia che trionfa. Se scaviamo sotto i fotogrammi di questo film, le cose però si fanno più complicate. La classe dirigente che ha preso il potere negli Stati uniti ha indubitabilmente un Dna molto aggressivo, ma questa aggressività segnala a mio avviso una posizione di relativa debolezza. Il dispiegamento di forza militare e tecnologica, ad esempio, stavolta è stato evidentemente troppo sproporzionato rispetto all’obiettivo tutto sommato facile da abbattere. Perché questa continua sovraesposizione di forza davanti al mondo? Una potenza realmente sicura di sé non ne avrebbe bisogno. La verità è che, mentre alimentano l’immagine di una potenza in continua ascesa economica, politica e geostrategica, i neoconservatives percepiscono il declino dell’egemonia statunitense, della civilization americana che ha portato ai suoi esiti estremi la grande avventura della modernità occidentale. E ne deducono che la prima cosa da fare è arrestare questo declino in qualche modo, per poi ripartire. Hanno un incubo, l’avvento del secolo asiatico dopo il secolo americano, una sorta di fatalità che accusano l’Europa di accettare con rassegnazione.

            Del resto, il grido di Huntington sullo scontro di civiltà partiva proprio da questa diagnosi.

            Sì, da pensatore realista qual è Huntington aveva individuato il punto, anche se ne traeva conclusioni sbagliate. Nella scelta strategica della «guerra preventiva infinita», e già prima nei documenti degli anni Novanta che la preparavano, tutto questo substrato di paure è venuto a galla: più che un eskaton ci vedo un katechon , più che l’idea di una salvezza da raggiungere il tentativo di trattenere una catastrofe imminente, mettendo dei valli ai confini del continente asiatico, dall’Afghanistan all’Iraq alla Turchia – il che spiega perché quegli «stati canaglia» e non altri, perché fanno problema le armi chimiche di Saddam e non l’atomica della Corea del Nord. Questa strategia indica una debolezza americana. Una potenza davvero egemone, di fronte a una crisi dell’Occidente che faceva intravedere la contaminazione con altre civiltà, avrebbe scelto la via del confronto, dell’inclusione, dell’integrazione, non del trattenimento.

            In questa guerra c’è stata una inedita commistione fra lessico politico e lessico religioso. Ha a che fare con quello che stai dicendo?

            Sì, perché l’esportazione della democrazia in Iraq ha assunto l’aspetto di una sorta di evangelizzazione, tipica di una chiesa che deve trattenere il demonio per salvare quelli che ne sono sedotti. Nella guerra in Kosovo, che pure era sbagliata, queste toni messianici non c’erano e il linguaggio era ancora quello dell’universalismo laico: c’era un’operazione di polizia giustificata in nome dell’etica dei diritti. L’uso politico del sacro che abbiamo visto stavolta a me pare, dopo la morte dei civili, l’aspetto più indecente di tutta la faccenda. L’indice di una regressione dal processo di secolarizzazione a «grandi narrazioni» molto più rozze di quelle di tipo emancipatorio dichiarate morte dopo l’89.

            Con due fondamentalismi, quello cristiano e quello islamico, che ormai calcano la scena della politica.

            Entrambi negando in radice le grandi origini delle due religioni. Ma mentre il fondamentalismo islamico è un fondamentalismo dal basso, che corrisponde a una condizione endemica di subalternità, miseria e esclusione, il fondamentalismo cristiano americano è il portato di un’elite politica precisa, che l’ha scientemente adottato. Alla fine, nella guerra in Iraq è precipitato lo scontro non fra due civiltà ma fra due barbarie: stavolta la condanna della guerra coincide con la condanna dei suoi protagonisti.

            Però la retorica, politico-religiosa, resta quella dello scontro di civiltà. Con l’ingresso del primo carrarmato a Baghdad si levano, in Italia non meno che negli Stati uniti, gli inni alla vittoria dell’Occidente e del suo prodotto più esportato, la democrazia. Mentre a me pare che l’immagine dell’Occidente esca assai compromessa dalla dottrina della guerra preventiva e dalla sua prima applicazione in Iraq.

