“Cult&Info” Tanto lavoro per poco sviluppo (E.Pugliese)

29/09/2004

mercoledì 29 settembre 2004

Tanto lavoro per poco sviluppo

Un viaggio all’interno del mercato del lavoro degli ultimi anni. In Italia è costante una crescita dell’occupazione, anche se spesso si tratta di lavori precari e sottopagati. E se negli anni Novanta si è spesso parlato di crescita senza occupazione, per questo inizio di millennio si può azzardare l’ipotesi di un’occupazione senza crescita economica

ENRICO PUGLIESE

In Italia, così come in Europa, sta avendo luogo una trasformazione massiccia della struttura occupazionale insieme a una trasformazione di pari portata delle forme di regolazione del mercato del lavoro. Si tratta di un cambiamento che ha spostato drasticamente rispetto ai decenni scorsi i rapporti tra occupazione e disoccupazione ma anche la natura e la qualità della occupazione stessa. Cominciamo dal primo aspetto. Tra il 1995 e il 2003 – a fronte di un incremento della popolazione di poco superiore alle 800 mila unità, dovuto in sostanza all’immigrazione – il numero degli occupati in Italia è aumentato di oltre due milioni: un incremento che non si era mai registrato in passato per un analogo lasso di tempo. Per di più si tratta di un incremento avvenuto in maniera sistematica e continuativa. Insomma negli ultimi otto anni non solo si è avuta una drastica riduzione della disoccupazione – il cui tasso si colloca ormai stabilmente sui livelli medi europei – ma anche un nuovo significativo incremento del tasso di occupazione (cioè dell’incidenza delle persone che lavorano sul totale della popolazione). Un aspetto rilevante di questa crescita occupazionale è che per la prima volta la disoccupazione diminuisce in maniera significativa anche nel Mezzogiorno. Intendiamoci: il persistere a livello nazionale di tassi superiori all’8% e a livello meridionale di tassi prossimi al 20% non è certo espressione di una situazione positiva. Ma per la prima volta dopo un trentennio la disoccupazione comincia a ridursi significativamente. I dati vanno comunque letti con tutte le cautele del caso. E la prima obiezione che viene in mente riguarda i criteri di misurazione. E’ noto infatti che la disoccupazione è oggi misurata diversamente da ieri e che solo una parte dei disoccupati attuali sono censiti come tali a causa dei criteri di definizione più restrittivi, il che riduce il tasso di disoccupazione ufficiale. Con i vecchi criteri avremmo tassi di disoccupazione un po’ più alti (ma comunque inferiori a quelli di otto anni addietro) e soprattutto la tendenza risulta identica. E veniamo agli occupati. Nel giro di 8 anni passano da 20 milioni e 26 mila a 22 milioni e 54 mila con un incremento di 2 milioni e 28 mila unità, mentre la forza-lavoro complessiva aumenta di 2 milioni e 400 mila unità.

La questione di maggior rilievo riguarda invece la natura dell’occupazione. Questa è aumentata nelle sue componenti peggiori: precaria e sottopagata, quella dei lavori a chiamata, quella dei "cococo" e dei lavoratori a progetto, quella degli strati inferiori dell’esercito delle partite iva. Entrando più dettagliatamente nel merito della composizione dell’occupazione, va notato in primo luogo che i due terzi delle nuove posizioni lavorative sono stati coperti da donne e in secondo luogo che essi hanno riguardato – manco a dirlo – soprattutto il settore terziario (dove l’incremento degli occupati è stato appunto di due milioni di unità, passando da 11.933 mila nel 1995 a 13.960 mila). Oltre due terzi dell’aumento dell’occupazione in questo settore riguarda le lavoratrici che passano da poco meno di 5 milioni (precisamente 4 e 953 mila) a 6 milioni e 373 mila. Come effetto di ciò il peso della componente femminile dell’occupazione italiana risulta particolarmente significativo: le occupate passano da poco più di 7 milioni a 8 milioni e 365mila. E l’incremento riguarda, sia pure in misura ridotta, anche il Mezzogiorno dove le donne occupate passano da 1.635.000 a 1.913.000. Il mercato del lavoro italiano – nel bene e nel male – si colora sempre più di rosa. La discriminazione delle donne nel mercato del lavoro non si esprime più tanto, come in passato, con l’esclusione, ma con la cattiva occupazione. All’interno del terziario gli aumenti più consistenti riguardano il settore del commercio, le attività di ristorazione e gli alberghi. L’altro ramo di attività che si espande, anzi raddoppia, è quello che cade sotto la definizione di «servizi per le imprese»: una definizione che raccoglie un insieme eterogeneo di attività.

