“Cultura&Informazione” Il fortino delle griffe – F.Bottini

05/06/2003





 
   
5 Giugno 2003
 
Il fortino delle griffe
Si chiama Factory Outlet, ed è una sorta di spaccio aziendale costruito con la logica di un centro commerciale specializzato nelle vendita di grandi firme. Un’idea importata dagli Stati uniti e rivisitata con ingegno nostrano, ma capace di incidere profondamente su ampie parti di territorio

FABRIZIO BOTTINI
Il posto piacerebbe ai «localisti» di Luciano Bianciardi: luce, spazio, colori pastello, la tradizione che ti casca addosso da tutte le parti, comodità e comfort. In più, il che non guasta, si parcheggia senza problemi nell’enorme (quella, un po’ fuori scala) spianata d’asfalto tra i primi contrafforti delle colline e un lungo
skyline di torri, abbaini, tetti spioventi. Siamo ai piedi dell’Appennino ligure, dove la Storia con la S maiuscola è di casa, da quando gli antichi romani fecero passare da qui la strada Postumia, che collegava Genova, zigzagando attraverso la valle del Po, fino all’alto Adriatico. Ora si chiama tecnicamente «corridoio Voltri-Sempione», ma il nodo strategico dei grandi flussi interregionali, qui fra Serravalle e Novi Ligure, è rimasto identico, come hanno ben capito gli ideatori dello skyline di torri, abbaini eccetera, che si profila all’orizzonte del parcheggio: il Serravalle Outlet Center. Perché non di borgo tradizionale si tratta, ma di una incredibile ricostruzione di tutti (e più di tutti), gli elementi visivi che «fanno» centro storico. Dentro, fra architetture rigorosamente finte (meglio di quelle vere per chi non va troppo per il sottile), non abita nessuno, ma si allineano le vetrine di Bulgari, Prada, Dolce & Gabbana ecc., centinaia di griffes. Aperto nell’autunno del 2000, primo in Italia di una nuova generazione di «parchi commerciali» a vasto bacino di riferimento, l’Outlet si autodescrive: «Oltre 130 negozi delle firme più prestigiose di abbigliamento uomo-donna, sport, casa, accessori e giocattoli, si sviluppano lungo le piazze e le vie di una città davvero unica». In un ironico articolo su Architetti, «Troppo bello per essere vero», Roberto Almagioni non poteva fare a meno di apprezzare la cura con cui si mescolavano materiali, viste, comfort, in un ambiente che per il turista internazionale faceva molto Old Italy. Ma qui non si tratta di cosa da polemiche per architetti, ed è forse meglio a questo punto fare un passo indietro.

La globalizzazione colpisce ancora
Il Factory Outlet, di cui a Serravalle c’è solo un avamposto, è l’ennesima idea che re-importiamo (dopo i jeans e la pizza) dagli Usa, completamente trasformata. Il concetto base è quello dello «spaccio aziendale», a cui si aggiunge la logica del centro commerciale territoriale, per un vasto bacino di riferimento, e che rompe gli equilibri fra centro e periferia, fra valori immobiliari, fra le gerarchie dei sistemi infrastrutturali. Del grande centro commerciale, il Factory Outlet eredita (con l’eccezione della triste bruttezza) anche alcune cattive abitudini, piuttosto note a chiunque abbia avuto a che fare con l’atterraggio sul territorio di queste astronavi della grande distribuzione. Illuminante una intervista che il rilasciata un paio d’anni fa al sito ICSC.org (Barbara Hogan Galvin, «Outlet Center Challenge», giugno 2001). La zona,
just south of Milan, appare sottosviluppata, sottoccupata, depressa, ma ci vuole del bello e del buono per convincere gli indigeni sulla bontà dell’iniziativa. Del resto, si tratta di «un gruppo di vecchi italiani che non parlavano inglese e non uscivano molto spesso dai confini della regione», e la cosa richiede «molti, molti incontri». Si fa una comparazione fra gli ostacoli a questa nuova attività, e quelli del XIX secolo al sorgere delle ciminiere fra campi di patate e granturco. Probabilmente, da punto di vista degli operatori, la situazione è proprio questa: la società locale non capisce il proprio vantaggio. E se avessero ragione loro?Ma, attorno al bel giocattolino stanno già spuntando, lungo l’asta della Statale 35bis che corre da Serravalle fino alle porte di Alessandria, tutte le paccottiglie transterziario-commerciali: scatoloni tristi delle esposizioni, discoteche, cose più o meno definibili o improvvisate, già fino ai chioschi semipermanenti su slarghi ghiaiosi, fra rotonde, svincoli, e accessi poderali segnati pioppi sopravvissuti. Se visivamente la cosa non va oltre le «contraddizioni dello sviluppo», destinate prima o poi a riassorbirsi o almeno a renderci un pochino blasé, basta dare un’altra occhiata ai pieghevoli pubblicitari, per capire – con un piccolo brivido – che il «punto di vista dell’impresa» si applica a dimensioni che con la pianificazione territoriale e la decisione amministrativa, almeno come è possibile pensarle ora, hanno poco a che spartire.

