“Cult&Info” «Vite flessibili», storie di lavoratori senza diritti

03/02/2004


 in scena




03.02.2004
«Vite flessibili», storie di lavoratori senza diritti
Un bel film di Rossella Lamina e Nicola Di Lecce racconta la realtà dei contratti Co.co.co attraverso le testimonianze dei giovani

Bruno Ugolini

Sono storie di vite, non solo di lavoro. Vite flessibili, come recita il titolo del film. Uno spaccato dei nostri giorni raccontato con intelligenza e ritmo da Rossella Lamina e Nicola Di Lecce, per l’Archivio audiovisivo del movimento operaio. Con il colore delle
testimonianze d’oggi interrotto da brevissimi spezzoni in bianco e nero, tratti da repertori d’epoca (ad esempio Contratto di Ugo Gregoretti). Provi così un sussulto di fronte allo speaker degli anni Sessanta che annuncia il varo dello Statuto dei lavoratori, con l’assicurazione che saranno garantiti nei luoghi di lavoro il diritto d’associazione e quello d’assemblea.
Un contrasto stridente col nuovo mondo del lavoro dove tutto questo
non c’è. Le sicurezze del fordismo e le insicurezze del post fordismo.
E così Alessia, con la pancia grossa perché è incinta, vorrebbe avere almeno il permesso per gli allattamenti, anche se è contenta perché anche i Co.Co.Co. come lei hanno ottenuto un accordo sui periodi di maternità. L’elenco dei problemi è lungo: niente ferie, contratti non
scritti, licenziato se ti ammali, senza libertà di sciopero, spesso dimenticati dai sindacati. L’interinale Luca, 28 anni, ricorda che
lavora a Natale, Santo Stefano, primo dell’anno, molte domeniche, ma il suo premio di produzione, nel call center dove opera, non è eguale a quello dei suoi compagni con posto fisso. E la pensione? Alessia ha fatto i calcoli: dovrebbe lavorare ancora 56 anni (e già ne ha 33) per raggiungere un assegno mensile di 300 Euro. Nel Duemila e Sessanta, a 89 anni.
Ma non odiano il lavoro. Il più esplicito è Antonio, 36 anni, che la mattina va in libreria e la sera sta in pizzeria. «Ci metto molto di me stesso nel lavoro… Sei gratificato quando consigli un libro che a te piace ed è accettata la proposta». Lui vorrebbe avere sempre «il piacere di toccare con mano» quello che fa. Vorrebbe «poter fare e saper fare tante cose». Questa è la flessibilità inseguita. Con la possibilità di imparare continuamente.
Lo considerano tutti un capitolo decisivo. Pensano che sarebbe nell’interesse delle stesse aziende. Spesso entrano giovani entusiasti che lentamente diventano cinici. Sono osservazioni che coincidono con una recente inchiesta promossa da questo giornale, in collaborazione con il dipartimento «lavoro» dei Diesse: «I lavoratori temporanei sono in media più soddisfatti dei lavoratori permanenti». Ma occorre dar loro il modo di resistere.
Anche perché le difficoltà nel lavoro si proiettano poi fuori. Così Antonio, 36 anni, spiega le difficoltà di vedere la fidanzata Co.Co.Co, perché lui la sera e il weekend va in pizzeria e lei la mattina va in ufficio alle 8 e mezzo e rientra alle 19. Come poter progettare
un matrimonio?
Hanno bisogno di certezze. La flessibilità che respingono è quella che continua ad essere intesa «solo come potere di chiamarti quando li servi e scaricarti quando non servi più». Nel mezzo di una società che conserva nei loro confronti medioevali rigidità. Così le banche, se sei un interinale, non ti danno neanche il prestito per comprare un motorino. E lamentano il fatto che il famoso pacchetto Treu, quello che varò le prime forme di flessibilità, non fu accompagnato da uno
Statuto ad hoc.
Certo esistono esperienze diverse. Penso ai ragazzi incontrati a Ferrara, reduci dalla conquista di nuovi diritti, penso a giovani o meno giovani webmaster che non aspirano certo ad un posto sicuro nella pancia di un rinato fordismo. Tante altre vite flessibili.
Anche per i nuovi venuti restano valide le parole chiave che fanno da chiusa al film di Rossella Lamina e Nicola Di Lecce: eguaglianza dei diritti, partecipazione, professionalità, lavoro. E poi «lotta». Già, la lotta, il contratto, tutto da conquistare, come ai vecchi tempi del film di Ugo Gregoretti.