“Cult&Info” Nel Gotha d’Italia, posti numerati

03/06/2004




 
   





3 Giugno 2004
STORIE



 

ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA
Nel Gotha d’Italia, posti numerati
Storielle e dettagli di una riunione dove si affollano, in un ordine rigoroso e significativo dei tempi, tutti i potenti del paese. Che sono, chi l’avrebbe detto? quasi tutti uomini

GUGLIELMO RAGOZZINO


Igiornalisti guardavano giù nell’acquario. I più esperti riconoscevano per nome i pesci più sensazionali, famosi industriali, sindacalisti, banchieri, uomini politici. Il potere della repubblica. Non che fosse un bello spettacolo: tutti uguali, sfumature di grigi e di blu. Pochi i bianchi, pochissime le macchie di colore. Una era Moratti, blu da capo a piedi, ma con in vita una specie di bandiera della pace. Più dietro, una macchia bianca, tutta ricamata: era Faraone Mennella, la moglie del signor Confindustria uscente.

La scena che i giornalisti scrutano è per l’appunto l’assemblea della Confindustria, il 27 maggio 2004. Da quando la Confindustria ha fatto mettere spessi vetri al loggione, per isolare meglio le riunioni della platea, di sopra non arrivano più i rumori, gli spettatori finiscono per annoiarsi; la tensione si perde, crescono gli sbadigli. In questo caso i giornalisti seguono il discorso del neo eletto presidente e le repliche del governo con molto distacco e qualche scherzo soltanto. In effetti anche la condizione di chi è pagato per guardare in un acquario non è esaltante. Inoltre l’idea stessa dell’acquario è talmente consumata che non diverte più e nessuno più la ripete. Molto più interessante spettegolare, mentre si attende (chissà cosa, poi): cosa si staranno dicendo Guglielmo Epifani e Roberto Colaninno? salta la Piaggio o raddoppia? Ci vorrebbe un cronista capace di leggere i movimenti delle labbra.

1.Arriva Montezemolo. Arriva, inconfondibile dall’alto, Silvio Berlusconi. Arriva Giulio Tremonti, circondato da alte guardie del corpo per difenderlo da temuti attacchi di industriali assatanati. C’è un po’ di confusione, in platea si formano sciami e poi si disperdono con moto accelerato. Dall’alto piove una voce che ripete: si comincia, ciascuno vada al suo posto… Sì, perché nella sala ordinata della Confindustria ciascuno ha un posto predeterminato e ogni posto ha la sua prevista persona. Ed è di questo che stiamo parlando.

2.Luca Cordero di Montezemolo, il presidente, comincia finalmente a leggere un testo che si prevede cautamente aperto e un po’ noioso. Chissà se, vista la stagione di ricordi, farà cenno di quel Giuseppe Cordero di Montezemolo che dopo aver combattuto in Spagna dalla parte di Franco è poi diventato uno dei più fulgidi eroi della resistenza italiana al nazismo. Proprio 60 anni fa, proprio al tempo della Resistenza a Roma, è finito nelle mani dei nazisti in Via Tasso e, dopo indicibili torture, fucilato alle Fosse Ardeatine. Medaglia d’oro. Un grande esempio di come si possa passare dal campo sbagliato all’altro. Ma niente; la relazione scorre altrove. C’è un saluto al presidente Ciampi e subito dopo, alla fine della prima di 18 pagine, c’è la frase più importante e inattesa della relazione: abbiamo (noi industriali) avuto veramente molto da questo paese; «essere classe dirigente significa anche questo: restituire al paese parte di ciò che si è ricevuto».

3.Gli industriali non sembrano convinti di dover restituire alcunché: Berlusconi li ha abituati a ritenersi creatori, dal nulla, delle ricchezze e dei beni. Segue l’omaggio ai soldati all’estero: «grazie Ragazzi! Siamo orgogliosi di voi!», assicura Montezemolo. Ma conta di più la frase seguente che è puro Lennon-McCartney: è «give peace a chance», tradotto in italiano «diamo un opportunità alla Pace». Un’ombra del ’68, con Montezemolo (e con gli autori del suo discorso) è dunque arrivata in Confindustria. Con ottima scelta dei tempi c’è poi l’elogio delle piccole imprese che «sono la nostra forza e su di esse dobbiamo contare». Niente male per uno che il giorno dopo avrebbe accettato di fare il presidente della Fiat, l’estremità opposta del mondo rispetto alle piccole imprese.

