“Cult&Info” Lo sciopero della mortadella e la rivoluzione è servita

02/11/2004

              domenica 31 ottobre 2004

              Pagina 28 – Cronaca

              Oggi a Massenzatico (Reggio Emilia) un convegno sulle lotte per "riempire le pance": dalla Resistenza alle mense comuniste fino alle "osterie senza oste"
              Lo sciopero della mortadella e la rivoluzione è servita
              Quando il cibo era un pezzo di piattaforma sindacale
              A metà Ottocento nascono le "osterie proletarie": uno faceva la spesa e poi si mettevano i soldi nella cassa comune
              Il "cappelletto anarchico", grande come un piatto, fu creato per liberare le donne dalla schiavitù del tortellino

                DAL NOSTRO INVIATO
                JENNER MELETTI

                  MASSENZATICO (Reggio Emilia) – Dieci giorni di sciopero per un mezzo etto di mortadella. «La mangiano gli operai, la vogliamo anche noi minatori». Era il marzo del 1947 e i minatori del Valdarno – tutti ex contadini – avevano presentato la «piattaforma» per il rinnovo del contratto. Chiedevano un aumento del salario, copertoni per le biciclette, abiti adatti a chi scende a 150 metri sottoterra per estrarre la lignite. Nelle osterie avevano però sentito il profumo della mortadella, sconosciuta nelle campagne della finocchiona, mangiata dagli operai assieme al pane fresco. E così il mezzo etto dell´insaccato bolognese entrò in quello che allora si chiamava «memoriale». Giorni di sciopero, poi la Mineraria disse sì a tutte le richieste e no alla mortadella. Si riunì la commissione interna. I vecchi operai dissero che poteva andare bene, che era meglio non pretendere di più. I giovani si impuntarono. Per altri dieci giorni le miniere furono bloccate, fino a quando – come scrisse Romano Bilenchi su Il nuovo Corriere di Firenze – «le prime mortadelle non scesero con le chiatte (i carrelli per la lignite, ndr) nelle gallerie».

                  Oggi, al convegno su «Le cucine del popolo, la rivoluzione a tavola», Giorgio Sacchetti, docente di storia del movimento sindacale, parlerà di questa e di altre battaglie che avevano l´obiettivo di riempire le pance proletarie. Sette oratori chiamati nella sede più giusta: la Casa del popolo di Massenzatico, la prima in Italia, costruita nel 1893. Qui è nato Camillo Prampolini e sullo spaccio della cooperativa c´è scritto che «Uniti siamo tutto, discordi siamo nulla». «E allora – spiega Gianandrea Ferrari, libraio anarchico di Reggio Emilia, uno degli organizzatori assieme a Luigi Veronelli – cerchiamo di trovarci assieme a tavola per vedere se riusciamo a stare uniti anche in politica». Un mezzo miracolo c´è già stato: a organizzare il convegno ci sono infatti Ds, Rifondazione e Pdci, cattolici e anarchici. Tutti a ricordare gli anni in cui le lotte si vincevano anche organizzando le «mense comuniste» per chi scioperava per mesi. «Nel 1950 – ricorda ancora il professor Sacchetti – i minatori del Valdarno in lotta ricevettero camion di viveri da Reggio Emilia. Tutto fu annotato negli archivi delle sezioni del Pci. Arrivarono «pasta, grano, marmellata, caramelle, farina, olio, carne essicata, uova» e anche non meglio precisati «dolci provenienti da organizzazioni democratiche». Si costruirono mense per tremila persone e treni pieni di bambini furono mandati ospiti di famiglie a Reggio e a Parma. Nelle loro case non c´era più nulla da mangiare». Ma viene da lontano, la solidarietà della tavola. Nasce a metà Ottocento nelle «osterie senza oste» della Romagna e della Liguria. «I proletari – dice Gianandrea Ferrari – prendevano un locale e incaricavano uno di loro di fare gli acquisti: vino, pane, salame e formaggio. Chi entrava, mangiava e beveva e poi metteva i soldi in una cassa comune, tenendo conto di quanto aveva consumato. Nella cassa, a fine giornata, c´erano sempre dei soldi in più». Mille racconti e forse anche leggende. «L´oste Libero Simoncelli di Mercato Saraceno inventò il «cappelletto anarchico». Era grande quasi come un piatto. «Così le nostre donne – diceva – sono liberate dalla schiavitù del tortellino, che è troppo piccolo e richiede ore di lavoro».

                  Il professor Marco Rossi, oggi al convegno, parlerà invece dell´ «alimentazione nella Resistenza». Non a caso, la «cattura di un ribelle» valeva «cinque chili di sale», ed i giornali clandestini chiedevano «Pane e lavoro, o la testa di Mussolini». Citerà Giorgio Bocca, che nel suo «Partigiani della montagna» racconta «il riso stracotto che spesso era tutto il pasto». Ma, appena è possibile, «un fuoco fascia un enorme pentolone nero. È la marmitta che il cuoco si è portata dietro combattendo e camminando. Questa sera la banda avrà di nuovo la sua minestra calda». «C´è un gruppo partigiano – cantavano in montagna – nel garfagnin / che da parecchi mesi / non beve il vin. Sempre polenta gialla / c´è da mangiar / e guardia sempre guardia / a volontà».

                  Stasera, nella Casa del popolo, ci sarà il «Veglionissimo rosso». Il menù è uguale a quello di un veglione del 1903: «antipasti, cappelletti in brodo con scodella, bolliti, salse di campagna, torte, liquori proletari, lambrusco a sfare». Trecento a tavola, e sono arrivate mille prenotazioni. Lambrusco «a sfare» perché – dice il libraio anarchico – «con questo vino i nostri vecchi «battezzavano» anche i bambini. È successo fra il 1900 e l´arrivo del fascismo. «Sono stato battezzato con il lambrusco», raccontano ancora, ridendo, alcuni anziani. E non è solo un modo di dire».