“Cult&Info” Villa Certosa, una storia di decreti e segreti

02/06/2004

      2 giugno 2004

      Villa Certosa, una storia di decreti e segreti
      Le carte negate ai magistrati. Il governo: esigenze di sicurezza. Anfiteatro e piscine, prima i lavori e poi i permessi?


      Gian Antonio Stella


      PORTO ROTONDO (Sassari) – «Guardare e non toccare». I decreti che mettono il timbro «top-secret» su tutta la tenuta della «Certosa» di Silvio Berlusconi in Sardegna, dal «pontile 007» per gli statisti ospiti al finto nuraghe, dall’anfiteatro alle piscine della talassoterapia, sono un segreto di Stato così segreto che gli avvocati del Cavaliere, evidentemente gli unici autorizzati a conoscere ogni dettaglio, si sono rifiutati perfino di darli ai magistrati che indagano sugli eventuali abusi e volevano una fotocopia: «Solo vedere, prego».


      Stop all’inchiesta sul campo. E fine delle domande dei cronisti impiccioni al comune di Olbia: possiamo vedere le carte? «No, segreto».


      Le autorizzazioni concesse? «No, segreto». Controllare l’ok dell’Ufficio Tutela Ambientale? «No, segreto». Anche i documenti sul campo di calcetto o la trasformazione d’una pozza in un laghetto? «Segreto». E come facciamo a sapere se è tutto in ordine? Primo: l’ha detto alla Camera Carlo Giovanardi: «Tutti i lavori effettuati sono stati sempre regolarmente autorizzati. Tutti, compresi quelli in questione cui fanno riferimento i giornali e relativi all’anfiteatro». Secondo: un po’ di carte no-secret («eccole: nessuno me le aveva chieste prima») vengono messe a disposizione del
      Corriere da Niccolò Ghedini, uno dei legali del premier. Il quale ha mandato un telegramma agli uffici comunali competenti: cosa si può mostrare e cosa no lo sa lui.

      Ai magistrati, del resto, non era andata meglio che ai cronisti fatti sgomberare sabato scorso dalle motovedette durante il fallito attracco coi gommoni guidato dal diessino Gianni Nieddu. I vigili inviati alla Certosa dopo l’esplodere del caso del «pontile 007», così chiamato perché si favoleggiava di una grotta sotterranea accessibile a barche e sommergibili come nei film di James Bond (parola di Giovanardi: «Una balla, ci potranno entrare un paio di barchette») erano stati infatti convinti a desistere dall’ispezione perché, secondo gli addetti alla sicurezza, i lavori erano segretissimi. Tesi ribadita nei decreti varati da Pietro Lunardi e Beppe Pisanu ai primi di maggio per mettere un tappo alla fuga di notizie. Tappo esteso a tutte le altre opere giacché dopo tante visite di statisti e nipoti di statisti la Certosa, pare dicano i decreti, va ormai «equiparata a una residenza alternativa» di Palazzo Chigi. Definizione davanti alla quale i magistrati avrebbero mostrato un certo stupore. Placato dagli avvocati con l’assicurazione che il Cavaliere vorrebbe in un imprecisato futuro regalare la tenuta, come abbozzato anche in una intervista, alla Presidenza del Consiglio. Grazie.


      Riuscirà la promessa a disinnescare le polemiche? Difficile. Certi lavori risultano fatti, in una zona come quella che secondo gli ambientalisti è coperta da vincoli rigidissimi, grazie a semplici autorizzazioni per «pertinenze urbanistiche». Cioè? Opere di «modeste dimensioni tali da non incidere in modo significativo sull’assetto del territorio». Una sentenza del Tar sardo conferma: non basta l’autorizzazione ma è obbligatoria la concessione edilizia per «ogni trasformazione del territorio attraverso l’esecuzione di opere comunque incidenti su aspetti urbanistici ed edilizi, che abbiano perdurante rilievo ambientale ed estetico o anche solo funzionale pur quando si tratti di una stratificazione sul suolo di materiali attinti altrove, senza interventi in muratura». Per capirci: anche un parcheggio spianato richiede la licenza. Basta il fatto che le opere realizzate alla Certosa siano pregevoli, che l’agrumeto sia un gioiello e il parco dei cactus straordinario e che gli scempi sulla costa sarda siano molto più vistosi e sgangherati da altre parti, come ha sottolineato ieri Gianfranco Fini, per legittimare la totale libertà di modellare l’esistente? Sì, diranno molti: meglio un parco curato che un bosco incolto. No, diranno altri. Meglio Versailles o la foresta che c’era prima? E’ un tema. Che tocca il buongusto e i princìpi, l’arte e le regole. E qui, dicono i critici, sta il punto: passi per l’attracco coperto se è davvero preteso dai servizi e se sarà invisibile: ma il campo da calcio e le piscine e il resto?


