“Cultura&Informazione” Nella Giornata della memoria si affacciano false tendenze rassicuranti che tradiscono la Shoà – di S.Soave

28/01/2003

ItaliaOggi
Numero
023, pag. 1 del 28/1/2003
Sergio Soave

Nella Giornata della memoria si affacciano false tendenze rassicuranti che tradiscono la Shoà

La celebrazione del Giorno della memoria, dedicato allo sterminio nazista degli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, essendo diventata una ricorrenza pubblica e ufficiale, rischia di essere in qualche modo degradata dalla retorica che spesso si accompagna a questo tipo di consuetudini.

Tuttavia la dimensione e, per certi versi, l’unicità di quella tragedia, che ancora interroga la coscienza dell’umanità, richiede che la riflessione non si arresti, il ricordo non si attenui e a questo scopo può essere utile anche l’ufficialità.

In ogni caso, un modo per onorare le vittime è quello di combattere la retorica che porta ad annullare i problemi in una sorta di alone mitico in cui l’opposizione etica fra il Bene e il Male con le maiuscole annulla le concrete circostanze storiche e finisce per tradirle.

In primo luogo bisogna togliersi dalla testa l’idea, consolatoria ma del tutto infondata, che la seconda guerra mondiale sia stata combattuta per salvare gli ebrei (e le altre vittime dello sterminio preordinato che spesso sono trascurate, gli zingari, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i disabili e i malati di mente, tedeschi compresi) dalla barbarie nazista.

La guerra non è stata la risposta dei popoli ´civili’ alla barbarie razzista. È nata per questioni di potere, come tutte le altre guerre, è iniziata con l’innaturale alleanza fra Germania nazista e Russia sovietica per la spartizione della Polonia (dopo che le potenze occidentali avevano a lungo tergiversato sulla proposta di Giuseppe Stalin di un’alleanza antinazista, nella speranza che l’espansionismo di Adolf Hitler si volgesse a Oriente). Anche quando si cominciarono ad avere notizie sullo sterminio degli ebrei, gli Alleati occidentali e la Russia, ora in guerra con la Germania dopo l’invasione, non utilizzarono queste notizie per la loro propaganda. In qualche ambiente ciò fu sconsigliato perché si temeva che caratterizzare la lotta come azione a favore degli ebrei avrebbe avuto effetti controproducenti, visto che l’antisemitismo era diffuso anche nei paesi della coalizione antinazista.

L’antisemitismo slavo era una tradizione zarista che il comunismo non aveva sradicato. Nella campagna contro Lev Trotzky scatenata dagli stalinisti anche le sue origini razziali erano state utilizzate come argomento a carico, almeno nella propaganda a livello popolare.

In Francia l’antisemitismo era stato il terreno di unificazione delle spinte eversive della destra estrema di Charles Maurras e della sinistra anarco-sindacalista, e quanto fosse diffuso lo si poté purtroppo constatare con la collaborazione largamente volontaria dei francesi della repubblica di Vichy alle persecuzioni antiebraiche.

Meno noto, ma non meno importante, fu l’antisemitismo americano, presente non solo nei settori popolari dell’emigrazione slava o tedesca. Henry Ford, padrone dell’omonima industria automobilistica, scrisse un vergognoso pamphlet intitolato The International Jew, che fu poi largamente diffuso dai nazisti, mentre il suo autore era assai apprezzato da Hitler, che teneva un suo ritratto nel suo ufficio nel quartier generale nazista di Monaco, prima di accedere alla cancelleria, e probabilmente ricevette anche sostegno economico dal magnate americano (come sosteneva già nel 1922 il vicepresidente della Dieta bavarese).

L’idea irenica di un antisemitismo maturato nella mente malata di Hitler e contrastato in tutto il resto del mondo, che quindi scese in guerra contro di lui per l’affermazione del principio di eguaglianza fra tutti gli uomini, è molto bella, ma non ha niente a che fare con la realtà dei fatti. È anche un’idea pericolosa, perché fa credere che la molla che ha fatto scattare il mostruoso meccanismo dello sterminio degli ebrei sia stata una specie di inesplicabile e irripetibile condizione, connessa a circostanze storiche e geografiche assolutamente peculiari.

L’unicità dello sterminio, che soprattutto gli ebrei rivendicano, non deve essere confusa con l’impossibilità che si possa ripetere, contro di loro o contro altri, in Europa o altrove. Il monito di Primo Levi, ´è accaduto, quindi poteva accadere’, vale tragicamente tuttora.

Naturalmente è altrettanto vero che l’antisemitismo è una premessa non una causa che doveva provocare ineluttabilmente lo sterminio, che nel modo in cui è stato pianificato e realizzato metodicamente da uno stato sovrano in uno dei paesi più civili del mondo trova il carattere della sua unicità.

Ci sono state altre stragi paragonabili per quantità di vittime, come il massacro turco degli armeni, le persecuzioni staliniane o, in relazione al numero degli abitanti, il genocidio perpetrato dai Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia contro la propria popolazione.

L’unicità della Shoà non nasce da una macabra contabilità di morte, ma dal fatto che lo sterminio, in quel caso e solo in quel caso, non aveva altro scopo che lo sterminio, che non è stato quindi un mezzo, seppure mostruoso, per ottenere altri obiettivi, ma era esso stesso l’obiettivo.

Per questo va ricordato sempre, senza banalizzazioni o memorie selettive che ne diano interpretazioni in qualche modo rassicuranti. La tragicità inconciliabile del ’900 sta proprio nel fatto di non poter dare rassicurazioni a nessuno.