“Cult&Info” Reportage 1: Operai a Bologna o Berlino

19/04/2004

 
domenica, 11 aprile, 2004

ITALIANI EMIGRANTI
Reportage/ 1

Operai a Bologna o Berlino.
Il paese restò senza giovani

 
 
Gatti Fabrizio

MONTI SICANI (Sicilia) – Il portiere se n’ è andato a Bologna a dipingere soffitti e pareti. Il mediano è partito per Como, un abbraccio forte e via. Il centrocampista adesso fa il maestro in una scuola elementare di Roma. Nemmeno Gigi Cacicia, l’ attaccante, e Angelo Parisi, la difesa, sono rimasti: hanno dovuto cercare lavoro in Inghilterra. E Delio Butticè, l’ altro difensore, ha comprato una valigia e con i vestiti ci ha chiuso dentro i suoi sogni di calciatore. Via anche lui, gli occhi lucidi per l’ ultimo sguardo alla piazza del paese e uno stipendio da operaio in Germania. Questa è la cronaca di un addio. Definitivo, inesorabile. L’ addio a una Sicilia che si sta svuotando per sempre. Le squadre di calcio si sciolgono per mancanza di giocatori. Le scuole elementari si dissolvono nelle aule troppo grandi per gli unici sei o sette bambini. I negozi chiudono. Partono i ventenni. Ma anche i figli degli anni Sessanta e Settanta: gli ex nati con la camicia che a trent’ anni hanno sperato e vissuto a vista, tra contratti a termine, orari part-time, lavori fai-da-te e pochi soldi pagati in nero. Meglio scappare al Nord. Non più il triangolo industriale Milano, Torino, Genova. Ora che la grande industria non c’ è più, vince la tranquillità provinciale di Bologna, Parma, Verona e Padova. Oppure riemergono le vecchie rotte inseguite nel Dopoguerra da nonni, zii o genitori. Di nuovo lassù, nelle fabbriche tedesche e nei workshop inglesi. Gli italiani come i turchi, i pakistani, i marocchini. Un brutto risveglio nell’ Italia dei balocchi. Le ultime teorie sostengono che senza sviluppo demografico non ci sia crescita economica. Se fosse vero, i nomi che seguono sono la topografia di un futuro senza speranza. Sant’ Angelo Muxaro. San Biagio Platani. Santa Elisabetta. Casteltermini. Bivona. E poi su, verso le ripide guglie di gesso dei Monti Sicani. Oppure a Ovest, nella provincia di Trapani, o nell’ interno, verso i valloni targati Caltanissetta, Enna e Ragusa. Si lascia il mare alle spalle. Si scavalca Montelusa, l’ altura di Agrigento, la terra rocciosa di Luigi Pirandello e del commissario Montalbano. Mezz’ ora di macchina soltanto e già si entra in un mondo che sta evaporando. Paesi fantasma. Case vuote. Appartamenti e villette in svendita: 310 euro al metro quadro i prezzi più cari. Nei bar solo pensionati. Nemmeno i clandestini che sbarcano a Pantelleria, o s’ aggrappano sulla Scala dei Turchi a Porto Empedocle, osano spingersi fin qui. Senza fabbriche, senza artigianato e con l’ agricoltura a conduzione familiare. Inutile fermarsi a cercare lavoro. «Quantu su’ li acchianati, su’ li scinnuti», ricorda un proverbio siciliano, quante sono le salite sono le discese. Ma la strada ora s’ arrampica su un bastione di roccia senza scendere da nessuna parte. Sterza accanto al passato potente di questa terra: la splendida necropoli ricca di ori che accompagna le leggende e le testimonianze su Camico, la città dove Dedalo regolò i suoi conti con Minosse. E là in cima, sopra i tornanti e sotto il soffitto di nuvole sciroccali, si abbracciano le case di Sant’ Angelo Muxaro. Ecco il paese che ha perso la squadra di calcio e sta perdendo tutto il resto. Il nome sul gagliardetto, «Vis tauri», la forza del toro, l’ avevano scelto per far rivivere le origini minoiche. Ma come fai a giocare se a metà stagione se ne vanno portiere, attaccanti