“Cultura&Informazione” Anche in Italia aleggiano le due anime di Colbert – di G.Pennisi

26/02/2003

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
048, pag. 7 del 26/2/2003
Giuseppe Pennisi


Quella protezionista e quella liberale.

Anche in Italia aleggiano le due anime di Colbert

Jean-Baptiste Colbert, chi era costui? Ad alcuni secoli di distanza dalla sua vita e dalle sue opere il ministro delle finanze (dell’economia, si direbbe oggi) di Luigi XIV sta acquistando notorietà nell’Italia di oggidì. Il suo nome è circolato, nel Palazzo, all’indomani di un discorso pronunciato a Pesaro dal nostro ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti, a proposito dell’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e delle implicazioni che ciò comporta in materia di applicazione dei principi di reciprocità e di non discriminazione (i due pilastri dell’Omc).

È stato ascoltato anche nell’anti-Palazzo (se è politically correct chiamarlo così) in occasione dello sciopero proclamato dalla Cgil sui problemi dell’industria manifatturiera in generale e della metalmeccanica in particolare. È riecheggiato nelle richieste delle tre maggiori sigle sindacali e della Confindustria a proposito di politica industriale, nonché in commenti della stampa paludata a proposito di dichiarazioni del ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, sul presente e sul futuro del manifatturiero in Italia.

Colbert fu un uomo di stato di multiformi attività. Da segretario alla marina potenziò la flotta, modernizzò i cantieri navali e aprì rotte sull’Atlantico per creare Nouvelle France, la prima colonia francese in quello che oggi è il Canada. Accademico di Francia, fu anche uomo di lettere e urbanista; guidò il riassetto di molte città francesi e fondò l’Académie de France a Villa Medici a Roma.

È ricordato, però, principalmente per il suo ruolo nell’economia: fautore dell’intervento pubblico, riorganizzò le autonomie locali e il sistema tributario (abrogando esenzioni e deduzioni); adottò una politica per attirare in Francia lavoratori stranieri con professionalità che mancavano nel regno (per le banche, la finanza, l’industria nascente); mise, soprattutto, in atto una strategia mercantilista diretta a potenziare l’export e proteggere, con dazi e contingenti, le manifatture nazionali.

Un pianificatore o un liberista? Nel contesto del Seicento francese deve, paradossalmente, essere considerato un liberizzatore a fronte della frammentazione di mercati locali regolati da interessi particolaristici, del pensiero bullionista ancora imperversante (favorevole alla più ampia circolazione di moneta nei confini del territorio nazionale e alla cattura di metalli preziosi) e del protezionismo pure più spinto (si pensi all’Atto di navigazione che vietava l’import di merci non trasportate su navi di Sua maestà britannica) vigente sull’altra sponda della Manica. In breve, sempre nel contesto dell’epoca, un liberale nazionale favorevole a uno stato decisamente regolatore e, quindi, anche ispettore.

Come Faust, il Colbert economico aveva, però, due anime. Dato che era (si direbbe oggi) ´un uomo del fare’, piuttosto che del teorizzare, non lasciò nessuno scritto organico; quindi, le sue anime vanno ricavate dai suoi decreti, ne firmava tanti! L’anima liberale-regolatoria (nel quadro della Francia del ’600) traspare dal rigore delle misure contro la contraffazione e la corruzione (della pubblica amministrazione e dei concessionari di esazione delle imposte). Quella nazionale-mercantilista dalla tariffa doganale e dagli incentivi (su base non discriminatoria, grande segno di modernità a quell’epoca) per l’industria francese.

Le due anime hanno dato origine a due filoni di nipoti; ambedue si riconoscono in Colbert, pure nella madrepatria, ma non si amano; anzi, come avviene in molte famiglie, da oltre tre secoli litigano per l’eredità (il nome) dell’illustre antenato. Un filone ha sempre promosso la teorizzazione e razionalizzazione dell’intervento pubblico dell’economia; nella stessa Francia ha prodotto la ´programmazione indicativa’ e il commissariato al piano, metodi e strumenti a cui si abbeverarono, in estasi, molti economisti italiani all’inizio degli anni 60 quando il centro-sinistra faceva i suoi primi passi traballanti. Di recente, Oltralpe, ha trovato epigoni in economisti come Marc Chervel e politici come Chévenement.

Un altro filone è quello dove il giovane Frédéric Bastiat (del cui bicentario della nascita si è ricordata nel nostro paese solo ItaliaOggi) succhiò il latte come se fosse quello della ´su’ mamma’. Liberista integrale, anzi integralista (nonché padre della roccaforte viva e vegeta nell’università di Aix-en-Provence e lontano zio di Pascal Salin), Bastiat definì, prima degli economisti scozzesi, le condizioni essenziali per un mercato funzionante: una soglia minima di simmetria di posizioni e di informazioni. In termini poveri, il mercato produce benessere solo se nessuno bara, almeno per quanto attiene alle regole di base.

In materia di politica industriale e commercio internazionale, la divisione è netta. Un filone ha dato vita a una scuola di pensiero e azione nettamente protezionista e a favore di industrie decotte e carrozzoni per tenerle in vita (pur se solo vegetativa); in Italia iniziò a prendere piede già nel 1878 con la tariffa doganale Luzzatti, proseguì negli anni 30 e riapparve negli anni 70 con gemme quali la legge Prodi e la netta chiusura di gran parte dell’attuale opposizione alle liberalizzazioni conseguenti il sistema di cambio europeo.

La seconda, invece, ha rappresentato il filone che ha scelto l’apertura dell’economia italiana al mercato internazionale e ha tenuto duro anche nella buia notte di quell’esperimento di solidarietà nazionale che ha portato a dilatazione dell’intervento e della spesa pubblica e progressive svalutazioni.

A livello internazionale, è alla base dalla filosofia del Gatt prima dell’Omc (Organizzazione mondiale del commercio) poi, ambedue basate sui principi della non-discriminazione e della reciprocità in materia di commercio internazionale. Dall’inizio degli anni 80, però, risoluzioni parallele dell’Omc e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) affermano che tali principi devono essere applicati tenendo conto di soglie invalicabili, sotto il profilo sia economico sia morale: non si possono aprire le porte a chi bara sfruttando il lavoro minorile, il lavoro coatto, financo la schiavitù e a chi non mantiene standard minimi di regole lavoristiche e sanitarie (per l’appunto le convenzioni fondamentali dell’Oil).

Tanto tra i primi quanto tra i secondi, però, si annidano anche dei nipotacci, quelli dell’intervento pubblico impiccione e pasticcione di cui, per il vostro chroniqueur, è esempio lampante il ´decreto salva calcio’.