“Cult&Info” Per il Cavaliere cronaca di una crisi annunciata

14/06/2004

    14 Giugno 2004

    I TANTI PICCOLI SIMBOLI, MEDIATICI E NON SOLO, CHE HANNO PREANNUNCIATO UN CAMBIO DI FASE

    analisi
    Filippo Ceccarelli

    Per il Cavaliere cronaca
    di una crisi annunciata


    Mozziconi gettati nel giardino di Arcore, riposizionamenti
    mugugni anti-Apicella.

    E il profetico gioco dei «basta» di Bonolis


    MOZZICONI di sigarette rintracciati – oh scandalo! – nel verde prato di Arcore. Riposizionamento strategico di Paolo Cirino Pomicino. Poi anche di D’Antoni. Cali d’ascolto a Porta a porta: non funziona il format paradossale del monologo con il ministro Lunardi. Nervosismo e mugugni in sala, al Casinò di Sanremo, alla terza stornellata di Apicella. Segnalati alla Malpensa alcuni scorpioni sfuggiti al decreto legge fatto approvare in fretta e furia dal presidente del Consiglio aracnofobico. Pubblicazione sul sito «Dagospia» di irriguardosa foto (di Umberto Pizzi: di chi altri sennò?) in cui alla parata del 2 giugno il presidente del Consiglio si aggiusta per così dire il cavallo dei pantaloni. Un tempo queste immagini venivano sollecitamente tolte dal commercio. Un tempo. Scritta murale notata da Guido Ceronetti in provincia di Bari, dicembre 2003: «Berlusconi era il mio Dio, adesso sono ateo».
    Berlusconi, appunto: cronaca di una batosta annunciata.
    Perché non solo è difficile, ma anche arbitrario stabilire quando precisamente il Cavaliere ha cominciato a perdere le elezioni. Se ne possono dire tante; la politologia ha i suoi indicatori, però al dunque ognuno ha i suoi segnali. Inoltre, essendo la politica ampiamente fuoriuscita dai suoi ambiti tradizionali, e a volte anche da se stessa, ciò che preannuncia una svolta può coagularsi nelle più varie, le più colorite, le più irrilevanti, addirittura, indicazioni.
    Ma tutto spinge a non trascurare la televisione. Ebbene, erano circa le otto di sera del 6 ottobre dello scorso anno, pochi minuti prima che Lilli Gruber (e già!) cominciasse a leggere i titoli del Tg1. Sul video scorrevano i titoli di coda del programma-focolare per eccellenza, «Domenica in». Presenti in studio Cattaneo e Del Noce; sul palcoscenico Bonolis e Magalli, a dare i risultati di un sondaggio che sembrava un innocente giochino. Si chiamava «Basta con» e doveva rivelare di che cosa gli italiani «non ne potevano più».
    Si era in pieno semestre italiano. Summit internazionale nei giorni precedenti, Roma Eur bardata e blindata, leader accolti al Palacongressi sotto una riproduzione de «La Città ideale» (scuola di Piero della Francesca), letame scaricato dai disobbedienti davanti Palazzo Grazioli. Proprio quella domenica pomeriggio, intervenuto a una festa di Forza Italia, il presidente Berlusconi aveva parlato di tasse, a suo modo: «Appenderò Tremonti con un cappio alla quercia più alta del mio giardino se non dovessimo riuscire ad abbassarle». Tra le idiosincrasie indicate dagli italiani di Rai1, nel frattempo, le tasse si piazzavano al terzultimo posto, prima delle interruzioni pubblicitarie nei film e dell’inquinamento.
    Il dato politicamente decisivo – e profetico: si può dire oggi – stava giusto in cima alla classifica. Con la naturale e dissennata leggerezza della comunicazione il popolo televisivo aveva anteposto quel «basta» terminale al neo-flagello del
    mobbing, all’antica piaga della malasanità e perfino all’infernale accoppiata Saddam Hussein-Bin Laden. Bonolis pronunciò il nome con una comprensibile emozione. Disse dunque, otto mesi orsono: «Basta a Berlusconi e ai politici che dicono e non fanno».
    A saperla guardare, la tv può anche essere utile, tanto più quando mette in mostra fenomeni di autodissoluzione creativa. Il primo premio al Cavaliere creò poi qualche problema a Bonolis, agli autori di «Domenica in» e pure agli incolpevoli Cattaneo e Del Noce, che nulla sospettavano, ma non avevano saputo resistere alla tentazione di esserci. «Un pessimo scherzo» disse Berlusconi. Bene, oggi si capisce che non si trattava esattamente di uno scherzo. Era, forse, il presagio di un ciclo politico ormai destinato a chiudersi. Un ciclo anche glorioso, ma che non può durare in eterno. Era «la sua gente a dirgli basta» ha scritto un giovane studioso, Vincenzo Susca, in un libro (
    Tutto è Berlusconi, Lupetti) che già contiene un capitolo intitolato «Il tramonto di Berlusconi». Così prosegue l’analisi: «La fantasmagoria del Cavaliere è stata spenta e desimbolizzata: game over».
    Come per la Borsa, i risultati delle elezioni si basano molto più sulle aspettative che sui numeri reali. Hanno pesato le pensioni, certo, e le tasse, la scuola, le leggi a favore degli amici e delle tv. Ha pesato infine la guerra, oltretutto decisa contro la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.
    Ma il Cavaliere è anche invecchiato. Si è dovuto fare o rifare il lifting. Il Contratto con gli italiani rinvia a una scena lontanissima. Forse lui stesso se ne rende conto, senza nemmeno poterlo ammettere, ma è come se fosse condannato a restare al palo. Ha cercato di mettere in lista il cavalier Rana, quello dei tortellini: «No, grazie». Ci ha provato con Gigi Riva: «no, grazie», pure lui. Piccoli dinieghi, ma c’è qualcosa nel berlusconismo che si è seriamente inceppato. Più lui si affida al marketing, più spinge sul protagonismo invasivo, più la tecnica mette in evidenza i suoi limiti e la sovraesposizione scivola verso quello che l’ex sondaggista di fiducia, Crespi, ha definito «effetto Aiazzone».
    Al congresso di Assago, noioso come pochi altri eventi, c’erano ampie gradinate vuote. «Solo lasciandolo governare – diceva Indro Montanelli – gli italiani si vaccineranno contro il berlusconismo».