“Cult&Info” Società attive se c’è buon Welfare

22/09/2004


          mercoledì 22 settembre 2004

          sezione: COMMENTI E INCHIESTE – pag: 8
          Rinnovate politiche sociali rappresentano una spinta di equità e competitività non solo per il singolo individuo – Sacconi, Reboani e Tiraboschi hanno elaborato un «Manifesto per le nuove sicurezze»
          Società attive se c’è buon Welfare
          Pubblichiamo uno stralcio del libro «La società attiva» di Maurizio Sacconi, Paolo Reboani, Michele Tiraboschi. L’estratto è contenuto nel capitolo introduttivo «Un Manifesto per le nuove sicurezze: modernità della visione e tradizione dei valo- ri» e nelle considerazioni conclusive.

          di MAURIZIO SACCONI
          PAOLO REBOANI
          e MICHELE TIRABOSCHI

          Nella complessa transizione alla seconda modernità le politiche sociali assumono un rilievo davvero straordinario. Nella dimensione dell’economia della informazione e della conoscenza i paradigmi dello sviluppo economico e quelli dello sviluppo sociale non solo non risultano strutturalmente in conflitto, ma tendono a convergere nella valorizzazione della persona.

          Le politiche sociali, conseguentemente, possono risultare perfettamente funzionali non solo a ridisegnare costantemente i diritti e le tutele delle singole persone lungo tutto l’arco della loro vita — secondo le tradizionali logiche dei sistemi di welfare — ma anche a costruire una società che sia al tempo stesso dinamica e assai più competitiva proprio perché pongono al centro del sistema la persona. La persona con i suoi diritti e le sue potenzialità, ma anche con le sue responsabilità.

          Competitività. Contrariamente a quanto si è soliti pensare in Europa, le politiche sociali non sono dunque, almeno di per sé considerate, un freno alle politiche per la competitività, ma possono anzi esserne una parte significativa. La tesi centrale di questo Manifesto è, infatti, che una società attiva e dinamica è insieme più competitiva, perché caratterizzata da una alta dotazione di capitale umano, ma anche più giusta, perché inclusiva e attenta alle esigenze della persona in carne e ossa.

          La società attiva è garanzia per una migliore qualità della vita e offre maggiori opportunità per tutti coloro che ad essa partecipano. Ancora di più, una società attiva è caratterizzata da una diffusa propensione a rovesciare i rischi e le incertezze — presenti in ogni grande transizione — in opportunità e in nuove sicurezze. Le persone che hanno la fortuna di vivere in essa sono quindi attrezzate a prendere di petto e con animo fiducioso i cambiamenti, ovvero a non subirli passivamente. A cogliere cioè tutte le sfide e le opportunità offerte dalla innovazione con comportamenti responsabilmente liberi e intraprendenti.

          Queste persone vivono bene questo tempo, perché ricco di stimoli che consentono loro di maturare i propri talenti e realizzarsi meglio, tanto quanto coloro che vivono in una società statica e poco attiva sono affetti dal malessere indotto dalla insicurezza, perché subiscono i cambiamenti e ne sono il più delle volte travolti.

          Modelli. Le politiche sociali hanno tradizionalmente il compito di dare sicurezze alle persone "dalla culla alla tomba" in termini tali da farne cittadini a pieno titolo. Questa funzione, propria di ogni modello di welfare, non solo deve essere confermata ma, anzi, rafforzata sul piano della effettività e della congruità tra obiettivi e strumenti. La modernità della visione sta piuttosto nella capacità di elaborare una più compiuta definizione del benessere fisico e psichico delle persone, di individuare i nuovi fattori di rischio, di disegnare in conseguenza nuove politiche redistributive, che non si limitino a erogare sussidi a chi esce dalla condizione di soggetto attivo, come nel caso dei trattamenti pensionistici che assorbono oggi larga parte della spesa sociale.

          La concessione di tutele e benefici deve essere condizionata piuttosto, e là dove possibile, alla partecipazione attiva nella società e deve essere indirizzata anche verso coloro che, con comportamenti attivi e responsabili, possono e vogliono operare come moltiplicatori di risorse, solidarietà e ricchezza.