            Non solo l’immagine dell’Occidente inteso come Kultur, ma anche il futuro geopolitico dell’area che sta sulle due sponde dell’Atlantico. Il problema adesso è proprio questo: che fare dell’Occidente? Si apre un capitolo politico nuovo, difficile da praticare. C’è da decifrare la frattura fra Stati uniti e Europa provocata dalla guerra, che non si ricomporrà facilmente: Schroeder, Chirac, Putin non possono subire passivamente la vittoria americana – anzi, della parte peggiore dell’amministrazione americana – e lo scacco che ne ricevono. Ora, a differenza della sventura che ci vedono tutti, non solo a destra ma anche a sinistra, io in questa frattura vedo un’occasione politica carica di potenzialità. Se la sinistra europea avesse una classe dirigente, cioè esattamente quello che le manca, ci saprebbe riconoscere un terreno di grande politica, di politica-mondo. Perché a questo punto l’Europa, con le sue due porte aperte sull’est e sull’ovest, deve proporsi come ponte fra Oriente e Occidente, e contribuire così a delineare per l’Occidente un destino non imperiale. E’ questo l’unico modo per riaprire e rilanciare i rapporti con gli Stati uniti, indicando la strada di un’altra risposta, non aggressiva ma di crescita e di trasformazione, al declino americano. Voglio dire che è vero che non c’è Occidente senza gli Stati uniti, ma è anche vero che gli Stati uniti, se lasciati a se stessi, prendono la strada di un isolamento aggressivo e distruttivo. Mentre se si reinseriscono in un Occidente più vasto, a sua volta aperto a Oriente, possono ritrovare la vitalità di cui pure sono capaci.

            D’accordo, ma quale Europa dovrebbe farsi promotrice di questo progetto? L’Europa non è la risposta al problema, è una parte del problema. Anche Blair vuol fare da ponte fra Europa e America, a modo suo.

            Non l’Europa di Blair, evidentemente, ma quella franco-tedesca, che già dialoga con la Cina e la Russia, e più in generale l’Europa che sta all’opposizione della dottrina Bush. L’Europa che può parlare a quella parte tutt’altro che insignificante della società americana che sta anch’essa all’opposizione, ma che dopo l’11 settembre non è riuscita a trovare la via per ritornare in campo come grande soggetto politico democratico. E però deve trovarla, se non vogliamo che Bush si consolidi: oggi come oggi, ha la rielezione in tasca.

            Un’Europa-ponte dev’essere anche un’Europa-potenza? Questione non marginale, in tempi – ardui – di costruzione dell’Unione e di definizione delle sue competenze, comprese quelle in materia di sicurezza e di politica estera.

            Inevitabilmente sì, dev’essere anche un’Europa-potenza, cioè un’Europa in grado di fare da forza di contrasto all’unilateralismo americano. Abbiamo passato quattordici anni a parlare dei disastri del vecchio bipolarismo, ed eccoci ora immersi nei danni del nuovo unipolarismo. Non abbiamo saputo fare i conti davvero con quello che comporta non tanto il pensiero unico, quanto la potenza unica. La stessa figura dell’Impero proposta da Negri e Hardt, che colloca il potere globale non negli Stati uniti ma in una struttura mondiale, in un certo senso ha contribuito a mettere in ombra il fatto che negli Stati uniti si è realizzata una potenza di livello unico. E come si contrasta, una potenza così? Lo so che qui faccio la parte antipatica del solito sostenitore del modello della forza nelle relazioni internazionali: ma io non credo che si contrasti con la moltitudine, bensì con un equilibrio di potenze. L’Europa-ponte deve emergere come campo culturale aperto all’Oriente, come differenza culturale dal cuore nero dell’America, ma deve avere anche la forza di una potenza di contrasto dell’unilateralismo americano. La preparazione e la conduzione della guerra all’Iraq dimostrano che gli Stati uniti possono fare, militarmente parlando, quello che vogliono, quando vogliono, come vogliono. Questo strapotere non si ferma solo con le bandiere arcobaleno alle finestre. Crudamente io dico: c’è stata una sconfitta del pacifismo, bisogna avere il coraggio di guardarla in faccia. L’immagine delle due superpotenze, gli Usa e l’opinione pubblica, inventata dal New York Times, è suggestiva e incoraggiante quando facciamo i cortei, ma è falsa: ci può essere un’opinione pubblica enorme ma impotente, a fronte di una potenza solitaria priva di forze di contrasto.

            Non sono d’accordo: dipende dal metro di misura. Certo, se l’unico metro di misura è quello della forza, hai ragione tu. Però a me pare che l’immagine del
            New York Times cogliesse una verità: ci sono state davvero due potenze in campo, quella militare americana e quella del movimento globale no-war. Il problema è che sono due potenze asimmetriche, più che opposte, per natura e obiettivi. E che, come i fatti hanno dimostrato, la prima può tranquillamente prescindere dalla seconda, anche se quest’ultima fosse di proporzioni oceaniche. Questo mi pare un lascito serio della guerra in Iraq: le nostre democrazie sono ormai strutturalmente segnate da questa scissione fra sistema politico e opinione pubblica.