Un po’ diversa è la storia per quel che riguarda l’industria. La prima notizia è che anche qui l’occupazione è aumentata. Certo non in maniera rilevante (259 mila unità in tutto) ma piuttosto inaspettata. Inoltre l’aumento dell’occupazione industriale ha riguardato prevalentemente i maschi. L’occupazione maschile aumenta in modo significativo (200 mila unità) nelle costruzioni – l’aumento di gran lunga più consistente per quel che riguarda l’industria nel suo complesso – mentre l’aumento nel settore manifatturiero è molto più modesto (74 mila unità) e circoscritto alle piccole e medie imprese giacché prosegue ininterrotto il processo di contrazione dell’occupazione in quelle grandi. Gli occupati della grande industria continuano a diminuire: la televisione e i giornali ce lo raccontano ogni tre mesi e la chiusura dei grandi stabilimenti è sotto gli occhi di tutti. Ma è soprattutto qui che si registra soprattutto il declino industriale del quale parla ad esempio Luciano Gallino. Per il resto la tenuta occupazionale anche nel manifatturiero (fenomeno abbastanza eccezionale per standards europei) merita di essere compresa nelle sue implicazioni economiche e politiche.

Va però sottolineata una contraddizione tra l’allargamento della base occupazionale e il non corrispondente allargamento della base produttiva. Se fino alla prima metà degli anni Novanta si poteva parlare di jobless growth, di crescita senza occupazione, oggi possiamo dire che la situazione è rovesciata: abbiamo un aumento dell’occupazione in assenza di crescita (più precisamente in una situazione di crescita rallentata). Si è dunque invertito il rapporto tra crescita della produzione e crescita dell’occupazione. Il prodotto interno lordo (Pil) in questo periodo (1996-2003) è cresciuto in media del 1,5% l’anno mentre, ad esempio dal 1985 al 1991 l’incremento medio annuo era stato pari al 2,7%. Per converso, in quest’ultimo periodo ad ogni incremento di un punto del Pil ha corrisposto un aumento degli occupati dello 0,8%, mentre nel periodo precedente tale incremento era stato pari a 0,4%.

Questa crescita dell’occupazione si è però accompagnata a fenomeni nuovi che finiscono per determinare un clima di rapporti sul mercato del lavoro ancora più difficile che nel periodo precedente e con un dato inusitato: il fatto che alla crescita dell’occupazione e alla riduzione della disoccupazione non si accompagnano condizioni più favorevoli per i lavoratori occupati, così come accadeva in passato nelle fasi di espansione. Diminuiscono infatti i salari reali, aumenta l’instabilità del lavoro, compaiono figure sociali di lavoratori appartenenti all’area della povertà (i working poor), riprende infine la mobilità territoriale per la ricerca di lavoro, in primo luogo l’emigrazione interna dal sud verso le aree più ricche del nord (in particolare del nord-est). Nel settore privato dell’economia quello che era stato il modello di lavoro tipico – e sul quale si era basato l’intero sistema delle relazioni industriali e del diritto del lavoro (con un momento focale rappresentato dallo Statuto dei Lavoratori) – è andato progressivamente perdendo di rilievo rispetto alle forme nuove di occupazione che vanno dal part-time al lavoro a termine, dall’interinale al lavoro in affitto, a chiamata e così via.

La situazione attuale, con il sindacato diviso sulla difensiva e una forte offensiva del padronato e della destra politica, ricorda in maniera rovesciata quella di una trentina di anni addietro quando in Italia ebbe inizio un grande dibattito sul mercato del lavoro stimolato da una situazione particolare. Allora ci si chiedeva come mai, nonostante il calo dell’occupazione, i lavoratori riuscissero a mantenere capacità di iniziativa, con una grande forza contrattuale e presenza egemonica del sindacato. Ora la situazione è difficile per altri motivi. L’occupazione povera, l’occupazione senza crescita (o con crescita limitata), non determina le condizioni ideali per la ripresa di una iniziativa sindacale. E’ vero che la situazione di disoccupazione di massa è in parte alle nostre spalle, ma la ripresa occupazionale presenta sia luci che ombre. Il sistema produttivo è in gravi difficoltà per motivi antichi e più di recente per l’effetto Tremonti. Ma ciò che è peggiorato in maniera ben più che proporzionale rispetto alle difficoltà economiche è il quadro politico e istituzionale a cominciare dal sistema delle relazioni industriali.