“Cultura/Industria” Poli: «Senza grandi imprese, il declino è certo»

11/12/2002


11 dicembre 2002

Roberto Poli: un Paese non può farne a meno, la visione di lungo periodo serve a stabilizzare il sistema economico
«Senza grandi imprese, il declino è certo»
      A Roberto Poli le situazioni semplici non sono mai piaciute. Le ha sempre accuratamente schivate. Nel suo essere un esempio riuscito di come la toscanità si fondi con la milanesità (la conciliazione degli opposti, avrebbe detto Montanelli), questo pacato ma deciso docente di Finanza aziendale della Cattolica, 64 anni, di affari complicati e di missioni impossibili ha fatto una collezione: l’uscita in bonis dall’amministrazione controllata della Rizzoli, la Gucci, il commissariamento sventato di Publitalia, il salvataggio Cameli, passando per il consiglio Iri degli anni della ristrutturazione (con Prodi) e della privatizzazione (voluta da Ciampi). All’Eni siede sulla scrivania di Mattei («una grande emozione iniziale e un forte impegno successivo») e rompe il silenzio per la prima volta da quando è presidente della più grande multinazionale italiana. Nel 2003 cadrà il cinquantesimo anniversario dell’Eni: sarà celebrato attraverso una serie di eventi nazionali e internazionali che avranno inizio il 10 febbraio con una cerimonia al Quirinale. Ma non solo. «Sento, nell’aver accettato questo incarico, una sorta di responsabilità nei confronti del gruppo e del Paese. Le grandi aziende hanno la funzione di stabilizzatori del sistema economico nazionale e internazionale. Soprattutto quando un modello come quello capitalista, vedi gli scandali e le difficoltà degli ultimi anni, può apparire in crisi».
      Vuol dire che sarà merito delle imprese di dimensioni maggiori se il modello capitalistico, piegato dagli scandali, uscirà dalla crisi?
      «No. O meglio non solo. L’Italia è l’esempio più vistoso di come le piccole e medie imprese abbiano una buona reattività e rappresentino elementi eccezionali di sviluppo per il sistema Paese. E’ chiaro però che una sana grande azienda ha per storia e cultura un approccio al mercato, all’economia, basato sul lungo periodo, cosa che permette di superare fasi anche difficili. E questa visione di lungo periodo, basata sullo sviluppo e sulla crescita, è quello che si trova in un gruppo come l’Eni».

      A che cosa si riferisce in particolare?

      «Pensi soltanto al forte senso di appartenenza. Che non è spirito di corpo fine a se stesso, quanto la capacità di lavorare in squadra. Di lavorare sentendosi parte di un gruppo, peraltro con manager di livello professionale ottimo. Si aggiunga poi una cosa che non è comune: un forte senso del dovere».

      Il senso del dovere nelle aziende dovrebbe essere abbastanza diffuso. E’ una flessibilità della quale non abbiamo bisogno.

      «Questo è vero, ma proprio nell’ultimo incontro ad Aspen il Premio Nobel Joseph Stiglitz diceva, secondo me a ragione, che viviamo in una civiltà nella quale ci si interroga sovente su quali siano i diritti di ciascuno di noi, mai invece su quali siano i doveri».

      Da cosa nascerebbe questo impegno condiviso, questa consapevolezza dei doveri?

      «Probabilmente dal fatto che l’Eni sin dalla nascita è stato inserito in un contesto di competizione internazionale, dovendo confrontarsi con imprese molto più grandi e più forti. La necessità di essere quindi efficienti e concorrenziali ha accresciuto il senso del dovere complessivo nell’azienda. A maggior ragione adesso con questo piano di crescita accelerato che sta portando avanti con grande decisione l’amministratore delegato, Vittorio Mincato».

      Con qualche eccezione, specie negli anni in cui la politica ha prevalso, con le degenerazioni che conosciamo. Qual è oggi il ruolo del presidente dell’Eni?

