“Cultura&Informazione” Einaudi, un punto d’incontro per i liberal

09/01/2003



Giovedí 09 Gennaio 2003



L’insegnamento dei grandi maestri

Le intuizioni contenute nelle «Lezioni di politica sociale», tenute nel 1944 e ora ristampate, possono costituire il terreno per far ripartire il dialogo sulle somiglianze (che ci sono) tra conservatori e progressisti di oggi
Einaudi, un punto d’incontro per i liberal


DI MICHELE SALVATI

Nella nostra lingua, pochi saggisti, e nessuno in materie economico-sociali, tengono testa a Luigi Einaudi e nelle Lezioni – come già era avvenuto per altri autori che scrissero di getto e in condizioni disagiate, con scarsi libri a disposizione e senz’altro ausilio che cultura, memoria e ingegno – il Nostro dà il meglio di sè. Einaudi fu un gigante del giornalismo, che dalle colonne del «Corriere della Sera» contribuì grandemente a formare quel poco di opinione pubblica civile di cui l’Italia riuscì a disporre: le doti del giornalista, dello scrittore, si rivelano appieno nelle Lezioni. Einaudi scrive con incredibile ricchezza e precisione lessicale: mai parola è impropria o approssimativa, ma sempre quella esatta per significare la cosa, concreta o astratta che sia. Molti sono gli arcaismi, e tali erano già ai tempi in cui l’autore scriveva: non danno alcun fastidio. I periodi sono spesso lunghi, a volte lunghissimi, ma si distendono secondo un ritmo che ne rende molto agevole la lettura. Sbaglia chi ritiene che chiarezza esiga periodi brevi, come sono in uso oggi tra molti giornalisti: ci sono testi confusissimi fatti di periodi brevi e chiarissimi fatti di periodi lunghi. La chiarezza sta nel pensiero, nelle idee nitide, nell’arte di trasmetterle anche a chi conosce poco o punto dell’argomento.
Attualità. Colla sua prosa concretissima, ricca, accattivante, Luigi Einaudi dice cose che sono tutt’oggi di grande rilievo, tratta problemi che sono ancora i problemi della politica sociale di oggi. Chiamerà pure «leghe» i sindacati e «assicurazioni sociali» il complesso del welfare, ma gli arcaismi si fermano alle parole. E sarà pure, il suo cuore, rivolto all’indietro, ma i suoi occhi e la sua testa sono rivolti in avanti. Per me è sempre risultata sorprendente la capacità di quest’uomo – laudator temporis acti come pochi, sprovvisto dei migliori strumenti che le teorie economiche e sociali dei suoi tempi pure offrivano – di cogliere l’essenza dei problemi della modernità: evidentemente curiosità, concretezza, buon senso, passione civile, disponibilità al dialogo, valori profondissimi ma non pregiudizi, supplivano alla bisogna. E tuttavia un po’ di mistero rimane sempre. È certo difficile condividere alcune delle sue analisi e soprattutto alcuni dei suoi suggerimenti. È altrettanto certo che su molti dei problemi trattati – i sindacati, le varie forme di previdenza sociale – la ricerca storica, la riflessione sociologica, l’analisi economica sono andate molto avanti. Ma i problemi centrali sono colti appieno e per non pochi dubito che le trattazioni più ricche e formalizzate oggi disponibili aggiungano molta sostanza alle intuizioni di Luigi Einaudi.
Manifesto politico. Il libro di Einaudi, dietro la disciplina e l’autocontrollo che un docente deve a se stesso ancor prima che agli studenti, è anche un manifesto politico, e lo è soprattutto la sua terza parte («Concetto e limiti della uguaglianza nei punti di partenza»). La quale potrebbe egualmente bene portare questo titolo «Qual è la posizione politica che suggerisco in tema di politiche sociali?». Sottotitolo: «In via generale, e con esempi tratti da campi particolari». Tra gli esempi, è soprattutto degna di nota una proposta di imposta di successione che tiene conto del passaggio delle generazioni e diventa espropriativa se gli eredi sono incapaci o fannulloni. Ma ci sono osservazioni per tutti i gusti, anche se non proposte così articolate. Osservazioni che illuminano punti controversi e delicati di scienza delle finanze o che schizzano gustose silhouettes di tipi umani (l’avaro, il dilapidatore, il conservatore…); che distillano precetti di saggezza antica