4.In questa montagna russa di banalità e di slanci, l’appello finale è rivolto alle giovani generazioni. «E il nostro futuro è nei giovani. Ne vedo troppo pochi in questa sala e vorrei che fossero di più qui ma anche nelle aziende e nella politica. Vorrei che con le loro facce scanzonate e scherzose ci facessero riflettere sulla vacuità di molte nostre discussioni. Ci dessero il senso del nostro avvenire. Il coraggio di cambiare». Montezemolo guarda di qua e guarda di là e non vede giovani. Vero. ma il fatto ancora più grave è che guarda di qua e guarda di là e non vede che non ci sono donne. O meglio, nelle prime file nei tre settori del salone, su circa trecento persone sedute vi sono 14 donne. Sono cifre da sinodo dei vescovi, da assemblea talebana.

5.Una delle donne oltre tutto non dovrebbe stare lì. E’ Giovanna Melandri, deputato, ex ministro, seduta al posto di Cesare Salvi, vicepresidente del senato. Le altre donne sono Moratti e Faraone prima ricordate e poi il sottosegretario al welfare Grazia Sestini, Susanna Agnelli e sua figlia Samaritana Rattazzi e qualche altra industrialessa o portaborse importante.

6.Oltre a Melandri e Agnelli il vostro cronista non è in grado di riconoscere le signore importanti. Distingue però ancora una signora da un talebano o un vescovo. Inoltre si è impadronito di una piantina che serviva a ogni partecipante di primo rango alle assise per raggiungere il posto assegnatogli, secondo l’ammonimento dell’altoparlante. Tre foglietti squadrettati con i numeri delle poltrone e delle file e i nomi degli aventi diritto. E questi tre foglietti, diffusi in centinaia di esemplari, entrati nelle cartelle di tutti i signori e delle poche signore presenti, sono un documento che è interessante rileggere. Sono le tre parti della mappa del potere italiano, vista agli occhi della Confindustria. Proprio avendo studiata la piantina, sappiamo che Melandri siede al posto di Salvi.

7.Il primo criterio usato da Confindustria per formare il suo parterre de rois è decisamente burocratico. Gli affini vanno messi insieme. Confindustria non ci tiene a mescolare i suoi invitati, non le importa farli conoscere, fraternizzare; del resto l’Assemblea non è un pranzo di gala. Così, tanto per fare un esempio, c’è un blocco di diplomatici nel settore di destra della sala: ce n’è poi uno, l’ambasciatore sudafricano, che si chiama Lenin; Confindustria, che conosce il mondo, non ci bada e imbarca anche quello. Così se Pezzotta, sindacalista, è in terza fila, i suoi vicini saranno di certo Angeletti di qua e Epifani di là. A fianco di Angeletti c’è Cetica dell’Ugl, quarto incomodo per gli altri tre, ma per la Confindustria ha lo stesso rango. Per la concertazione più si è, meglio è. Se è un piccolo sgarbo, è ripagato dal fatto che nella fila dietro c’è il Gotha dell’industria italiana ex pubblica: i capi dell’Enel, dell’Eni, delle Ferrovie, ora volato quest’ultimo all’Alitalia; e c’è Giancarlo Elia Valori già delle Autostrade, cioè colui che nel vuoto creatosi alla Confindustria per i fatti della Fiat, potrebbe diventare il vero capo degli industriali organizzati.