e difensori? «Eravamo anche saliti in seconda categoria, una festa fu – racconta Mimmo Iacono, 38 anni, ex giocatore ed ex dirigente del team -. Ma all’ emigrazione si è affiancato il calo delle nascite. Ci contammo, in paese. Tolte le ragazze, non potevamo combinare nemmeno una squadra di calcetto a cinque. Così ci siamo sciolti». Non era mai successo. Nemmeno negli anni Sessanta e Settanta, durante la Grande emigrazione. I dati del censimento: 2575 abitanti nel ‘ 61, 1977 nel ‘ 71, 2158 nell’ 81, 2010 nel ‘ 91. «Ora i santangelesi sono 1643», dice sconsolato Ignazio Alessi, 59 anni, l’ assessore ai Beni culturali, ex emigrante al Nord come maestro a Mariano Comense, una laurea in pedagogia e specializzazione in archeologia. «Ma in realtà siamo ancora di meno – spiega Alessi – altri duecento in meno. Perché alla cifra ufficiale andrebbero tolti quanti se ne sono andati, ma hanno mantenuto la residenza qui». Le epidemie e le guerre mondiali non erano riuscite a fare di peggio sui numeri di questi paesi. Perfino pochi anni dopo lo sbarco, quello di Garibaldi, Sant’ Angelo aveva più abitanti: 1959 nel 1871. E poi sempre in crescita: 2165 nel 1901, 2575 nel ‘ 51. Gli ultimi dati sono del 2003. In 57 sono partiti per sempre, cancellandosi dall’ anagrafe del Comune. In 37 sono rientrati, quasi tutti anziani tornati a trascorrere la pensione. Tra partenze e arrivi, bebè e defunti, un altro saldo sottozero: meno 43. Il settimo consecutivo dal 1997. E nel 2004 ancora non è nato nessun bambino. «Questi numeri sono la fine di qualsiasi sport di squadra e anche di un modo sano di stare insieme – si rassegna Mimmo Iacono -. Un ragazzo di qui l’ hanno preso nel River Platani». River…? Non si chiamava River Plate? «No, quella è in Argentina. Il River Platani è la squadra di San Biagio Platani, eccolo là – e indica il paese arroccato sulla montagna accanto, oltre il fiume Platani -. Erano i nostri grandi avversari. Una domenica, dopo aver perso un derby, i sassi ci tirarono. Adesso facciamo il tifo per loro». Si entra nella Sicilia dei simboli e dell’ orgoglio. L’ unico collante rimasto per non sentirsi naufraghi. E la squadra, nata come «Muxar» prima di diventare «Vis tauri», dall’ antico nome arabo di Sant’ Angelo, aveva vinto abbastanza da rendere orgogliosi. Le sue prime partite risalgono agli anni Sessanta. I ragazzi si allenavano dove finivano le case, imitando gli idoli della serie A. Solo che, in un paese circondato dal cielo, se qualcuno metteva un po’ di forza nei piedi e segnava, il pallone volava giù dallo sbalanzo. Ogni gol un salto nel burrone di 110 metri, per poi rimbalzare come un flipper tra rocce, fichi d’ india e alberi di mimose. «La regola era che chi tirava dovesse correre a riprendersi la palla. Tra discesa e risalita, a volte più di un chilometro c’ era – ricorda Pippo Milazzo, 56 anni, autore del primo gol ufficiale del Sant’ Angelo -. Così, per evitare la fatica, tiravamo piano e perdevamo le partite. Allora andammo a chiedere ai contadini di prestarci lo spiazzo in fondo alla valle. Lo usavano per far essiccare il grano, era l’ unico terreno pianeggiante. Loro in cambio ci fecero spostare quintali di paglia. Su fino in paese, poche ore prima della partita. Alla fine eravamo sfiniti e il Sant’ Elisabetta ce le suonò: 2 a 1. I contadini si arrabbiarono con noi per la sconfitta. Ma intanto ci eravamo conquistati uno spazio che ancora adesso è il campo di Sant’ Angelo». In paese i primi calciatori veri li avevano visti dentro un televisore. Erano gli anni Cinquanta e da pochi mesi la Rai aveva messo un ripetitore