            Su questo sono d’accordo, c’è in campo il problema, urgente, del rapporto guerra-democrazia. L’homo democraticus è ostile alla guerra, per ragioni etiche, essendo educato alle promesse della tolleranza, e per ragioni edonistiche,essendo un soggetto apatico e consumista. Il Pentagono non aveva previsto questo nuovo pacifismo democratico, e quando l’ha visto non ne ha tenuto conto. E’ vero, in questo c’è una asimmetria che la dice lunga sullo stato della democrazia reale. Il mio problema oggi infatti non sono tanto i pericoli, su cui insisteva pochi giorni fa sul manifesto Alberto Asor Rosa, che la guerra comporta per le libertà democratiche. E’ il fatto che i sistemi democratici hanno in corpo una sorta di totalitarismo mascherato: se non possono più fare la guerra con la mobilitazione totale, la fanno non tenendo conto della mobilitazione no-war. E la fanno perché l’opinione pubblica, che è un prodotto squisitamente democratico, non ce la fa a metterli realmente in difficoltà. Questo sul versante no-war. Sul versante pro, nel frattempo, agiscono gli strumenti classici di manipolazione. Lato totalitario e lato comunicativo insomma si tengono, nelle democrazie contemporanee. Morale: anche da questa guerra viene fuori la necessità di una critica della democrazia. Delle contraddizioni e delle aporie interne ai sistemi democratici. Un altro campo di iniziativa politica immenso, se solo la sinistra la smettesse di accodarsi al coro monotonale della religione democratica.

            Venerdì si apre a Siena un convegno su guerra e pace. Il tuo intervento parte da un motto di Aron, «Pace impossibile, guerra improbabile», che risale ai primi anni Sessanta. In che chiave lo rileggi oggi?

            Nella chiave dell’equilibrio delle forze, appunto. Il discorso di Aron, che era un conservatore liberale, uno spectateur engagé come si definiva, matura fra il `60 e il `61, quando la Guerra fredda stava diventando coesistenza pacifica. A sua volta, Aron rilegge le due formule di Clausewitz – la guerra come annientamento e distruzione dell’avversario, la politica come supremazia sulla guerra – e sostiene che ciò che decide fra l’una e l’altra è la condizione dell’equilibrio delle forze. Se c’è equilibrio delle forze, c’è politica sopra la guerra; se non c’è, c’è guerra di distruzione e annientamento – come in Iraq. Aron vedeva nell’equilibrio del terrore, cioè nell’atomica, un fattore di deterrenza, e aveva ragione: l’eventualità della distruzione totale obbligava al primato della politica sulla guerra, in una situazione in cui la pace era impossibile per via della confrontation fra i due blocchi, la guerra improbabile per via della paura della distruzione totale. Oggi, io credo, dobbiamo ripensare questo discorso nella confrontation fra armi di distruzione e terrorismo.

            Che però, di nuovo, sono due armi asimmetriche, mentre durante la Guerra fredda la deterrenza si basava sul possesso simmetrico dell’atomica. E molto più asimmetrici dei due blocchi sono i due «nemici» che si confrontano oggi …

            Sì, ma ambedue sono armi di distruzione, e l’asimmetria comporta che non si può usare l’atomica contro il terrorismo, e nemmeno il viceversa. Dunque, la supremazia della politica sulla guerra ritorna come unica alternativa possibile contro la spirale guerra-terrorismo. E tanto più in una così forte asimmetria fra i contendenti, la politica deve trovare nuove forme, nuovi linguaggi, nuove istituzioni, per entrare a contatto con le società in cui il terrorismo prende piede. Ci sono invenzioni istituzionali extraoccidentali di cui farsi carico, per la sinistra europea, oltre la Costituzione dell’Unione. Non si può esportare la democrazia come un prodotto impacchettato, gli americani l’hanno già visto in Afghanistan e lo vedranno ancora meglio in Iraq.

            Finiamo sull’Europa. Da Kagan in poi, circola in un certo antieropeismo americano l’immagine di un’Europa che può prendersi il lusso di acquietarsi sulla pace e la legge di Kant perché dall’altra parte dell’oceano ci sono gli Stati uniti che fanno il lavoro sporco della guerra riscoprendo il Leviatano di Hobbes. L’altro ieri, Giuliano Amato ha controproposto Locke a Kant. Anche questo
            repechage dalla galleria dei classici fa molto post-modern. Tu quale busto scegli?

            Mettiamola così: per superare questa frattura tanto vale ripartire da Hegel. Che faceva sia il lavoro sporco dello Stato prussiano sia quello pulito di dare una forma costituzionale allo Stato moderno.