“Cult&Info” Lo sciopero? E’ diventato una routine

27/10/2005
    mercoledì 26 ottobre 2005

      Pagina 31 Economia

      Lo sciopero? E’ diventato una routine

        Le contraddizioni dei sindacati nel saggio di Ichino sulle relazioni industriali «Il conflitto spesso è solo dannoso». La vera scommessa contro il declino

          Lavoro e diritti: S’ intitola «A che cosa serve il sindacato?» il libro di Pietro Ichino sul rinnovamento del rapporto fra parti sociali in Italia

            Enrico Marro

              ROMA – Qualche giorno fa uno sciopero di 4 ore degli uomini radar del centro di controllo di Roma ha messo in ginocchio il traffico aereo: cancellati 160 voli tra nazionali e internazionali. Un conflitto aspro innescato da un’ élite di lavoratori per piegare l’ azienda. Pietro Ichino ha tratto ispirazione per il suo nuovo libro proprio da esperienze come questa. Vissute in prima persona come consigliere di amministrazione dell’ Enav, l’ ente di assistenza al volo, per un anno, nel 2001, chiamato dall’ allora ministro dei Trasporti, Pierluigi Bersani, nel tentativo di riportare alla normalità un sistema di relazioni industriali impazzito. Missione che, racconta Ichino, si rivelò impossibile da portare a compimento e che indusse lo stesso giuslavorista a rassegnare le dimissioni. Quello che era capitato prima di lui a un suo collega, Massimo D’ Antona, poi ucciso dalle Brigate Rosse nel 1999.

                L’ anomalia italiana, dice Ichino ("A che cosa serve il sindacato?" Le follie di un sistema bloccato e la scommessa contro il declino. Mondadori), è che le relazioni industriali, soprattutto nei trasporti, sono prigioniere del conflitto, con grave danno per la competitività del Paese. Lo sciopero è diventato una routine. Solo nelle ferrovie, 166 all’ anno in media negli ultimi sei anni, tra nazionali e locali. E pensare che per due padri della sinistra come Giuseppe Di Vittorio e Vittorio Foa lo sciopero, nel sistema democratico e repubblicano, doveva essere uno strumento cui fare ricorso con misura e parsimonia. Ma il modello conflittuale non è un destino ineluttabile né, aggiunge Ichino che è stato dirigente della Fiom-Cgil, parlamentare del Pci dal 1979 all’ 83 e che è tuttora iscritto alla Cgil («anche se ormai soltanto per motivi affettivi»), è necessariamente un modello «più di sinistra» così come quello cooperativo non è «di per sé più di destra».

                  IL CONFLITTO - Non è detto che il conflitto paghi. Anzi. Ichino mette a confronto tre casi: la vicenda dell’ Alfa Romeo di Arese, quella inglese della Nissan di Sunderland e quella statunitense della Saturn di Spring Hill per descrivere tre modi diversi, uno conflittuale, uno cooperativo e uno partecipativo, con i quali sindacati e imprese hanno reagito alla crisi di settore. E dimostrare che il modello conflittuale, perseguito con ostinazione ad Arese anche fuori dalle regole (numerosi blocchi stradali e ferroviari in due anni), non ha prodotto risultati migliori per gli stessi lavoratori (siamo all’ ennesima proroga della cassa integrazione per gli ultimi 483 rimasti) rispetto al caso inglese e a quello americano. «Difendere questo sistema – conclude Ichino – non è una scelta "di sinistra": è soltanto una sciocchezza».

                    UN PATTO CISL-CGIL – In Italia ci vuole una riforma, dice il docente di diritto del Lavoro alla Statale di Milano. Un accordo tra le confederazioni sindacali, «che potrebbe concretarsi in una legge», fondato su un compromesso: la Cisl accetta di misurare la rappresentatività dei diversi sindacati e in cambio la Cgil accetta che il sindacato maggioritario in sede aziendale possa adottare un modello di rapporto di lavoro diverso da quello previsto dal contratto collettivo. Di qui una serie di proposte, che si inseriscono nell’ attualità del dibattito, e che sono destinate a far discutere perché rivoluzionerebbero il sistema.

                      Ichino rilancia l’ idea della «contrattazione in deroga», la possibilità cioè che azienda e sindacati possano a livello aziendale o territoriale mettersi d’ accordo per derogare a quanto stabilito dal contratto collettivo nazionale. Per esempio, retribuzioni, orari e inquadramenti professionali diversi. Ipotesi che fa rabbrividire la Cgil, ma che in verità era stata già proposta nel 1997 dalla commissione presieduta da Gino Giugni (socialista e forse il giuslavorista che più ha fatto per il sindacato) per introdurre elementi di flessibilità all’ accordo del luglio ‘ 93. Ma la proposta più per così dire politicamente scorretta riguarda lo sciopero.

                        TREGUA E DIRITTI – Secondo Ichino bisognerebbe che le clausole contrattuali che regolano il diritto di sciopero (per esempio i periodi di tregua) non vincolassero, come ora, solo i sindacati firmatari, ma tutti i lavoratori cui il contratto si applica. «Non è giusto consentire che un lavoratore si consideri "confederale" quando si tratta di beneficiare del contratto collettivo, ma si consideri "autonomo" quando si tratta di aderire allo sciopero proclamato da un comitato di base o da un sindacato minoritario». Non solo. La riforma potrebbe essere completata attraverso un patto tra imprese e sindacati per «una regolamentazione che metta al bando lo sciopero per motivi diversi dal rinnovo contrattuale, quando esso non sia stato proclamato da una coalizione sindacale effettivamente maggioritaria nell’ azienda o nel settore (oppure, come in Germania, in Gran Bretagna, in Spagna, o in Grecia, non sia stato approvato dalla maggioranza dei lavoratori interessati mediante referendum)». Infine, obbligo per il lavoratore nei servizi pubblici di dichiarare se aderirà allo sciopero. E misure per incentivare lo sciopero virtuale. Un libro che si inserisce a pieno titolo nel filone del giuslavorismo riformista, che va da D’ Antona a Biagi, da Treu a Ichino, tutti a confermare, sia pure con impostazioni e ricette diverse, che il sistema va cambiato, che il conflitto, a partire dai servizi pubblici, non può essere la regola.