“Cult&Info” Oltre il declino con le riforme (T.Boeri)

08/11/2005
    martedì 8 novembre 2005

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      UN SAGGIO CON PROPOSTE DI RILANCIO NON DI PARTE

        Martedì 15 novembre, a Roma nella sala della Stampa Estera, sarà presentato «Oltre il declino», saggio edito da Il Mulino a cura degli economisti Tito Boeri, Riccardo Faini, Pietro Ichino, Giuseppe Pisauro e Carlo Scarpa. Il volume contiene anche commenti di Luigi Spaventa, Giuseppe Tesauro, Vito Tanzi, Francesco Giavazzi, Fabrizio Onida Guido, Tambellini e Adriano De Maio.
        Qui sotto pubblichiamo un estratto dell’introduzione di Tito Boeri.

          Oltre il declino
          con le riforme

            Tito Boeri

              Nel linguaggio degli economisti, il termine «declino economico» significa diminuzione del tasso di crescita potenziale di un paese. È un fatto ben più grave di un semplice rallentamento congiunturale. Non è la recessione a cavallo tra il 2004 e il 2005, né la crescita «a tasso zero» (inferiore all’1%) dei precedenti tre anni a farci parlare di declino. Lo è, invece, l’unanimità di vedute sul fatto che il nostro paese non è più in grado di alimentare tassi di crescita mediamente superiori all’1,5%…

                Il fatto che siano in molti a essersi resi conto del problema, a essere in qualche modo consapevoli delle strozzature che impediscono la crescita dell’economia, dunque del reddito di ciascuno di noi, è un fatto positivo. Il declino diventa davvero inarrestabile quando non ci si accorge di starci inesorabilmente scivolando dentro. Si trova la forza di reagire solo prima di essere inghiottiti dal vortice, prima di scivolare e scendere lungo il maelstrom.

                  Nei saggi raccolti in questo volume si propongono diverse ricette per uscire dal declino. Non si danno le colpe alla Cina o all’euro, rei di averci esposto alla concorrenza. Al contrario l’indice è diretto nei confronti di quelle barriere che hanno impedito al nostro paese di reagire per tempo alla concorrenza di nuovi paesi emergenti e al cambiamento tecnologico, murando la nostra specializzazione produttiva. La filosofia è quella di aprire i mercati per avere gli incentivi giusti per espandere la produzione nei settori in cui abbiamo vantaggi comparati, anziché continuare a produrre in comparti dove non è più conveniente produrre alla luce della divisione internazionale del lavoro.

                    I cinque autori prendono spunto dalla constatazione che i ritardi nel processo di liberalizzazione hanno ridotto anche la competitività delle nostre industrie esportatrici, appesantendone la struttura dei costi. Le imprese che competono sui mercati internazionali sono, infatti, costrette ad acquistare i servizi o l’energia a prezzi più alti dei loro concorrenti proprio perché si trovano di fronte a imprese che operano in condizioni di monopolio. Ne scaturisce un’agenda di riforme che servono ad aumentare la dimensione dei mercati, dunque la concorrenza. Sono proprio queste le riforme strutturali per antonomasia, quelle riforme che allargano i mercati. La concorrenza è un bene pubblico, che può far male a livello individuale. Non è bello sentire la pressione dei concorrenti, anche se serve a migliorare le proprie prestazioni e, a livello di sistema economico nel suo complesso, permette di tornare a crescere…

                      Il problema è che i costi della concorrenza sono concentrati su pochi e questi pochi li percepiscono in modo molto forte, mentre i benefici sono dispersi su molti e questi molti quasi non se ne accorgono. Si ragiona spesso da produttori o lavoratori, molto raramente da consumatori. Per questi motivi gli interventi che potrebbero farci uscire dal declino economico vengono sistematicamente rinviati, passati come una patata bollente di legislatura in legislatura….