“Cultura&Informazione” Non c’è più l’ala nobile del capitalismo – di G.Turani

21/01/2003





COPERTINA
lunedi 20 Gennaio 2003
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Il Punto

Non c’è più l’ala nobile del capitalismo


GIUSEPPE TURANI


C’è un aspetto della crisi Fiat, che si trascinando fra un accumulo di piani di intervento e di riunioni a tutti i livelli, che merita di essere segnalato. Si tratta della probabile morte, scomparsa totale dalla scena, di quel soggetto economico e finanziario che una volta si chiamava «l’ala nobile del capitalismo italiano». Fino a qualche anno fa, qualunque cosa accadesse, ecco che si muoveva l’ala nobile. C’era il "Corriere" in crisi? Ecco che arriva l’ala nobile. C’era la Snia un po’ così così? Ecco che arriva l’ala nobile. E, comunque, l’ala nobile era sempre presente. Anche quando non interveniva direttamente, consigliava, aiutava, proibiva, sconsigliava. L’ala nobile ha avuto anche una sua sede ufficiale, che era la Gemina (poi trasformata in altro). E dell’ala nobile facevano parte appunto i nobili. Prima di tutto gli Agnelli, i Pirelli e gli Orlando. Quelli cioè che erano su piazza già al tempo dei nostri nonni, e ai quali effettivamente si deve l’avvio dell’industrializzazione del paese. A questi poi si erano aggiunti altri promossi nobili sul campo, come Pesenti e Lucchini. Tutti raccolti intorno a Mediobanca (quella di Enrico Cuccia), i signori dell’ala nobile erano i veri signori della finanza e degli affari di questo paese. Difficile muovere qualche pedina senza il loro permesso.
Con la crisi Fiat di questi giorni, abbiamo visto che l’ala nobile non esiste più. Di fronte alla crisi del nostro maggior gruppo industriale non uno di quei signori si è fatto avanti con una proposta, un milione di euro, o un’idea. Tutti a casa loro, probabilmente in poltrona a guardare la tv (o a fare il conto dei dividendi e delle possibili perdite di Borsa).
Sulla scena sono apparsi, a torto o a ragione, altri personaggi: Colaninno, Gnutti, Montezemolo, Della Valle, Tacchini, ecc. E, dietro di loro, altri signori assolutamente ignoti, ma titolari di grandi fortune e capaci di mettere sull’avventura Fiat chi mezzo miliardo di euro, chi uno, chi magari solo 200 milioni (che sono sempre 400 miliardi di una volta).
Questi nuovi personaggi raccolgono simpatie e antipatie in misura diverse, non sono cresciuti allevati da tate inglesi, qui e là, quando parlano, si sentono ancora gli accenti delle regioni di provenienza. Spesso sono sbrigativi e un po’ sfacciati. Ma questo è il nuovo capitalismo italiano. Si tratta di un capitalismo ancora magmatico, ma con il quale bisogna prepararsi a ragionare, a confrontarsi.
Intendiamoci, non sono apparsi sulla scena la scorsa settimana, sono lì da tempo. Ma per la prima volta sono in prima fila e, forse, qualcuno di loro arriverà fino a Torino.