“Cultura&Informazione” La difesa in doppiopetto del culto del lavoro

28/05/2003





 
   
mercoledì 28 Maggio 2003
CULTURA




 

La difesa in doppiopetto del culto del lavoro
Una merce sempre più rara, ma ancora base del legame sociale. «Manifesto contro il lavoro», un volume del gruppo tedesco «Krisis»

BENEDETTO VECCHI

Nell’anno che ha visto il più grande sindacato confederale dare vita alle più numerose manifestazioni in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavorativi, la pubblicazione del volume che raccoglie i testi del gruppo tedesco Krisis è decisamente in controtendenza. Già il titolo – Manifesto contro il lavoro (DeriveApprodi, pp. 140, € 11) – può provocare lo stesso fastidio di un gessetto passato rudemente su una lavagna. E se poi si legge l’attacco («Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro»), il senso di smarrimento non può che aumentare. E tuttavia i testi raccolti nel volume – due lunghi saggi, uno scritto dal filosofo tedesco Robert Kurtz, l’altro redatto dallo stesso Kurtz e da Norbert Trenkle – meritano di essere letti e magari discussi proprio da chi considera lo scioglimento del nodo dei rapporti sociali di produzione come elemento discriminante di qualsiasi agire politico «radicale». Il gruppo Krisis, come scrive nella postfazione Anselm Jappe, è composto da alcuni attivisti e studiosi variamente impegnati nei movimenti sociali tedeschi che hanno dato vita all’omonima rivista e che si ritrovano per discutere di temi – il lavoro, il consumo critico, la crisi dell’industrialismo e del patriarcato – senza avere nessuna urgenza di linea politica. Una piccola comunità intellettuale che è quindi caratterizzata dal tentativo di elaborare una critica della società moderna, facendo leva su alcune categorie dell’analisi marxiana del capitalismo (il lavoro e il feticismo del merci, ad esempio). E che ha trovato echi anche nel nostro paese in conseguenza della pubblicazione di due volumi di Robert Kurtz – L’onore perduto del lavoro, La fine della politica e l’apoteosi del denaro, entrambi pubblicati da manifestolibri – e del saggio di Ernst Lohoff nella rivista «Invarianti» (n. 29 e 30, La fine del proletariato come inizio della rivoluzione).

Per Krisis, la tendenziale automazione di tutto il processo lavorativo ha reso il lavoro una merce rara. E questo non significa però una diminuzione della produttività: semmai assistiamo a una sua crescita esponenziale. Ci sarebbero quindi tutte le condizioni di una radicale riduzione dell’orario di lavoro e ad una sua ridistribuzione per tutti gli uomini e donne del pianeta. L’automazione del processo lavorativo non riguarda solo i paesi capitalistici avanzati, ma anche quelli in via di sviluppo, dopo una prima fase che li ha visti come luoghi destinati ad ospitare le «lavorazioni sporche» e ad «alta intensità di lavoro». Nel volume viene infatti affermato senza mezzi termini che lo sviluppo capitalistico non segue strade predeterminate e già sperimentate: insomma, dagli sweetshop si approda all’impresa a rete, senza passare per la catena di montaggio.

E tuttavia, proprio quando si afferma che è «la stessa società capitalista ad abolire il lavoro», si mette in evidenza che il lavoro rimane ancora la misura del legame sociale. Anche se la disoccupazione di massa è oramai una realtà, i governi statunitensi, europei, i sindacati e i partiti di sinistra continuano ad affermare che è solo il lavoro la condizione sine qua non per accedere ai diritti sociali di cittadinanza e ai servizi sociali del welfare state. Per i «senza-lavoro» a medio e lungo termine ci può essere la carità del sussidio di disoccupazione, mentre per le nuove leve dell’esercito industriale di riserva ci sono a disposizione i contratti di formazione lavoro, il lavoro interinale, il part-time e tutte quelle forme di rapporto lavorativo che sono pudicamente chiamate atipiche.

L’analisi del gruppo Krisis riserva stilettate anche per i partiti socialdemocratici europei o per gli attivisti sindacali: per la loro complicità nei confronti del capitale, per il loro appoggio alle leggi che liberalizzano il mercato del lavoro. I nemici della trasformazione della società sono tutte quelle realtà sociali e politiche che favoriscono quei progetti e «leggi per il lavoro», da considerare come feroci dispositivi di «dominio del capitale sulla società». Non vengono risparmiati neanche i gruppi di base che rivendicano un reddito di cittadinanza («subalterni alla logica del capitale»).

Il Manifesto contro il lavoro non risparmia quindi nessuno. Va detto che è scritto spesso con un linguaggio verboso, in alcune parti criptico. Ma va comunque accolto come un’utile provocazione, come antidoto ai veleni di una esasperante etica del lavoro. Né vanno sottaciute alcune esemplificazioni e forzature deterministiche delle tendenze in atto nel capitalismo flessibile. E tuttavia la critica al regime di illibertà del lavoro salariato va accolta. Può sembrare un doppio salto mortale, ma chi scrive ne condivide la finalità politica, anche se pensa che, ad esempio, il referendum previsto sull’articolo 18 sia un appuntamento politico importante che solo i sacerdoti del lavoro lo considerano un appuntamento da disertare. In fondo, per fuoriuscire dalla società del lavoro (salariato) serve anche organizzare la resistenza. E la vittoria in quel quesito referendario serve anche a questo.