“Cult&Info” L’ultimo comunista (D.Starnone)

12/02/2004

 
   



12 Febbraio 2004 editoriale


L’ultimo comunista

DOMENICO STARNONE


Si spera che qualcuno stia studiando con la dovuta serenità l’attaccamento che Silvio Berlusconi mostra per la parola «comunista». Ce n’è ragione. Lì per lì, infatti, il fenomeno sembra soltanto un tassello un po’ rozzo della più ampia politica postmoderna del leader-imprenditore, per il quale il nuovo è sempre il vecchio galvanizzato dagli impulsi elettronici e il rinnovamento del linguaggio politico si riduce a svelare con effetti speciali il passato criminale dei dirigenti Ds. Anche Fini e Casini, del resto, sono scontenti di quell’insistenza del premier, la sottovalutano: va bene le foibe – dicono, – ma basta con i comunisti, ormai non c’è un solo parlante-elettore in Italia che faccia uso quotidiano di questa parola. Insomma persino nello schieramento di centrodestra il fastidio abbonda. Male, non bisogna mai prendere per ovvio ciò che viene da Berlusconi. Il suo anticomunismo, tanto per cominciare, prescinde dai pochi comunisti reali tipo Bertinotti o Cossutta. Nel lessico che usa la parola «comunista», specialmente in prossimità delle scadenze elettorali, ha un’area semantica molto ampia e viene tornita per bollare potenzialmente chiunque, Prodi come Carlo Fucci, Fini come la massaia che non sorveglia l’euro. In sintesi, se uno ha da ridire sul suo operato di statista miliardario o dichiaratamente come una bestemmia in chiesa o in modo occulto come il sangue nelle feci, è indubitabilmente un comunista. Naturalmente si tratta di un insulto con una storia pluridecennale.
Naturalmente da quasi quindici anni anche la sinistra ne sente soltanto la connotazione negativa, e basta fargliela risuonare all’orecchio al momento giusto per confonderla, sbiadirne le parole. Ma occorre accantonare l’idea che Berlusconi la usi banalmente, come farebbe un vecchio democristiano un po’ grezzo, per denunciare che l’avversario è stato un lettore del
Manifesto del partito comunista redatto da Marx ed Engels, per rinfacciargli che discende da Lenin e da Stalin, per sottolineare che è stato un togliattiano, per crocifiggerlo alla responsabilità di portare alle manifestazioni i bambini. Il leader della Casa delle libertà è oltre: ha disancorato la parola dalla sua storia densa, ne ha sublimato la negatività, ne ha fatto un marchio televisivo di Caino, un sigillo da spot, l’applicazione della regola di fondo di ogni telefilm: niente chiaroscuri; i buoni devono essere assolutamente buoni e i cattivi devono essere assolutamente cattivi. Sulla sua bocca elettorale, insomma, «comunista» è oggi una formula magica in grado di levare forza a ogni idea anche meschina di cambiamento che non sia la sua. Ed è buona per tagliare corto. Serve a zittire il cittadino critico ma timido, a mettere in fuga le parole che lo potrebbero rivelare comunista.

Ma c’è di più. Dietro la semplificazione, a sorpresa, si nasconde la complessità. Il Foglio di recente si è incaricato di segnalare quanto si muove sotto l’anticomunismo finto-lineare di Berlusconi. Lo ha fatto con una annotazione interessante quanto sibillina che suona grosso modo così: il presidente del consiglio ha ragione di denunciare la mentalità bolscevica nelle sue varie subdole incarnazioni; ma non va dimenticato che essa è stata anche una buona scuola di tenacia e di realismo; per esempio negli Stati Uniti molti di quelli che oggi fanno la politica di Bush sono cresciuti da sovversivi; e non a caso «finora alcune cose interessanti ed efficaci fatte dal Cav., sebbene la sua simpatia e il suo carisma siano tipicamente liberali e schiettamente anticomunisti, risentono – ma guarda un po’- della sua sapiente contaminazione con il comunismo occulto». Qui c’è materia vera di studio, lo diciamo senza ironia. Qui viene svelato al lettore come lezioni di importanza primaria siano passate per vie ereditarie tortuose dai comunisti a Berlusconi, una vera inclusione di Hyde in Jekyll: l’Hyde migliore, ovviamente. Il premier, cioè, grazie ai consigli e alla collaborazione di non pochi bolscevichi ravveduti e vaccinati, ha saputo imparare da un lato a esibire un simpatico anticomunismo e dall’altro a far fruttare l’eredità comunista redimibile per realizzare «alcune cose interessanti ed efficaci» del suo governo. Quali siano queste cose non ci viene detto ma percepiamo che il progetto è ampio, audace, già in atto. Altro che Rosa Luxemburg, altro che nuovo mondo possibile. Ci hanno bruciato intorno il terreno della ricerca e della speranza. Ciò che dei comunisti meritava di durare già dura occultamente in Bush, in Berlusconi, in Forza Italia, nel Foglio