“Cultura&Informazione” Prove tecniche di giornalismo teleguidato – di G.Triani

12/05/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
110, pag. 38 del 10/5/2003
Giorgio Triani

La guerra in Iraq e l’informazione.
Prove tecniche di giornalismo teleguidato

Con la fine delle ostilità in Iraq, ufficialmente dichiarata sabato scorso da George Bush, si può iniziare a tracciarne il bilancio mediatico. Con la consapevolezza che il lungo processo di sottomissione delle ragioni dell’informazione a quelle della guerra si è completato.

La propaganda, come decisivo strumento bellico, ha infatti debuttato nella prima guerra mondiale: il celebre libro di Lasswell, Propaganda techniques in the world war, del 1927, è il primo contributo teorico e nello stesso tempo l’atto iniziale degli studi sulla comunicazione di massa.

La seconda guerra mondiale ha invece pienamente rivelato la potenza dei mezzi di comunicazione, la devastante efficacia della combinazione, per noi italiani, dei bombardamenti e di Radio Londra.

È stata però la guerra nel Vietnam a inaugurare la living room war, la guerra servita con i tg all’ora di cena e che, alla lunga, per effetto di continua esposizione all’orrore, convinse l’opinione pubblica americana a dire basta.

Forse è eccessivo sostenere che più del generale Giap furono i grandi network statunitensi a sconfiggere il Pentagono, certo è che nella guerra del Golfo del 1991 la prima mossa dello stato maggiore Usa fu di rendere la guerra invisibile, impedendo la libera circolazione di giornalisti e di immagini.

Annunciata come la prima guerra televisiva, in realtà si vide solo il cielo verde di Baghdad solcato dai traccianti luminosi dei missili e della contraerea. Anche per questo fece la sua comparsa il termine videogame. Ma l’esaltazione della guerra chirurgica e delle bombe intelligenti fu possibile solo grazie all’inquadramento dei giornalisti: divisi in pool e invitati ai briefing militari come al tè delle cinque o accompagnati sugli aerei in missione come al luna park.

L’informazione embedded, che ha caratterizzato il recente conflitto iracheno, è stata la logica evoluzione delle prove tecniche di giornalismo intruppato iniziate nella prima Gulf war.

Ma in mezzo ci stanno anche le decisive acquisizioni teorico-pratiche fatte con la guerra iugoslava e ancor più con quella del Kosovo: due conflitti che hanno profondamente modificato idee e visioni tradizionali. In primo luogo affermando che le guerre si vincono non solo con le bombe e la diplomazia ma anche con le immagini; in secondo luogo trasformando l’ex Iugoslavia in un set televisivo, acceso 24 ore al giorno e perciò capace di alimentare un sinistro reality show: cannoneggiamenti in diretta, cronache degli assedi alle varie enclave, vita quotidiana a Sarajevo sotto mira di un cecchino, attentati ai mercati, cronache di stupri etnici.

Insomma, di tutto e di più: ma soprattutto falsi diventati storici come i reportage della tv di Belgrado sulle angherie che i serbi subivano in Bosnia e Kosovo.

Ma il caso massimamente emblematico e riassuntivo di questo complesso gioco di disinformazione fu il bombardamento che ridusse quasi al suolo Pristina. Visto il palleggio di colpe (sono stati i missili della Nato; no, quelli di Milosevic), il portavoce dell’Alleanza atlantica, il generale inglese David Wilby, dichiarò ufficialmente guerra alla televisione serba: ´Milosevic ci dia sei ore al giorno per trasmettere programmi delle tv occidentali oppure bombarderemo ripetitori e stazioni televisive’. Alcuni giornali italiani titolarono ´Entra in guerra la par condicio’.

Nella guerra contro Saddam si è proceduto subito, essendo diventata un’assoluta ovvietà bellica, all’annientamento del potenziale televisivo del rais. Mentre la prima azione di propaganda post bellica è stata di trasmettere le immagini televisive di Blair e Bush che si rivolgono agli iracheni in lingua araba. Con esiti però assai dubbi, considerato che nella maggioranza delle case irachene non c’è la tv bensì la radio.

Ma anche questo è stato un danno collaterale, scaturito da quella guerra dell’informazione diventata anch’essa totale, perciò poco propensa a distinguere, e viceversa molto interessata a uniformare. Ma in forme propagandistiche nuove, cioè segnate non dalla limitazione bensì dall’eccesso di informazione.

Nella campagna Iraqui freedom ha debuttato infatti il modello tutta la guerra minuto per minuto, perché caratterizzato da continui collegamenti con gli inviati nei vari teatri di guerra e dal tentativo di pilotarne dallo studio le notizie e le opinioni.

Operazione questa rilevabile dai lapsus che hanno segnato i dialoghi fra i giornalisti presenti sul posto e i conduttori in studio: se i primi, per esempio, parlavano di guerra e di truppe anglo-americane, i secondi traducevano con conflitto ed esercito alleato.

Ma il giornalismo teleguidato si è palesato anche attraverso l’utilizzo massiccio di immagini di repertorio, nel segno di un’apparente visibilità massima corrispondente a una reale opacità assoluta. Insomma, avendo l’impressione di vedere tutto abbiamo finito per vedere niente.

Perché le immagini, soprattutto in tv, non parlano mai da sole. Meno che mai nel momento in cui, come accaduto nella guerra a Saddam, la mediazione del giornalista, ovvero la testimonianza di chi è sul posto, non ha più, o poche, possibilità di essere esercitata direttamente e liberamente.

Ma ricordando che più volte sono state date e poi smentite le notizie di ritrovamenti di fosse comuni e di arsenali chimici, sarà bene ricordare anche quel che è passato alla storia come l’eccidio di Timisoara. Cioè l’ultimo e più crudele massacro di Ceausescu, che generò la rivolta popolare da cui scaturirono la caduta e la morte del dittatore rumeno, ma che si rivelò poi un falso televisivo perfetto.

Avverrà qualcosa di simile per gli arsenali di distruzione di massa di Saddam Hussein? Anche se non ne ha fatto uso, è probabile che le armi proibite, dunque le prove della criminalità del rais, prima o poi verranno trovate. Perché come ha scritto Greg Miller, del Los Angeles Times, riprendendo una fonte Cia: ´In fondo qual era la cosa peggiore che poteva farci, spararci o farci arrivare sin qui senza trovare nulla? Chiaramente la seconda’.

Anche se a ben vedere la ragione principale che ha indotto a scatenare la guerra, appunto il possesso di armi di distruzione di massa, è già stata, se non dimenticata, rimossa, derubricata.

Comunque solo fra un po’ di mesi, forse anche anni, sapremo come sono andati realmente i fatti. Essendo sempre, anzi più che mai, d’attualità, nell’era dei satelliti e delle dirette tv, la celebre affermazione di Mark Twain: ´Una bugia ha già viaggiato per mezzo mondo che la verità si sta ancora mettendo le scarpe‘.

Giorgio Triani