“Cultura&Informazione” Tiro alla fune per la «giusta mercede»- P.Ichino

16/06/2003





      sabato 14 giugno 2003

        Esce l’opera dedicata da Pietro Ichino al contratto di lavoro. Ne anticipiamo alcune pagine sul tema della retribuzione
      Stato e mercato, tiro alla fune per la «giusta mercede»

      di PIETRO ICHINO

        Il precetto della «giusta mercede all’operaio» ha radici antichissime nella nostra cultura: esso compare già nell’Antico Testamento, poi nella scolastica medioevale; ma la questione se e come l’ordinamento giuridico possa e debba intervenire a determinare la misura del salario, ovvero a correggere gli effetti del libero mercato, ha incominciato a porsi soltanto dopo la rivoluzione industriale. All’inizio del secolo XX potevano schematicamente distinguersi due teorie contrapposte. Secondo la prima, riconducibile alla linea di pensiero che andava da Smith a Mill e a Marshall, qualsiasi intervento autoritativo che avesse imposto un livello retributivo diverso da quello prodotto spontaneamente dal mercato avrebbe generato disoccupazione e perdita di ricchezza. In questo ordine di idee, la «giusta retribuzione» corrisponde al prezzo normale della forza lavoro nel libero mercato; contrattazione collettiva e pubblica autorità possono intervenire a correggere soltanto eventuali scostamenti individuali dallo standard, dovuti a circostanze particolari.
        La posizione contrapposta, tributaria soprattutto delle opere di Ricardo e Marx, era quella che teorizzava invece la possibilità, entro un determinato limite massimo, di una correzione del livello generale delle retribuzioni rispetto all’equilibrio spontaneo del mercato, senza che ne derivasse uno squilibrio nel sistema economico. In altre parole, più note al dibattito politico anche recente, la retribuzione poteva, entro quel limite massimo, considerarsi come una variabile indipendente del sistema, suscettibile di essere utilmente governata per legge o negoziazione collettiva senza che ne derivasse, nell’immediato, una riduzione della quantità di ricchezza prodotta e da spartire: l’equilibrio non soffre se il surplus viene diviso tra padrone e operaio in un modo o in un altro.
        All’indomani della Prima guerra mondiale una nuova teoria economica scompagina i termini della questione: Keynes osserva come il mercato sia impedito a produrre spontaneamente la piena occupazione, a causa di una carenza di domanda, combinata con un fenomeno generale di rigidità verso il basso dei livelli salariali nominali. Poiché ne consegue un certo tasso di disoccupazione strutturale, la piena occupazione secondo K. può essere garantita soltanto dalla creazione per così dire «artificiale» di domanda di manodopera mediante opportuni investimenti pubblici. Il paradigma keynesiano apre spazi sconfinati all’intervento dello Stato nel mercato del lavoro; ma non in funzione della fissazione diretta di minimi inderogabili di trattamento dei lavoratori, bensì in funzione dell’incremento della domanda di lavoro.
        Il fenomeno della rigidità dei livelli retributivi nominali verso il basso troverà spiegazioni e sistemazioni teoriche più compiute negli studi di economia del lavoro della seconda metà del secolo, caratterizzati dall’importanza attribuita ai fattori peculiari di distorsione del funzionamento del mercato del lavoro rispetto al modello della concorrenza perfetta: di questo si occupano, in particolare, le teorie insider/outsider e le teorie dei salari di efficienza. Anche per effetto di queste teorie, il fuoco del dibattito di politica del lavoro si sposta dal problema di adeguare in aumento le retribuzioni di chi lavora a quello di evitare, semmai, che l’anelasticità delle retribuzioni di chi lavora impedisca l’accesso al lavoro di altri: dal problema della «giusta retribuzione» a quello del «diritto al lavoro». Questo non significa, però, che l’economia del lavoro moderna disconosca l’esistenza – anche nei mercati del lavoro più evoluti – di distorsioni cui conseguono effetti depressivi sulle retribuzioni: al contrario, la scienza economica degli ultimi decenni individua nuovi modi di manifestarsi di quelle distorsioni a favore del datore di lavoro o committente (il fenomeno del monopsonio dinamico e le nuove forme di dipendenza economica), che costituiscono altrettante giustificazioni razionali dell’intervento correttivo pubblico o sindacale a sostegno degli standard di trattamento.
        La realtà è che ciascuno dei modelli proposti dalla scienza economica negli ultimi due secoli mette in luce un aspetto del funzionamento del mercato del lavoro, più o meno rilevante a seconda delle circostanze. In corrispondenza con ciascuno dei diversi possibili contesti, il problema della garanzia della «giusta retribuzione» di chi lavora e quello della garanzia del «diritto al lavoro» di chi il lavoro non ce l’ha si pongono in termini parzialmente differenti. Donde la necessità di una risposta dell’ordinamento via via più articolata e attenta alla complessità crescente del problema.
        Va infine menzionata una questione nuova, che ha fatto irruzione nel panorama del diritto del lavoro per effetto dell’integrazione dell’ordinamento nazionale in quello comunitario e che apre un nuovo terreno di indispensabile cooperazione tra economisti e giuristi del lavoro: la questione della tutela del consumatore e dell’utente contro la rendita monopolistica che i lavoratori di un settore possono conseguire, quando la concorrenza tra le imprese nel mercato dei servizi sia limitata dalle norme protettive del lavoro. Al problema della giusta retribuzione di chi il lavoro ce l’ha e a quello del diritto al lavoro di chi ancora non ce l’ha si aggiunge così il problema del bilanciamento dell’interesse dei lavoratori con quello dei consumatori e degli utenti.


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