“Cultura&Informazione” C’era una volta il consumatore

04/06/2003





 
   
4 Giugno 2003
ARTICOLI





C’era una volta il consumatore
Un vecchio editoriale di Pintor. Una domanda da premio Nobel: vale la pena consumare per tenere a galla la barca della domanda nel mare mosso del mercato? E’ meglio la virtù del risparmio di Luigi Einaudi o la crapula di Silvio Berlusconi? Per rispondere bisogna raccontare la favola di una società felice. Dove si tenevano insieme le leggi dell’economia di mercato e quelle del comunismo. Fino a che qualcuno si ricordò di Lenin…

LUIGI CAVALLARO
Caro Luigi, ho riletto in questi giorni il tuo editoriale del 27 settembre scorso. Chiedevi a Galapagos o ad un altro premio Nobel per l’economia di spiegare come potessero conciliarsi l’appello alle virtù del risparmio di Luigi Einaudi e quello a consumare di Silvio Berlusconi. Chiedevi se in fin dei conti valesse la pena di consumare, e cosa, per tenere su la barca della domanda nel tempestoso mare del mercato. E per quanto riconoscessi che ognuno ha diritto alla felicità e ad avere la sua parte in questo glorioso spreco, dichiaravi di preferire la sobria parsimonia einaudiana alla crapula berlusconiana, non senza avvertire che il difetto di questa falsa alternativa stava nel manico (cioè nel capitalismo). Non sono Galapagos, né ho vinto il Nobel (come lui), ma scrivo talvolta di economia su questo che fu ed è il tuo giornale e, seppure con incolmabile ritardo, vorrei risponderti. Proverò a farlo con una di quelle storielle che gli economisti s’inventano per rendere comprensibile una disciplina che, nonostante il bruto materialismo di una società civile di cui pure vorrebbe (e dovrebbe) essere l’anatomia, ha raggiunto ormai un livello di astrazione degno della peggiore metafisica.

C’era una volta una società operosa i cui abitanti erano talmente saggi che avevano risolto la contesa fra capitalismo e comunismo su cui si era scannato il Novecento organizzandosi in modo che taluni beni venissero prodotti da imprese private e offerti sul mercato, mentre altri venivano prodotti dallo Stato in base ad un piano che doveva dare a ciascuno secondo i suoi bisogni e chiedere a ciascuno secondo la sua capacità (contributiva).

Nessuno aveva dubbi sul fatto che i beni della prima categoria fossero merci: in effetti, erano il prodotto di un lavoro privato che diventava sociale mediante lo scambio con quell’equivalente generale che è il denaro, dunque erano prodotti che dovevano assumere la forma di valore per poter diventare prodotti sociali; i beni della seconda categoria, invece, nessuno sapeva bene cosa fossero: c’era chi li chiamava «beni pubblici» perché era l’autorità pubblica a produrli, altri ritenevano che fossero beni prodotti in regime di monopolio (ma era una stupidaggine, perché lo Stato controllava sia la domanda che l’offerta, mentre un monopolista non può); prevalevano però quelli che, senza porsi troppi problemi, li chiamavano «diritti», perché intuivano che lo Stato li appropriava alla collettività senza imporre il pagamento di un prezzo e solo badando che ci fossero le risorse materiali necessarie a produrli, sicché – dicevano – esistendo queste risorse i cittadini avevano diritto a fruire di essi.

Per un certo periodo (una trentina d’anni) sembrò che l’impasto funzionasse: gli imprenditori non temevano per gli sbocchi perché c’era la spesa pubblica che cresceva, i cittadini non temevano per l’occupazione perché c’era lo Stato che dava lavoro a coloro che il progresso tecnologico scacciava dalle imprese, i lavoratori godevano di stipendi e salari in tenue ma costante crescita e, come consumatori, si avvantaggiavano dell’aumento dell’offerta di merci e diritti. Certo, era una società che cumulava i difetti di entrambi i modelli, quello capitalista e quello comunista: c’era lo sfruttamento e la mercificazione e c’era qualcuno che, sol perché ricopriva la carica di segretario di un partito, credeva di avere il potere di divinare quali fossero i bisogni dei cittadini senza nemmeno chiederglielo. Ma la mistura era meglio del capitalismo del laissez-faire e del comunismo d’oltrecortina, sebbene non mancassero in quella saggia società gli adepti sfegatati dell’uno e dell’altro.

