“Cultura&Informazione” Il referendum dell’eterno passato di Bertinotti

23/01/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
019, pag. 6 del 23/1/2003
Giuseppe Pennisi


Una visione ingessata, non dinamica del welfare.

Il referendum dell’eterno passato di Bertinotti

Bertinotti e l’allegra brigata che con lui ha promosso il referendum per abrogare alcuni commi dello Statuto dei lavoratori del 1970 ed estendere la tutela reintegratoria ai dipendenti delle piccole aziende (quelle con meno di 15 addetti) guardano all’eterno passato.

Proprio come i Rajput, la cui storia è stata riscritta alcuni anni fa da Luciano Pellicani in un bel libro illustrato (I Rajput-Storia, leggenda e tradizioni del samurai dell’India), in cui si confutava la storiografia britannica.

In breve, gli storici del Regno Unito sostenevano che i Rajput, principi indiani, vennero sconfitti dai mongoli mussulmani a ragione della superiorità militare di questo ultimi. Pellicani dimostrò invece che, proprio grazie al loro valore in battaglia, i Rajput riuscirono a resistere ben 700 anni. Vennero alla fine sopraffatti perché guardavano sempre all’´eterno passato’ (non di tecniche belliche) ma di assetto statuale e sociale: un eterno passato fatto di aristocrazia di clan, costantemente in guerra gli uni contro gli altri, anche se disposti ad alleanze temporanee contro i mussulmani provenienti dal Nord, e organizzati, sotto il profilo socio-istituzionale, secondo i lineamenti di uno stato moderno.

È senza dubbio valente la battaglia lanciata da Bertinotti & c. per l’eterno passato. Merita l’onore delle armi (e quindi che il referendum si tenga nei tempi previsti) anche e soprattutto in quanto l’eterno passato, proprio come l’eterno passato dei miti dei Rajput, non è mai esistito. Lo Statuto dei lavori, scrisse all’epoca Charles Kindleberger, un economista del Massachusetts institute of technology autore di uno dei migliori libri sul miracolo economico dell’Italia degli anni 50 e 60, normava una situazione di debolezza relativa dei lavoratori che era esistita solo nell’immediato dopoguerra, all’epoca delle migrazioni dal Sud al Nord e dell’industrializzazione del paese; già nel 1970 era nato vecchio.

Adesso, estendere alle piccole industrie tutele reintegratorie che, nel mondo intero, esistono sono nelle vestigia corporative di Portogallo e Grecia, vuole veramente dire un tuffo più eroico che melanconico nell’eterno passato. Il vostro chroniqueur si distanzia dal fiume di parole di questi giorni e porta, quindi, due analisi, una inedita e l’altra ancora non disponibile in Italia, su come il mercato del lavoro e le politiche sociali sottostanti la richiesta di referendum riguardino il passato remoto.

La prima riguarda una ricerca condotta presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione (Sspa) con l’apporto del premio Nobel Lawrence Klein sui cambiamenti strutturali intervenuti nel mercato del lavoro. L’obiettivo principale della ricerca (i cui risultati verranno pubblicati in estate) è il modo in cui il mercato e chi lo gestisce (ancora, in gran misura, le pubbliche amministrazioni dello stato o delle autonomie locali) reagiscono alle news (ossia alle informazioni sulla stampa).

Nell’ambito di questa analisi, Emiliano Mandrone dell’Isfol e Valentina Meliciani dell’università di Teramo hanno studiato gli squilibri tra domanda e offerta di lavoro quali risultano dal raffronto tra richieste di personale qualificato (le vacancies) pubblicate, a pagamento, su quotidiani (circa l’80% della tiratura nazionale), da un lato, e le rilevazioni trimestrali Istat, dall’altro.

Mentre i dati mostrano una relazione abbastanza stabile tra i due gruppi di indicatori dal 1994 al 1998 incluso, negli ultimi tre anni della rivelazione (ossia dal 1999 al 2001) il tasso di vacancies diventa ´eccezionalmente elevato’; l’ipotesi è che ´la rivoluzione tecnologica legata alla diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha creato un aumento degli squilibri tra domanda e offerta di lavoro in quanto si è verificato un aumento consistente di posti vacanti legati a nuove figure professionali per le quali non si era ancora creata un’offerta adeguata’. Il fenomeno è sia di breve e medio sia di lungo periodo.

Da un lato, una volta allineata l’offerta si riducono gli squilibri e aumenta l’occupazione netta (e questa può essere una spiegazione di quanto avvenuto negli ultimi 12 mesi). Da un altro, unitamente alla flessibilità ancora in via d’introduzione, le nuove figure professionali danno un mercato del lavoro più vivace e più dinamico nel più lungo periodo, inducendo a sperare bene per il futuro.

La seconda è un volume di 560 pagine a stampa fitta, New social policy agenda for Europe and Asia – Challenges, experience and lessons (´La nuova agenda politica sociale per l’Europa e per l’Asia – Sfide, esperienza e lezioni’), curato da Katherine Marshall e Olivier Butzbach e appena pubblicato dalla Banca mondiale.

Il volume raccoglie 26 saggi di autori dell’Estremo oriente e dell’Unione europea sulle lezioni che, in seguito alla crisi che li ha travolti nel 1996-97, i primi possono trarre dai secondi in materia di riassetto e ammodernamento delle politiche sociali in senso lato (dalla previdenza alla sanità, dall’assistenza agli ammortizzatori occupazionali, alle regole di base in tema di mercato del lavoro alle strategie per combattere l’esclusione).

I 26 saggi sono stati discussi in otto seminari internazionali in Asia e in Europa; quello conclusivo è stato tenuto alla reggia di Caserta, nel febbraio scorso; alla scopo di tirare le somme del lavoro svolto nei seminari precedenti, vi hanno partecipato consiglieri dei primi ministri, e dei ministri responsabili dell’economia e delle politiche sociali, di paesi dei due continenti.

Che cosa emerge dal volume? Il welfare state all’europea non ha fatto fallimento: ´Nonostante la sua reputazione piuttosto mista, esso è vivo e vibrante, nonché impegnato in un processo dinamico di adattamento alle nuove realtà. Alcuni paesi possono avere fatto promesse che oggi sembrano troppo ampie, ma i responsabili politici stanno rispondendo rendendo meno generose le garanzie sociali’.

Soprattutto, però, le garanzie sociali si stanno adattando, dinamicamente, alla nuova situazione strutturale quale tratteggiata dalla ricerca Sspa. Tentare non di ingessarla, ma di riportarla ai tempi di Dickens ha del donchisciottesco. Un donchisciottesco che merita rispetto. Come, per 700 anni e oltre, lo hanno meritato i Rajput.

Giuseppe Pennisi