          A precisi diritti devono corrispondere altrettanto precisi oneri e responsabilità in capo al beneficiario delle prestazioni sociali. Deve per contro essere scoraggiato un utilizzo non etico — peraltro non più sostenibile nelle attuali condizioni della economia — delle sempre più scarse risorse pubbliche.

          È giunto il momento di gettare le fondamenta per un nuovo welfare che, per garantire eque opportunità e diritti sostenibili a tutti i componenti della società, si avvale primariamente del contributo di soggetti responsabilmente attivi. Soggetti che, proprio in quanto tali, sono capaci di essere utili a sé e agli altri. È l’idea della persona che risponde in prima istanza da sé al proprio bisogno — della persona cioè che vive in maniera responsabile la propria libertà e la ricerca di risposte alle proprie insicurezze — ad essere al centro di questo Manifesto sul nuovo welfare. Conseguentemente, la modernità della visione deve essere colta anche nel tentativo di fornire una risposta complessiva ai problemi della persona e al suo naturale desiderio di benessere.

          Nuove sicurezze. Mentre il vecchio welfare si è concentrato, con maggiore o minore successo, su singoli bisogni il moderno welfare deve essere capace di fornire una risposta globale e di tipo antropologico ai diversi bisogni della persona, fornendo una rete di nuove sicurezze. Frammentare i bisogni e le risposte del welfare a questi bisogni appartiene a una logica del passato: una logica "riparatoria" e "assistenzialistica", nel senso deteriore dei termini, che alimenta i fattori di disuguaglianza sociale e che, in ogni caso, non trova più rispondenza rispetto ai nuovi modelli organizzativi della società e della economia.

          Per contro, come da tempo indicato da Ralf Dahrendorf, solo un ambiente aperto, in cui le persone abbiano la possibilità di farsi valere e di migliorare con i propri sforzi le proprie prospettive di vita, le disuguaglianze possono essere fonte di speranza e di spinta al progresso.

          La ricerca delle nuove sicurezze è peraltro resa obbligata anche dalla crisi irreversibile dei vecchi sistemi di protezione sociale sotto il profilo della loro efficacia, rispetto ai nuovi fattori di rischio, e della loro onerosità.

          Se l’attraversamento del guado per transitare dal vecchio al nuovo può spaventare molti, non di meno è necessario far percepire ai più quanto stia inesorabilmente franando il terreno della vecchia sponda.

          E l’approdo sarà solido e duraturo quanto più sarà autosostenibile.

          Nel nuovo circolo virtuoso le politiche sociali — intese come combinazione di politiche per l’educazione, la salute e il lavoro — diventano parte essenziale delle politiche per la competitività e lo sviluppo perché, nella prospettiva della società attiva, concorrono non solo a una equa distribuzione della ricchezza ma risultano esse stesse funzionali alla produzione di ulteriore ricchezza da distribuire e di benessere.

          [...]Vincere paure. E così il conto torna. Ma se detta in questo modo la via del rinnovamento sembra facile perché razionale, trasferita nella realtà di una società ansiosa e posta a confronto con le ideologie e i pregiudizi del secolo appena concluso, essa ritorna maledettamente complicata e condannata ad attraversare tensioni e conflitti.

          Non è questa una buona ragione per non praticarla! È un passaggio non facile, ma che va compiuto assumendosi in pieno le proprie responsabilità di uomini liberi.

          La complessità dei bisogni, le caratteristiche di una società che invecchia e che fa meno figli, le limitate disponibilità della finanza pubblica, assegnano alla persona nuove e maggiori responsabilità. Prevedere per provvedere è un paradigma che non deve più applicarsi solo alle scelte dello Stato sociale ma deve investire direttamente le scelte personali.

          Occorre auto-organizzare il futuro, costruire anche direttamente il proprio percorso di benessere lungo tutto l’arco della vita. L’obiettivo — come ci ricorda il Cardinale Patriarca di Venezia Angelo Scola — è quello di «una società della vita buona, in cui dimensione personale e dimensione sociale siano simultaneamente perseguite e non vengano trascurati i dati costitutivi dell’esperienza elementare dell’uomo: gli affetti, il lavoro, il riposo».