o che si scagliano contro i mali del mondo moderno, contro una società di «uomini nudi» e senza legami, chiusi in case alveari. Due apparenti assonanze. Si legga quanto dice l’autore a proposito dell’indipendenza della magistratura. E quanto dice sulle comunicazioni di massa, dove anticipa alla radio – strumento principe di massificazione delle coscienze durante il fascismo – molte delle critiche che il vecchio Popper scaglierà assai più tardi contro la televisione. Ma è inutile procedere: il lettore se le leggerà per conto suo. Istituzioni. Al di là degli esempi, esiste una risposta generale alla domanda del nostro nuovo titolo della parte terza: qual è la posizione politica che Einaudi suggerisce? Se una risposta generale esiste, questa è la «teoria del punto critico»: lui stesso la chiama così, «teoria», la ritrova in ogni settore delle scienze sociali e dell’esperienza storica e vi rimarrà affezionato per tutta la vita. Ancora in uno scritto del 1957, un testo in cui Sergio Steve vede il suo testamento politico, vi ritorna per mostrare che il contrasto tra «uomo liberale» e «uomo socialista», che è di limiti e non di sostanza, non è dannoso «perché giova alla scoperta del punto critico, per il quale si opera il trapasso tra il bene e il male sociale» (Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo e socialismo, 1957, ora in Prediche inutili, Einaudi, Torino 1962, pag. 213). Derivata dalla teoria marginalistica dei gradi decrescenti di utilità, l’idea di base è che qualsiasi istituzione o principio, anche se meritori, quando siano portati all’eccesso diventano controproducenti. Il principio di libertà nel mercato del lavoro, se non è temperato dalla legislazione sul lavoro, dalle assicurazioni sociali, dall’istruzione obbligatoria e gratuita, da quelle garanzie e sicurezze relative al minimo vitale che i poteri pubblici possono provvedere – insomma da tutti quegli istituti che sono descritti e auspicati nelle Lezioni – oltre a generare effetti ripugnanti alla coscienza collettiva, può dar luogo a conseguenze negative per lo stesso benessere economico. Lo stesso avviene se l’intervento dello stato è condotto all’eccesso, se le garanzie e le tutele sono così abbondanti e incondizionate da ottundere l’iniziativa individuale e sospingere all’ozio. Nono so se quella del punto critico possa essere definita «teoria», anzi, sono sicuro di no. Dubito anche che possa costituire un principio valido in molte scienze e campi di esperienza: quali? In quali circostanze? A me sembra si tratti di una regola pratica di moderazione, di giusto prezzo, di contemperamento tra esigenze opposte ma, in linea di principio, meritevoli di considerazione, che Luigi Einaudi trovava particolarmente congeniale ai suoi valori e alla sua visione del mondo. Una regola in cui cercò di riassumere la sua posizione politica.
Somiglianze. Naturalmente non siamo obbligati a credere alla definizione che uno dà di se stesso; anzi, in linea di principio dovremmo diffidarne e giudicare invece secondo quanto uno fa, secondo le posizioni politiche su singoli problemi che uno prende e ha preso nella sua vita. Ma non siamo neppure obbligati a mettere etichette sulle persone: Luigi Einaudi le odiava e le odio anch’io. Nel campo amplissimo delle posizioni politiche liberali, Einaudi è stato tra i liberal-conservatori (grosso modo, e più per certi problemi che per altri), chi scrive si colloca tra i liberal-progressisti, e, nel paese ideale nel quale a entrambi sarebbe piaciuto e piacerebbe vivere, la dialettica tra queste due varianti del liberalismo costituirebbe il nucleo della lotta politica: avremmo infatti in comune gran parte dei valori e delle credenze di fatto e sui restanti troveremmo infallibilmente quel «punto critico» che è nell’interesse del benessere collettivo. C’è qualche somiglianza tra i liberal-conservatori e i liberal-progressisti del paese ideale, da una parte, e, dall’altra, il centro-destra e il centro-sinistra che si fronteggiano nel paese reale? Questo libro viene ripubblicato con l’auspicio di rafforzare, un poco, le deboli somiglianze che ci sono.