“Cult&Info” Meglio ricco che sarto (G.Zincone)

11/05/2004

      martedì 11 maggio 2004

          GIOVANI E SUD
      Meglio ricco che sarto

      di GIULIANO ZINCONE

      Ecco un piccolo grido di dolore. Maurizio Marinella, principe delle cravatte napoletane (e non solo), avrebbe bisogno di 10 lavoranti, ma non riesce ad assumerli, perché, dopo qualche giorno, loro se ne vanno, borbottando: «Mica vogliamo passare tutta la vita tagliando la seta». Ciò accade a Napoli, dove c’è una disperata fame di lavoro. Insomma, sarebbe stolto generalizzare, ma è vero che molti ragazzi non s’accontentano più di un impiego qualsiasi. Questo è un bene o un male? Respingiamo, innanzitutto, le nostalgie miserabiliste. Noi non siamo affatto convinti che la nostra società fosse migliore e più serena, quando i figli dei contadini non potevano nemmeno sognare di liberarsi dalla zappa. La loro tranquillità era figlia della rassegnazione e non consentiva alcun progresso individuale e/o collettivo. La vita immobile dei Poveri & Semplici, tenacemente esaltata da troppi letterati, era profondamente ingiusta, poiché ogni essere umano ha il diritto di affrancarsi da una condizione subalterna.

      Siamo proprio stanchi di ascoltare il pigolìo di chi rimpiange le spiagge meno affollate dei bei tempi, in cui i poveri non andavano al mare, e il traffico scorrevole dei bei tempi in cui soltanto i ricchi possedevano le automobili e le trasmissioni tv «intelligenti» destinate soltanto ai benestanti che possedevano l’elettrodomestico. Costoro, oltretutto, disprezzavano (o non capivano) i programmi «popolari». Quando arrivò in Italia il «Perry Como show», molti intellettualini emisero una sentenza: «Gli americani sono scemi». Come facevano a ridere, per quelle battute melense? Perché le ragazzine strillavano, quando appariva una qualsiasi star? Va bene, oggi abbiamo capito tutto. Abbiamo raggiunto, forse, gli americani degli anni Cinquanta. La cultura di massa può dispiacere agli snob, ma è vincente o (almeno) normale. Per fortuna, anche chi nasce povero sente di avere diritto alle sue spiagge, alle sue automobili, ai suoi spettacoli, ai suoi progressi. Che, in (minima) parte, si sono realizzati. Per rendersene conto, basta confrontare le «operatrici ecologiche» d’oggi, eleganti e carine, con i goffi spazzini del dopoguerra.


      Poi ci sono i sogni di ricchezza. E qui, spesso, interviene la tentazione della scorciatoia. Come si fa ad arraffare soldi, in una società (in un Pianeta) che onora l’abbondanza esagerata, ma che non offre a tutti le opportunità per acchiapparla? Attenzione: non stiamo parlando di «posti di lavoro», che si possono pure inventare, ma che non servono a niente se non sono graditi (l’esempio di Marinella ci sembra clamoroso). No, nelle plaghe più «povere» del nostro Paese, consistenti minoranze di giovani si dividono in due schiere. Ci sono quelli che non aspirano alla «fatica», ma al «posto», cioè all’occupazione che garantisce un reddito, senza esigere obblighi asfissianti. Altri cercano, appunto, le scorciatoie. Molti anni fa, l’allora ministro Rino Formica sfidò i contrabbandieri, in una memorabile diretta televisiva, promettendo stipendi onesti a chi avesse abbandonato l’illegalità. Ma i delinquenti spernacchiarono l’offerta. Poi c’è chi aspira al lavoro autonomo. E ci sono, soprattutto, i delusi. Il sociologo Aris Accornero registrò precocemente la fine dell’orgoglio operaio, raccontando che la maggioranza dei lavoratori non desiderava affatto che i figli ereditassero il loro mestiere. Oggi, un’inchiesta di Dario Di Vico dimostra che, in mancanza d’altro, grosse quote di questi ragazzi entrano (malvolentieri?) nelle fabbriche frequentate dai padri. Alla faccia della «mobilità sociale».


      Nei margini delle aspirazioni collettive (normali o esagerate) cresce l’idolatria delle scorciatoie, la fame e la sete di facili abbondanze. A chi voglia capire i meccanismi di questo impazzimento (spesso) criminale consigliamo la lettura di un libro breve e straordinario: Sandokan , di Nanni Balestrini (Einaudi). Qui si parla, certo, della miseria del Sud e delle scarse opportunità di normali stipendi. Ma poi la passione fredda dell’autore/testimone registra i sogni dei poveri farabutti: non un impiego qualunque, ma la Mercedes sempre nuova e lucida, il potere sugli uomini, il dominio sulle donne. E’ il mondo della camorra, che a noi sembra periferico, ma che, in questo racconto, diventa una metafora delle speranze voraci che (ormai) attraversano il Pianeta, dall’Europa alla Cina, dalla vecchia America alla nuova Russia.