C’era però un problema, ed era che la coesistenza del diavolo e dell’acquasanta avveniva a prezzo di un’inflazione crescente. Non elevata, bada, ma crescente. Teoricamente non era difficile spiegarselo: data la velocità di circolazione della moneta, la quantità di denaro necessaria alla circolazione delle merci è funzione diretta della quantità di (prodotto del) lavoro che è costretto a rappresentarsi in valore per poter assumere la forma di (prodotto del) lavoro socialmente valido, quindi il fatto che lo Stato spendesse moneta per finanziare prodotti del lavoro che non dovevano più assumere forma di merce per diventare socialmente fruibili squilibrava logicamente la proporzione fra la massa di moneta in circolazione e la quantità di (prodotto del lavoro che si rappresentava in) valore, determinando la svalutazione del denaro. Nondimeno, si preferì far finta di niente fino a quando l’inflazione non fece alzare i tassi d’interesse e si tradusse in un ingigantimento del debito pubblico: allora gli adepti del capitalismo del laissez-faire, che mai si erano dimenticati della battuta di Lenin sulla svalutazione della moneta, tirarono fuori la storia che la società si era indebitata troppo e, rispolverando proprio quell’Einaudi che ti sta simpatico, lanciarono una grandiosa campagna per indurre lo Stato a risparmiare.

Se ne dissero delle belle. Nonostante fosse chiaro che l’aumento del debito era un fenomeno monetario e non reale, si disse che lo Stato si era spinto al di là delle sue possibilità, che non poteva garantire tutto a tutti; pensa che, sebbene la crescita del benessere avesse ridotto il tasso di natalità e aumentato la vita media, rendendo così possibile l’agognato sogno di lavorare meno per lavorare tutti, si trovarono stuoli di economisti e demografi (la madre dei cretini è sempre incinta) pronti a spacciare per reale l’illusione monetaria dell’aumento del debito e a giurare che bisognava lavorare di più e più a lungo.

Ci cascarono tutti, anche perché sulle prime le cose parvero andar bene: il dimagramento della spesa pubblica indusse un ribasso dei tassi d’interesse, l’inflazione scese (cioè, decelerò) e tutti gli abitanti di quella saggia società si sentirono più ricchi. Ben presto, però, si resero conto che l’accresciuta ricchezza monetaria veniva più che compensata dall’impoverimento reale: senza più spesa pubblica, infatti, sparirono anche quei beni pubblici che prima costituivano parte essenziale del loro portafoglio, tanto che per poterseli procurare dovettero distogliere buona parte della loro precedente spesa per consumi. Ciò, d’altra parte, contrasse ulteriormente la domanda; gli imprenditori non trovarono più sbocchi per le loro merci e, non potendo far altro, licenziarono i loro dipendenti; questi ultimi, privati del reddito, non poterono comprare nemmeno il necessario per mangiare e così le merci restarono nei magazzini, i prezzi scesero, la produzione si contrasse, la disoccupazione crebbe e a nulla valsero gli appelli a spendere di un premier che in passato era stato un abile piazzista: la campagna per il pubblico risparmio si concluse con il ritorno della deflazione.

La morale, caro Luigi, non saprei dirla. Forse bisognerebbe essere einaudiani nei consumi privati e berlusconiani in quelli collettivi del welfare, ma il fatto è che a nessuno piace che sia un altro a dirgli di cosa ha bisogno e forse è questo il muro su cui sono andati in pezzi i partiti di quella saggia società di cui ti parlavo e che un po’ somiglia alla nostra. Quel che è certo è che di queste tre cartelle una è di troppo e giustamente me la casserai.

Un forte abbraccio.