“Cultura&Informazione” L’iraq e e gli occhi della tirannia (G.Barlozzetti)

29/07/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
178, pag. 21 del 29/7/2003
di Guido Barlozzetti

Notizie dalla tv

L’iraq e e gli occhi della tirannia

Eccoli là, esibiti su tutte le vetrine tele-giornalistiche. I volti devastati di Uday e Qusay escono dall’obitorio e entrano nella catena globale dell’informazione. Dopo il black-out sull’assalto dei marines alla villa di Mosul, il sottosegretario alla Difesa Rumsfeld ha spalancato la porta della visibilità e ha offerto agli occhi del mondo la prova suprema che dovrebbe eliminare qualunque sospetto o incertezza: le foto e poi le immagini che mostrano i corpi senza vita dei figli di Saddam Hussein.

Qualcuno ha ritenuto di fermarsi sulla soglia della morgue e di non infrangere il tabù della morte, ma in tanti, invece, hanno deciso di mostrare e di chiudere così il circuito machiavellico aperto dal Pentagono, dove la bilancia dei vantaggi e dei danni ha fatto chiudere nel cassetto qualunque prudenza etico-religiosa. Il fine giustifica i mezzi (anche quelli di comunicazione) e, d’altronde, la storia (anche quella dei media) non abbonda di pietà. Dai corpi penzolanti a Piazzale Loreto al Che, da Najibullah a Ceacescu, i cinegiornali e la tv sono stati assai spesso usati come palcoscenico del tirannicidio, perché nulla più dell’icona funebre del Capo può certificare della fine di un potere. Lo sapeva talmente bene Saddam che aveva al seguito uno stuolo di sosia pronti a sostituirlo in pubblico e a salvaguardarne quell’integrità fisica su cui si fonda il simbolico carisma di un Re. E lo sanno i potenti di ogni latitudine, che si circondano di un nugolo di guardie del corpo per dissuadere i malintenzionati. ”Così convinceremo gli scettici”, ha tuonato il falco Ramsfeld in tv, sicuro che quelle istantanee mortuarie avrebbero centrato sia il bersaglio dell’opinione pubblica irachena, sia quello del fronte interno del consenso.

Pochi secondi in tv possono essere sufficienti per assestare un colpo ai desideri di revanche ed offrire agli americani un risultato tangibile che giustifichi le montagne di dollari spesi e i morti. E, così, i media hanno accontentato il ministro della difesa, saltando al di là di qualunque perplessità alimentata da una tradizione secolare di rispetto che non dovrebbe essere negato anche all’avversario. D’altra parte, chi avrebbe mai potuto pensare che quelle morti sarebbero restate invisibili, e che una guerra segnata dal ricordo dell’11 settembre sarebbe stata capace di prendersi una pausa e di arrestarsi sul bordo di due corpi senza vita? La realpolitik e la voracità visiva dei media, a cominciare dalla televisione, si sono ritrovate insieme in un connubio voyeuristico-strumentale che ha sbattuto quelle facce nelle prime pagine e nelle aperture dei tg.

Gli occhi di Uday e Qusay, feticci della crudeltà di un nemico che – come è sempre accaduto – il vincitore vuole mettere alla gogna, sono chiusi. Per sempre. Alla mercé dello sguardo rapace di una macchina fotografica e di una telecamera.