“Cultura&Informazione” L’Italia è nana e ha le batterie scariche – di G.Pennisi

05/02/2003

ItaliaOggi
Numero
030, pag. 1 del 5/2/2003

Giuseppe Pennisi

L’Italia è nana e ha le batterie scariche. Mancano le condizioni per uno sviluppo competitivo dell’industria

Era il 1973. Qualche anno prima, nel 1967, John Kenneth Galbraith aveva pubblicato The New Industrial State (´Il Nuovo Stato Industriale’) a stampa fitta per sostenere che le corporation sarebbero diventate sempre più grandi, avrebbero assorbito le strutture pubbliche e le tecnostrutture manageriali, dopo aver di fatto espropriato le funzioni degli azionisti, avrebbero cacciato dalla porta anche la Politica, quella con la P maiuscola.

Harpers and Row, importante casa editrice nordamericana con distribuzione mondiale, avrebbe lanciato un libro, anch’esso di 300 pagine, di un socio-economista sino ad allora sconosciuto al grande pubblico, E.F. Schumacher: Small is beautiful (´Piccolo è bello’). Nel giro di pochi mesi sarebbe diventato il best seller in tutto il mondo. ´Piccolo è bello’ sarebbe diventato non solo lo slogan degli ecologisti (si era ai tempi della prima crisi petrolifera) ma anche di una nuova politica economica, e soprattutto di una nuova politica del territorio e dell’impresa.

In Italia, dove l’industria pesante era in serie difficoltà e si cominciava a criticare le cattedrali nel deserto (e senza sviluppo) edificate nel Mezzogiorno, il piccolo è bello diventò lo slogan di nuovi modelli, i distretti industriali, le imprese reti, che venivano studiati con attenzione anche all’estero. E in molti casi, pure esportati.

Siamo nel 2003. L’indagine annuale di R & S e Mediobanca (disponibile sul sito www.mbres.it ) ci dice che su 274 grandi gruppi multinazionali censiti (233 industriali, 24 del settore tlc e 17 utilities) solo 15 sono italiani; tra i nostrani, il più importante è quella Fiat non da ieri in serie difficoltà.

Il quadro meno incoraggiante se alcuni dati relativi alle nostre multinazionali vengono raffrontati con quelli delle consorelle (chiamiamole così) europee: le 15 multinazionali con casamadre italiana hanno un peso del 6% sul campione europeo, rispetto al 35% delle francesi e al 23% delle tedesche; vengono superate anche dalle multinazionali della Scandinavia, del Benelux e della Svizzera.

Se il potenziale di sviluppo, poi, ha un nesso con l’impegno per la ricerca, le prospettive per il futuro appaiono fosche: le spese per la ricerca sono appena il 2,4% del fatturato delle grandi imprese italiane, rispetto al 5,7% di quelle giapponesi, il 4,7% di quelle americane e il 3,7% della media europea.

Appare il quadro di un’Italia nana, per di più con le batterie scariche per mutuare un’espressione dell’ultimo rapporto Censis, presentato poco più di un mese fa.

Un’Italia nana, inoltre, in cui il processo d’integrazione economica internazionale prende principalmente la veste di delocalizzazione, ossia di trasferimento di impianti e di intere imprese in paesi a più basso costo del lavoro e della tutela sociale, segnatamente dell’Europa centrale e orientale ma anche del bacino del Mediterraneo, con implicazioni anche pesanti sul piano dell’occupazione.

Che nesso c’è tra il piccolo è bello di 30 anni fa e i rilievi, tutt’altro che positivi, sull’Italia nana che ascoltiamo in questi giorni sulla scia del rapporto R & S-Mediobanca? I tre decenni sono stati quelli in cui, superate le crisi monetarie e petrolifere degli anni 70, sconfitta l’inflazione galoppante degli anni 80, creati le grandi aree regionali degli anni 80 (l’Unione monetaria europea, la Nafta, l’Apec), il processo d’integrazione economica ha dimostrato che il piccolo è davvero bello se può poggiare su una struttura finanziaria e industriale robusta. Tale struttura finanziaria e industriale robusta permette, infatti, il progresso tecnologico alla base della competitività che alimenta e anima anche i distretti e le imprese rete.

Che cosa fare? In Italia, il dibattito sulla politica industriale ha avuto tre fasi: negli anni di quello che venne chiamato il primo centro-sinistra riguardava su quali settori puntare per la modernizzazione dell’Italia (metalmeccanica, chimica, siderurgia); negli anni della solidarietà nazionale si incentrava su come rilanciare imprese e settori in crisi; in tempi più recenti, ha posto l’accento su come incentivare la creazione di campioni nazionali. Ciascuna di queste fasi è da considerarsi superata.

Un dibattito oggi sulla politica industriale deve riguardare le condizioni di contesto per lo sviluppo competitivo dell’industria italiana. Tali condizioni di contesto riguardano essenzialmente le infrastrutture, la ricerca, la formazione e le riforme dei mercati del lavoro, delle merci e dei servizi, nonché altre riforme (previdenza) intimamente connesse a quelle più specificatamente all’industria. È un dibattito che non può essere eluso. Neanche da coloro, di ispirazione liberal-liberista, che considerano le politiche industriali come una cattiva interpretazione del colbertismo.

Iniziamolo.