“Cultura&Informazione” L’era Del Talk-polls-show – G.Barlozzetti

05/06/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
132, pag. 19 del 5/6/2003
di Guido Barlozzetti

Notizie dalla tv

L’era Del Talk-polls-show

E se il sondaggio diventasse una sorta di discussione pubblica, come poteva accadere su una piazza d’Atene nel Quinto secolo avanti Cristo? E se le ricerche del professor Mannheimer venissero sostituite da un libero confronto di opinioni con consuntivo finale delle posizioni? Il tutto sotto gli occhi vigili delle telecamere e, magari, in diretta. Il prossimo capitolo della discussione nel Tubo è quello del talk-polls-show!

L’ultima frontiera dell’opinione pubblica l’hanno scoperta e praticata in America. Anzi, l’ha proposta dai libri e dai piccoli schermi degli States il professor James Fishkin. Sostiene, il cattedratico di Yale, che i sondaggiati per strada esprimono i loro pareri al buio, perché quasi nulla sanno dell’argomento che gli viene proposto e buttano là la prima cosa che gli passa per la testa, somma cura avendo di non passare per ignoranti. E, allora, se le cose stanno così, se le percentuali che riempiono i programmi di approfondimento hanno i piedi d’argilla, anzi sprofondano nel baratro dell’incompetenza assoluta, non resta che mandare al macero i sondaggi e qualunque registratore di cassa della pubblica opinione? No, dice il professore. Basta mettere a punto la macchinetta e si può trovare un fantastico passaggio a nord-ovest che mette d’accordo democrazia e televisione, comunicazione e partecipazione della gente. Come? Si prende un congruo numero di malcapitati scelti accuratamente con la bussola demoscopica e poi li si rinchiude, magari suddivisi in gruppi, nella sala congressi di un hotel o in un garage. Per tutto un weekend si azzuffano e confrontano i punti di vista, sostenuti, consigliati, sorvegliati da una serie di esperti che in ogni momento possono accendere sul dibattito la luce delle loro conoscenze. E, intanto, le telecamere riprendono tutto e rimandano nei salotti l’ardore della discussione e il sondaggio finale che sancisce l’avvenuto parto dell’opinione. Ovviamente, bisogna andarci con i piedi di piombo. Le formule magiche non esistono, specie quando si maneggiano i pistoni del motore della democrazia. E, poi, è il caso di stare attenti quando qualcuno si illude di risolvere l’equazione della demo-opinione con un bel teatrino che, a nome di tutti, e sotto scorta, va a pontificare. E chi li sceglie? E chi decide i tutor che li custodiscono e che indirizzano la chiacchiera? E chi stabilisce il come, il dove e il quando? E poi perché quel piccolo reggimento condannato alla claustrofobia dovrebbe rappresentare qualcuno a qualcosa? Ma ridateci, a noi orfani delle cravatte di Nicola Piepoli, la cartellina infagottata di grafici del professor Mannheimer. Ridateci la sua libidine da epifania del sondaggio, caldo caldo come un cornetto mattutino o una camomilla serale. Ridateci la finzione vera di un sacerdote riconoscibile e familiare e lasciate nei motel l’algebra anonima ed esatta delle polls.