“Cultura&Informazione” Com’è amara l’altra faccia del miracolo spagnolo

14/03/2003

            13 Marzo 2003

            NON SOLO ALMODÒVAR. «I LUNEDÌ AL SOLE», IL NUOVO FILM DI LEÒN DE ARANOA

            Com’è amara l’altra faccia del miracolo spagnolo

            Il Ken Loach iberico alle prese con i danni collaterali prodotti dalla politica economica di Aznar

              Si chiama I lunedì al sole l’altra faccia del miracolo spagnolo: è un piccolo, amarissimo film di ambiente operaio che ha scosso il paese, facendo incetta di premi Goya, tanto da essere designato ufficialmente per la corsa all’Oscar straniero.
              L’ha diretto un 34enne madrileno, Fernando León de Aranoa, subito ribattezzato «il Ken Loach spagnolo». Con qualche ragione, visto che così presenta il suo (terzo) lungometraggio: «È la storia di un gruppo di disoccupati, danni collaterali di un’economia globalizzata dove contano solo i risultati. Uomini che camminano ogni giorno per le colline del lavoro precario, le code al collocamento e le sale d’attesa, passeggeri clandestini della nave fantasma del progresso, naufraghi dei propri sogni e di quelli delle loro mogli e dei loro figli».
              Fa uno strano effetto vedere I lunedì al sole alla vigilia della guerra all’Iraq, mentre José Maria Aznar spedisce una portaerei nel Golfo, strappando all’Italia di Berlusconi il titolo di «migliore amica dell’America». Non fosse altro perché quella nave da guerra, orgogliosamente schierata al fianco delle truppe anglo-statunitensi, potrebbe benissimo essere stata costruita nei cantieri di Vigo, la città industriale sulla costa atlantica, a un passo dal Portogallo, dove è ambientato il film. Zona un tempo agricola e oggi depressa, teatro di una riconversione brutale e forse inevitabile (i cantieri coreani producono a prezzi più convenienti) che ha lasciato sul terreno migliaia di sradicati: quattro dei quali, alla maniera di Full Monty ma senza lieto fine, seguiamo nel corso delle loro giornate vuote, dei loro malinconici lunedì al sole, in cerca di un lavoro che non c’è.
              Secondo dati recenti, la Spagna registra un milione e 700mila disoccupati, pari al 9%, ma gli effetti sociali si rovesciano su almeno quattro milioni di persone. Smaltita l’euforia del biennio 1998-2000, quando sull’onda della new economy e del processo di convergenza con l’euro la Spagna conobbe tassi di crescita addirittura del 20%, oggi nessuno grida più al boom: se Barcellona e Madrid guidano la sfida della modernità, altrove è ripartito lo scontro coi sindacati, la produzione ristagna, i sistemi di welfare non riescono ad ammortizzare il malessere sociale. È in questo contesto che si muovono i quattro del film. Santa, il più sbruffone e seduttivo, sogna di trasferirsi in Australia: «Lì c’è lavoro, qui no. Lì si scopa, qui no» , si illude. E intanto deve tirare fuori ottomila pesetas, altrimenti finirà in prigione per aver distrutto un lampione durante un picchetto. José, depresso e umiliato, vede il suo matrimonio sbriciolarsi giorno dopo giorno: in casa lavora solo la moglie, che inscatola il tonno, e quella dipendenza scatena nell’uomo i pensieri peggiori. Lino si tinge i capelli per sembrare più giovane ai colloqui di lavoro: ma le mani traspirano, la tintura cola sulla guancia, l’insicurezza lo frega. Infine Amador, ormai semialcolizzato: mollato dalla moglie, vive in un appartamento che sembra un tugurio, ingombro di rifiuti, senza più acqua corrente, prima o poi si butterà dalla finestra.
              «Il cinema si deve occupare di ciò che è a portata
              di mano, di ciò che dimentica perché non riesce a vedere chiaramente, perché non vuole vedere», teorizza Fernando León de Aranoa. In effetti, tra chiacchiere al bar, piccole effrazioni, peccati d’orgoglio e riti di sopravvivenza, I lunedì al sole (nelle sale dal 21 marzo, distribuisce la Lucky Red) racconta al pubblico italiano una Spagna inedita, così diversa da quella, pur palpitante e ulcerata, evocata da Almodóvar nei suoi perfetti melodrammi: ridotti ad "esuberi", espulsi dal processo produttivo, questi ex operai ricordano i cassintegrati di La bella vita, primo film di Paolo Virzì. Grandi conoscitori del tempo e di come esso scorra a ritmi diversi, estenuanti, quando il lavoro non c’è.
              Sotto il titolo «Operai: identikit di una classe sociale che l’Italia aveva dimenticato», Panorama qualche tempo fa dedicò un dossier alle storie e alle facce di un mestiere che sembrava "residuale", antimoderno, poco in linea con le rassicuranti tinte delle nuove professioni. Lo spunto era la Fiat. Eppure sono 7 milioni di cittadini, un terzo della forza lavoro complessiva. Sarebbe bene che il nostro cinema si ricordasse di loro. Ma un segnale forse c’è. Riccardo Milani ha appena finito di montare Il posto dell’anima, su un gruppo di operai abruzzesi che non si rassegnano a veder chiusa la fabbrica di pneumatici. Lottano, si organizzano, scontano anche sul piano dei rapporti personali e sentimentali la dura situazione, infine occupano la sede centrale. Quando crederanno di essere riusciti a strappare un accordo, la multinazionale deciderà di trasferire all’estero la produzione.
              Anche per loro comincerà la triste stagione dei lunedì al sole.