      «Sarà banale dirlo, anche se nei fatti non è così semplice come si crede: aiutare l’Eni a crescere. A essere forte in Italia per potersi sviluppare anche all’estero, sempre nel quadro di una rigida disciplina finanziaria. Prova ne sia la notizia di giovedì scorso della terza operazione nello spazio di un mese (il 50% della spagnola Union Fenosa,
      ndr ). Non dimentichiamo poi la strategicità del gruppo sul fronte dell’approvvigionamento energetico. Cosa che stiamo attuando diversificando i Paesi e le aree geografiche dove produciamo petrolio e gas».
      Quando ci sarà l’addio definitivo alla chimica, fonte nel passato, vedi Enimont, di tanti guai?

      «Come è noto è in corso una procedura di vendita per una parte non rilevante; per la parte residua non sono state assunte decisioni».

      Il Tesoro è ancora azionista al 30% dell’Eni. Un peso eccessivo?

      «Non si tratta di un peso. Non dimentichi che il 70% del capitale è sul mercato, con una forte presenza di investitori istituzionali. Questa formula dà equilibrio e può anche avere aspetti positivi».

      Sta dicendo che avere un’azionista pubblico è un vantaggio?

      «Non ho detto questo; la formula azionista stabile/mercato è certamente importante. Infatti, se l’azionista pubblico, che per definizione deve guardare a lungo periodo, non impone le sue visioni al
      management è sì un vantaggio: dà stabilità all’azionariato e consente di poter programmare la crescita dell’azienda, cosa che si sta facendo all’Eni, senza per questo impedire che il management abbia il mercato come punto di riferimento nella creazione di valore. L’esperienza dimostra che fino a oggi i diversi ministri del Tesoro che si sono succeduti negli ultimi 10 anni non hanno mai interferito nella gestione limitandosi a controllare la coerenza delle scelte strategiche».
      Quella creazione di valore che è sembrato lo slogan degli ultimi anni e che ha portato tante società a fare passi imprudenti?

      «Dicendo questo, lei non tiene conto della variabile tempo. Si tratta di creare valore sul lungo periodo. Porsi invece in una visione che ragiona su risultati soltanto a breve può provocare distorsioni e, nei casi limite, crac come quelli a cui lei faceva riferimento. In questo senso la crisi del modello di capitalismo è più accentuata negli Stati Uniti che in Europa».

      Dove hanno sbagliato le imprese?

      «In realtà non hanno sbagliato solo le imprese. Si sono combinati tre tipi di conflitto di interessi. Il primo tra manager e azionisti, il secondo all’interno delle società di revisione, il terzo all’interno delle banche d’affari. Ma anche analisti e investitori istituzionali hanno le loro gravi responsabilità in quanto accettavano valutazioni societarie con tassi di crescita di lungo periodo non realistici. In sostanza, nella seconda metà degli anni ’90 si è generato un circolo vizioso e impressiona il carattere di sistematicità con cui il fenomeno delle frodi si è manifestato in un arco temporale breve, reso possibile da un’estesa rete di complicità e omissioni. Certamente la caduta delle quotazioni nel 2001-2002, che rappresenta il riadeguamento a parametri di valutazione accettabili, è stata la causa che ha fatto emergere ed esplodere molte anomalie».

      Anche le banche che hanno finanziato la bolla speculativa hanno le loro responsabilità?

      «Le banche si sono preoccupate poco di aiutare un sano sviluppo e molto di più ad accompagnare, in forma diretta o indiretta, operazioni di pura finanza con il risultato che l’indebitamento finanziario delle imprese americane è oggi il più elevato degli ultimi 30 anni; questa situazione si riscontra in parte anche in Europa, dove peraltro, in passato, il concetto di disciplina finanziaria era minore rispetto agli Stati Uniti».

      Che cosa va cambiato nelle regole e nei comportamenti dei protagonisti di questo capitalismo malato?

      «Il capitalismo di mercato non ha alternative. Le crisi temporanee servono per aggiustare il modello e renderlo più efficiente e più forte per il futuro. Sono sicuro che questo avverrà, ma occorre un forte impegno da parte di tutti abbandonando posizioni preconcette e di difesa di interessi particolari».
Daniele Manca dmanca@corriere.it