sul monte Cammarata. Zi’ Nardu, proprietario dell’ unico bar, sistemò la tv appena comprata su un tavolo in piazza. Uomini e bambini si sedettero a guardare le immagini sullo schermo: «Fino a quando uno non si alzò e principiò a firriari intorno alla scatola, a girargli davanti e dietro – racconta Pippo Milazzo -. Zi’ Nardu era mio padre. Quello si voltò e si mise fare voci agli altri: ma unn’ u viditi ca Nardu vi cugliunìa, sa a cu ci misi dda narrè, Nardo vi piglia per i fondelli, chissà che ci mise là dietro, disse». Guardare persone che correvano dentro una scatola non doveva essere poi una grande novità, in un mondo abituato agli spettacoli di pupi e pupari. Tanto che un notabile del paese, fratello del deputato dell’ Aventino Giovanni Guarino Amella, all’ annuncio dell’ invenzione della tv, disse pubblicamente: di ‘ sti diavularii ‘ n casa me ‘ unni trasinu, in casa mia non ci entrano. Zi’ Nardu, il suo cliente scettico, il notabile sospettoso sono storie che ancora fanno ridere i pensionati seduti nella piazza. E su queste panchine, più che altrove, appare quello che oggi sarebbe gran parte d’ Italia senza immigrati stranieri. Il 32 per cento degli abitanti ha più di 60 anni. Fino agli anni ‘ 80 le elementari avevano invece due sezioni, A e B, 25 e più alunni per aula. Ora è tanto se si riesce a mettere insieme una prima: 9 bambini nel 2003. «Anche la scuola materna di Sant’ Angelo dovette ridurre le classi – aggiunge Cettina Nicastro, 38 anni, maestra elementare e mamma di un bimbo di 6 anni -. Da tre a due. Come nei paesi intorno. A Sutera, a Casteltermini. Ci sono scuole che vengono accorpate. Noi cerchiamo di resistere, perché qui se hai un lavoro, vivi bene. Io sono figlia di ex emigranti. Sono nata in Germania, cresciuta tra l’ Inghilterra, Varese e la Sicilia. E sono felice di abitare a Sant’ Angelo, perché qui i bambini possono giocare la sera in piazza e i vecchietti li curano. Questo è un paese a conduzione familiare». Un altro detto di queste parti dice che cu avi ‘ na nanna campa, cu unn’ avi ‘ na nanna mori: ricorda che chi ha una nonna o un nonno, ha una fortuna. Anche in euro: tra pensione, casa, indennità varie e pezzetto di terra, tutto contribuisce al bilancio familiare. Sarà forse per puro calcolo, ma intanto nessuno a Sant’ Angelo e dintorni va a finire la sua vita in un ricovero. «Un modello che il Nord dovrebbe imitare», sorride Tania Di Sciacca, 30 anni, di Sant’ Angelo Muxaro, andata a studiare e a lavorare a Parma dopo la laurea in legge. E come? «È solo un’ idea – spiega -. Noi giovani siciliani abbiamo spesso bisogno di un punto d’ appoggio al Nord finché non troviamo lavoro. E i pensionati del Nord spesso cercano un paese tranquillo e umano dove passare l’ inverno. Bene, perché non proviamo a scambiarci l’ ospitalità? Aiuterebbe a riunire l’ Italia». Fabrizio Gatti (1 – continua) * Il Paese Sant’ Angelo Muxaro ha toccato il record assoluto del numero di abitanti nel 1936: erano 2.652. Da allora è stato una costante contrazione. Ma guardando con attenzione i dati, si scopre che negli ultimi 30 anni c’ è stata un’ inversione di tendenza: dal livello minimo toccato nel 1971, con 1.977 abitanti, si era infatti risaliti ai 2.390 dell’ 81. Poi di nuovo una progressiva flessione demografica. Dieci anni dopo però il numero è già sceso a 2.010 anime, fino agli attuali 1.643 residenti. Oggi gli ultrasessantenni sono 532, cioè il 32,38%. Sotto i 18 anni appena 262 (il 15,94%). In mezzo ci sono 235 persone comprese tra i 60 e i 70 anni; 215 tra i 70 e gli 80; 69 tra gli 80 e i 90 e 13 ultranovantenni.