      Né i documenti spazzano via tutti i dubbi emersi. Anzi, aggiungono qualche curiosità. L’ordinanza della capitaneria che proibisce di avvicinarsi a meno di 500 metri dalla costa, per dire, non solo risulta emessa il 19 aprile scorso in seguito a una istanza presentata il 7 agosto 2004 (fulgido esempio di come alcuni riescano ad anticipare i desideri dell’autorità prima ancora che arrivi la domanda) ma questa istanza non era affatto dei «servizi» come era stato fatto trapelare ma della "P.aul.Immobiliare", una società che fa lavori marittimi e non vuole gente tra i piedi.


      Quanto ai lavori, tra i quali spiccano l’allargamento della maleodorante pozza di un depuratore trasformata in un lago ameno, la costruzione di «un portico con wc e frigo per lo stazionamento all’ombra del personale di controllo» e il perfezionamento di due condoni (avviati dal proprietario precedente venti anni fa) che hanno sbloccato la riconversione di due baracche in eleganti villini, van segnalati almeno alcuni piccoli prodigi. Uno è la costruzione dello stupendo percorso di talassoterapia, un sistema di cinque piscine curative degradanti verso il mare: ottenuta l’autorizzazione («piccola opera»?) dal comune di Olbia il 17 dicembre 2003, l’estate prima venivano già descritte da Renato Farina in un memorabile reportage su
      Libero : «Persino la passeggiata il Presidente la fa con le cesoie in mano. Il telefono nella sinistra e la forbiciona nella destra. Un passo pota qua, un altro telefona là. Controlla il ghiaietto, le pale del ventilatore sotto un gazebo, le cinque piscine per la talassoterapia». Un miracolo italiano. Doppio: un mese prima d’avere l’ok alla costruzione, le piscine erano già in bella mostra (pag. 193) in un libro del progettista Gianni Gamondi con scritto «copyright novembre 2003».

      Anche l’anfiteatro, tuttavia, non fa mancare le sorprese. La prima è che la Regione, per bocca dell’Ufficio per la tutela del paesaggio, diede parere favorevole all’opera (strutture portanti in cemento, gradoni di granito, 400 posti a sedere: come il Teatro Olimpico di Vicenza) il 1 dicembre 2003, cioè 56 giorni prima che fosse presentata il 26 gennaio 2004 la domanda, presumibilmente col progetto. La seconda è che la concessione è stata data il 4 maggio 2004, cioè due giorni prima che la il pontile e i lavori in corso a Villa Certosa fossero sparati dalla «Nuova Sardegna». La terza è che l’anfiteatro, se sono state rispettate le date dei permessi, è cresciuto a una velocità così prodigiosa da far pensare a marmi transgenici. Per non dire della vicina torretta simil-nuraghe. Era una cabina elettrica e stando alla difesa del premier dovrebbe essere stata ingentilita «nel quadro della sistemazione dell’area dell’anfiteatro». Fosse così, altro miracolo.


      Era descritta infatti da Renato Farina l’estate scorsa: un’alcova coi muri coperti da «affreschi sul modello dei senesi del Trecento ma qui invece che essere piatte le donne dipinte mostrano forme mica male». La tenuta, stando al reportage su
      Libero , era allora tutta un cantiere: «Ferve il lavoro. In tutto il parco lavorano in cinquanta, tra tecnici e muratori…». Lui, il Presidente, era un vulcano di idee. E mostrava i menhir comprati e i carrubi di 500 anni trapiantati e spiegava: «Ora le mostro dove farò la chiesa dove la domenica dir messa». Ah, già: non c’è ancora la chiesa?


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