Isocrone
Su uno dei pieghevoli pubblicitari, una pubblicità dell’Acquario di Genova rivolta ai bambini recita
Disegna gli amici di Splaffy (la mascotte dell’Acquario): un concorso in collaborazione Outlet/Acquario. Tra foto di delfini e moduli da compilare, una specie di mappa/ideogramma racconta in rapidissimo flash l’idea territoriale: un pallino immerso nell’azzurro del Tirreno è l’Acquario; dal pallino nasce uno stelo verde che si chiama A7, che sale dritto, via Outlet-Serravalle, fino a Milano; all’altezza di Tortona lo stelo si apre in un fiore di due petali denominati A21, che con curva regolare zampillano fino a Piacenza sulla sinistra, e Torino sulla destra. È uno scarabocchio, ma la dice lunga sul bacino di riferimento di quel finto borgo antico, e trova conferma in un’altra mappa, articolata su tre fasce: l’isocrona dell’ora, delle due e delle tre. La più interna, con un raggio indicativo di una cinquantina di chilometri (siamo già ben oltre qualunque centro commerciale), tocca Genova e territori limitrofi, l’alessandrino e altre parti del Piemonte. La fascia delle due ore di percorrenza, include Milano, e in un colpo solo ingloba (esagerando, ma non troppo), anche la catchment area dell’aeroporto intercontinentale di Malpensa, i cui rapporti attuali e potenziali con la zona di Serravalle sono già ben saldi sul versante della logistica. Ma c’è un’altra fascia, più esterna, che dopo aver sfiorato la Riviera francese tocca Torino, il confine svizzero, e a est il veronese e la gardesana (con il bacino di turismo europeo). In pratica, un turista tedesco con base a Gardone, dopo aver passato un pomeriggio al Vittoriale fra cimeli dannunziani, decide di fare una puntata a Serravalle per una scorta di capi firmati con sconti fino al 50% rispetto ai prezzi dei negozi downtown di Milano o Francoforte. E il parcheggio fra fortificazioni griffate e colline, è già attrezzato per accogliere intere gite organizzate del genere, con ampi spazi per pullman climatizzati, e tanto di ufficio turistico. Meglio di Pompei. Come conferma uno studio della Bocconi («Evoluzione della distribuzione commerciale: il factory outlet», Dedalo 2-2003), «la possibilità di attirare clienti fino ad elevate distanze deriva dal fatto che la visita ad un factory outlet è anche percepita come un modo per trascorrere una giornata, che spesso si conclude con acquisti non programmati». Nessuno ovviamente vuole impedire a Herr Müller e famiglia di andare dove gli pare e vestirsi all’ultimo grido, ma chi anche solo per un attimo ragiona sulla quantità di territorio percorsa, e per così dire «erosa» dai flussi direttamente e indirettamente generati dai viaggi di piacere e shopping, inizia ad avere un quadro meno generico sul senso di quelle fasce isocrone.


Un centro da fotocopiare

Aria, suolo, infrastrutture, servizi: milioni di ettari a «servizio» dell’elegante puntino al centro della
catchment area. Non a caso un comitato sorto all’altro capo della Megalopoli, lungo l’asta stradale che unisce l’ultimo tratto della Padana Inferiore alla Laguna di Venezia, si oppone a un Factory Outlet nel territorio comunale di Conselve (Pd), e chiede comunque documentazione su Serravalle, che lì si vorrebbe «fotocopiare». Appare chiaro, che quei segni sulla mappa non sono fantasticherie per attirare una pullmanata di mocciosi col miraggio di diventare Amici di Splaffy, ma serissime proiezioni sulla base delle quali serissime banche erogano corposi finanziamenti ai promotori, lasciando poi agli old Italian men who don’t speak English e ai loro rappresentati il carico del traffico, degli squilibri, dei costi di adeguamento infrastrutturale e desertificazione della rete locale. Visione apocalittica? Sicuramente no. Solo realistica, almeno fermo restando l’attuale rapporto fra scala degli interventi e ambito decisionale politico-amministrativo. Ed è il caso di iniziare a pensarci, se è vero come è vero che Serravalle è solo un avamposto. In una intervista de La Nazione agli stilisti fiorentini sui vari modi per uscire dalla crisi che la «guerra infinita» di Bush fatalmente indurrà sui consumi voluttuari (Ilaria Ciuti, «Grandi griffes in trincea»), si indica proprio la strada del Factory Outlet, e una precisa ubicazione: Barberino del Mugello. Si accenna già alla forma, che «sarà in perfetto stile toscano, anzi del Mugello». Il tutto, nell’abituale scenario che «salta» dal negozio della Fifth Avenue a quello nel duty free di uno scalo giapponese, insomma a mille miglia fisiche e mentali dall’ambito decisionale pubblico sul territorio. Dunque, prossima fermata Barberino, e la Rete stavolta risuona di appelli, richiami, ragionamenti. Perché qui la «fotocopia» intuita nella bassa padovana salta davvero agli occhi, con Bologna al posto di Milano, la Romagna della gardesana, e le isocrone che impalpabili si stendono sull’Appennino come una nuova Linea Gotica.

Apocalisse? Macché: ancora solo la scala conforme dei problemi, quella che una opinione pubblica davvero «potenza mondiale» dovrebbe tenere in considerazione. Per evitare inutili spargimenti di capi firmati.