“Cultura&Informazione” Italiani popolo di navigatori e di xenofobi – di M.Sarti

21/05/2003

              mercoledì 21 maggio 2003

              Italiani popolo di navigatori e di xenofobi
              Dall’Osservatorio europeo sul razzismo dati poco rassicuranti per il nostro Paese. Allarme del Cospe

              Mauro Sarti
              C’è un osservatorio, in Europa, che si occupa di monitorare lo stato
              del razzismo tra i 15 stati membri. Un ossevatorio contro la xenofobia,
              promosso dall’Unione Europea, che dice anche quello che molti
              italiani non vorrebbero sentirsi dire: il pericolo razzista in Italia è
              ancora presente, ci sono segnali negativi, dati che devono essere valutati con attenzione. E tempi da rispettare. Il Governo ha presentato
              il mese scorso uno schema di decreto in applicazione delle direttive
              approvate dall’Unione Europea nel 2000, che lascia perplessi molti.
              Tempo sessanta giorni, e toccherà al Parlamento esprimere il suo
              «parere non vincolante» per una normativa che dovrebbe regolamentare, sistematizzare, aggiornare un campo che tocca interessi
              culturali, sociali, religiosi, di genere, che ancora oggi non trova spazi
              legali e norme sanzionatorie. Anche per questo il Cospe, organizzazione non governativa che da tempo si occupa di problemi legati al razzismo e alla xenofobia e che coordina per l’Italia la rete europea Raxen che unisce diverse organizzazioni e istituzioni, è preoccupato.
              Non solo perchè il ministro leghista Roberto Castelli nel marzo
              scorso ha di fatto bocciato il pacchetto di misure antirazziste destinato
              ad armonizzare in Europa le norme e le sanzioni in materia. Ma soprattutto perchè rischia di fare piombare l’Italia tra gli ultimi posti
              a livello europeo nel campo dell’impegno e lotta alla xenofobia:
              «La legittimazione politica di idee razziste legittima la diffusione pubblica dell’odio – spiega Udo Enwereuzor, responsabile area antirazzismo del Cospe – mentre nel nostro Paese noto ancora segnali molto preoccupanti. Il "no" del ministro Castelli alla decisione-quadro di combattare il razzismo come reato è un fatto grave, quando invece è
              necessario istituire un livello minimo, che sia uguale per tutti, di protezione contro il razzismo. E chi chiama un causa in modo incongruo l’applicazione dell’articolo 21 della Costituzione sulla libertà
              d’espressione per giustificare fatti gravi come l’apologia di razzismo
              commette un errore senza precedenti».
              Serve dunque una nuova negoziazione. Alla luce dei dati riportati
              dall’Eumc, l’osservatorio dell’Unione Europea contro il razzimo
              e la xenofobia che ha articolazioni nazionali attraverso i cosiddetti
              «national focal point»: dal settembre 2001 al giugno 2002 sono stati
              monitorati gli atti di razzismo nel nostro Paese – continuano al Cospe
              - e sono stati documentati significativi cambiamenti di comportamento
              nei confronti delle persone di religione islamica. Oltre a rilevare casi di antisemitismo: «Oggi in Italia non siamo ancora arrivati ad una situazione drammatica come quella che è stata monitorata in Francia dove sono frequenti le profanazioni di cimiteri ed altri gravi fatti razzisti – commenta ancora Enwereuzor – ma anche da noi con il crescere delle tensioni in Medioriente soprattutto nell’aprile e maggio dello scorso
              anno, sono aumentati gli atti di antisemitismo, le telefonate intimidatorie, le scritte nelle sinagoghe e tutto questo mentre viene registrata la percezione di un maggiore senso di paura. Per questo servono normative di rinforzo». Normativa che sembra però
              non garantire lo schema di decreto varato dal governo Berlusconi:
              l’onore della prova rimane a carico della vittima, e non dell’aggressore;
              l’organismo di tutela è stato incardinato all’interno della Presidenza
              del Consiglio, e non è una Authority come è stato previsto per altri paesi europei; il registro delle organizzazioni che hanno diritto di tutela nei casi di razzismo richiede caratteristiche talmente particolari per accedervi che di fatto esclude la gran parte delle organizzazioni
              italiane che si occupano di questi temi. «Se L’Italia si tirasse
              fuori da questa normativa antirazzista – conclude Enwereuzor – po-
              trebbe accadere ad esempio che gruppi neo-nazisti che hanno commesso reati possano rifugiarsi in Italia dove non sono perseguibili,
              al contrario di quello che accadrebbe in Danimarca o in Svezia… E
              questa sarebbe una grossa sconfitta».