8.La Fiat era sempre in prima fila all’assemblea: Gianni Agnelli e Cesare Romiti. Quest’anno la Fiat è in seconda fila: C’è Susanna e c’è per una falla spazio-temporale Giuseppe Morchio, il dimissionario della domenica. Tra loro il segretario generale del senato. La presidenza del consiglio (Antonio Catricalà) è a sinistra di Susanna; più a sinistra ancora il governatore del Lazio, mentre all’estrema destra della fila c’è il sindaco di Roma. Tra Morchio e Veltroni l’opposizione di sua maestà, in tutto il suo splendore.

9.E siamo alla prima fila, posti centrali. Agli estremi tre o quattro ex presidenti della Confindustria, quanto a dire i padri nobili. In mezzo, presidente e vicepresidente del consiglio, di fianco Pera Marcello e Casini Pier Ferdinando. Sui lati sei ministri a sinistra e tre sulla destra. Fate voi i nomi. Sulla destra c’è anche Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia; sulla sinistra due notai per registrare e certificare qualsiasi accadimento, c’è la presidenza della repubblica e c’è il senatore a vita Emilio Colombo. Dietro a Colombo c’è il Cnel, consiglio nazionale dell’economia e del lavoro; sulla destra in fondo c’è Cesare Romiti e sulla sinistra, saltandone uno, c’è il nuovo capo delle ferrovie, che forse è stato invitato nel suo ruolo precedente, quello di capo dell’Ibm. Molti parlamentari, sottosegretari, primi portaborse. Moltissimi banchieri, i capi anzi delle banche, secondo Confindustria che non farebbe – speriamo – mai l’errore tragico di invitarne uno sbagliato e trascurarne un altro capace di offendersi.

10.Non ci sono giudici, in alcuna forma. Non c’è la Corte costituzionale, l’Antitrust, le varie autorità di garanzia. Non ci sono neppure gli ecclesiastici: la Confindustria – e il sistema del potere in Italia – è già abbastanza patriarcale senza bisogno di altri spunti. Ci sono in forze i militari, riconoscibili per le divise e i gradi e c’è la finanza. Per una volta, gli industriali non scappano a vederla. C’è naturalmente il capo della polizia. Sorride a buon titolo. In fondo se l’ordine pubblico coincide con l’ordine confindustriale, il merito è anche suo. Dietro, sempre nelle prime file, gli industriali maggiori, compresi quelli baciati in fronte dalla tv come il grande e grosso re dei tortellini.

11.Per riassumere, gli uffici della Confindustria hanno preparato uno schema per aiutare le persone importanti a sedersi senza far troppa confusione. Il loro encomiabile sforzo rappresenta al tempo stesso uno spaccato del potere nel paese. Un potere, si direbbe, immobile ma tutt’altro che stabile. Vedremo all’assemblea dell’anno prossimo che sarà rimasto.


PADRONI ALLO SPECCHIO
Confindustria: anno di nascita 1910; base volontaria; 113 mila imprese di ogni dimensione, 4,2 milioni di addetti. L’azione dell’organizzazione degli imprenditori «si ispira» a un valore basilare: «la libera impresa e il libero esercizio dell’attività economica, in un contesto di economia di mercato, sono fattori di sviluppo e di progresso per l’intera società». Poggiando l’attività su questa forte convinzione Confindustria ritiene che il buon fine giustifichi, se non proprio tutto, almeno parecchie cose. Il buon fine è così sempre presente; Confindustria infatti è convinta di rappresentare«le esigenze e le proposte del sistema economico italiano nei confronti delle principali istituzioni politiche ed amministrative, incluso il Parlamento, il Governo, le organizzazioni sindacali e le altre forze sociali». Vi sono 18 Confindustrie regionali, 105 associazioni territoriali, 12 soci aggregati, come l’Unidi (industrie dentarie) l’Unrae (venditori di auto straniere) e l’Upa (utenti di pubblicità). E poi 13 federazioni di settore, come Federmeccanica o Federchimica, 111 associazioni di categoria tra cui: Anica (cinema) , Anfia (auto italiane), Assocarni, Assobirra, Assopiastrelle. Inoltre 109 associazioni di sottosettore e 259 organizzazioni associate. Una potente lobby, presente al centro e attiva sul territorio.