“Cult&Info” Lo scenografo del potere «Via quella pubblicità» (F.Ceccarelli)

06/10/2003

    sabato 4 Ottobre 2003
    NELLA PRIMA VISITA ALL’EUR IL CAVALIERE HA FATTO TOGLIERE UN CARTELLONE.
    CON CHE COSA L’HA SOSTITUITO? OVVIO: UNO SFONDO AZZURRO
    analisi
    Filippo Ceccarelli

      Lo scenografo del potere «Via quella pubblicità»
      Genova, Bari, Pratica di Mare: come sempre, il leader ha effettuato sopralluoghi. Stavolta due, ordinando di abbattere anche Terminator

      PRESIDENTE e imprenditore, d’accordo. Però mai come oggi Silvio Berlusconi si rivelerà agli occhi degli europei come arredatore, scenografo, urbanista, addobbatore e abbellitore, comunque, grande architetto del suo stesso potere, se non addirittura fondatore di città effimere e disincarnate, non-luoghi di piacevolezza post-moderna, e tuttavia terribilmente muniti e pervicacemente esclusivi, ai limiti dell’irraggiungibilità.
      Prima dell’apertura della Cig, come è suo solito, il Cavaliere ha compiuto almeno due sopralluoghi. Del primo si è saputo che è rimasto perplesso di fronte all’enorme cartellone pubblicitario del film «Terminator 3» che rivestiva l’obelisco che da mezzo secolo e più fa da sparti-traffico e ideale centro dell’Eur, dove si svolge la Conferenza Intergovernativa. «Via, via quella pubblicità» ha ordinato. E il gigantesco Schwarzenegger è sparito d’incanto dalle impalcature. Al suo posto c’è ora un disegno che ricalca la stele sottostante, su cielo azzurro, e alcune piante verdi alla base.
      Provenendo Berlusconi dal mondo della pubblicità, ed essendo per giunta anche un produttore cinematografico, si può pensare a un doloroso sacrificio, come pure a un operoso simbolo di ravvedimento. In realtà, durante un analogo sopralluogo in vista del G8 di Genova, il Cavaliere intimò la rimozione, oltre che dei panni stesi («biancheria e similari», secondo il linguaggio della circolare fatta emanare al povero sindaco Pericu), anche di alcune antenne televisive. E a Bari, pure con una certa energia, sempre in occasione di una qualche conferenza con ospiti internazionali suggerì al sindaco, esterrefatto, l’abbattimento di alcuni popolosi casermoni che rovinavano il paesaggio del lungomare a Punta Perotti. Se proprio il Comune doveva sistemare la gente, «beh – disse – le consiglio di rivolgersi agli architetti che hanno fatto Milano 2 e Milano 3».
      Sono queste le città berlusconiane per eccellenza, secondo la mitografia della casa progettate secondo il modello della «Città del Sole» di Tommaso Campanella, e di sicuro esposte in uno spot come esempio di ineguagliabile saggezza urbanistica durante un celebre «Costanzo Show» andato in onda due o tre giorni prima delle elezioni del 2001. Questo per dire che anche rispetto agli interessi originari che l’hanno fatto grande e ricco – pubblicità, industria cinematografica e network televisivi – il Cavaliere privilegia una sua estetica del territorio. Purché quest’ultima sia finalizzata, ecco il punto fondamentale, a fargli fare «bella figura».
      Lui dice proprio così, senza arzigogolature semantiche. L’ha detto anche l’altro giorno, dopo il secondo sopralluogo – anch’esso purtroppo compiuto, come il primo, senza giornalisti al seguito. Purtroppo, perché è in queste occasioni che Berlusconi dà il meglio di sè, illuminando forse pure al di là delle sue stesse intenzioni aspetti davvero straordinari del suo carattere e della metodica dedizione che riserva alle faccende che lo riguardano. Poiché è proprio nel sopralluogo, vero e proprio genere spettacolare, che una certa indiscutibile passione «megalo» si rivela nella più strenua attenzione per il dettaglio, irrilevante all’apparenza, ma che nell’abito mentale del berlusconismo reale ha la forza di oscurare e a volte di riscattare tutto il resto.
      Di questi preziosi particolari, di questi addobbi che tirano verso l’inverosimile, la storia politica italiana è ormai piena: i limoni fatti cucire fuori stagione sulle piante di fronte al Palazzo Ducale di Genova, i gancetti per appendere la giacca nei bagni presidenziali, il manto d’erba srotolato sul molo di Trieste, quindi i finti marmi, i faretti intelligenti e i mazzi di fiori posti in braccio alle statue in resina all’aeroporto militare di Pratica di Mare per la firma del trattato Nato-Russia, e così via fino all’apoteosi dei cactus piantati, in numero di 450, nella villa sarda per Putin.
      E comunque, tornando alla Cig, e cioè all’oggi: «Faremo certamente una bella figura» ha promesso il presidente Berlusconi al termine del suo secondo sopralluogo. Il dispaccio d’agenzia che ne dava conto in modo parecchio ufficiale, per non dire addomesticato, recava tra virgolette un’ulteriore e compiaciuta valutazione berlusconiana riguardo alla sistemazione del Palazzo dei Congressi, all’interno del quale si svolgeranno brevemente i lavori. Si rallegrava dunque Berlusconi, in quella nota, per aver «riportato all’antico splendore» la piazza antistante all’edificio, «con i palazzi che ne fanno parte e la strada che guarda prospetticamente al Palazzo della Civiltà e del Lavoro», quello che i romani chiamano ancora, rivelando in questo una qualche diffidenza, «il Colosseo quadrato», oppure «il palazzo-groviera», sul cui frontale campeggia una frase di Mussolini («Un popolo di eroi, di santi, di poeti…») che nessuno riesce a ricordare con esattezza.
      Ma forse – e a prescindere da Mussolini – la nota era un di più, o un azzardo. A parte gli edifici rimbiancati e le strade pulite, via le erbacce dai marciapiedi e le scritte dai muri, resta del tutto misterioso quale fosse mai l’«antico splendore» della piazza e dello stesso Palazzo, oltre che dei Congressi, detto anche «delle Esposizioni» e prima ancora «dei Ricevimenti». Non solo non si tratta di una costruzione antica, ma forse nemmeno vecchia: cominciata dal fascismo nel 1937, poi interrotta negli anni della guerra, e conclusa sotto regime democristiano nel 1953. Riguardo allo «splendore» varrà qui di riportare quanto scrisse, alla fine della sua pur interessante carriera, il suo creatore, Adalberto Libera: «All’Eur, dove ancora si vede il cimitero delle nostre sconfitte…».
      Forse, a differenza del Cavaliere, era di cattivo umore. E a quei tempi nemmeno esisteva la tv, a ispirare l’ottimismo del potere. Né i potenti si raccoglievano, in nome della pace, in vere e proprie città artificiali, ma proibite, poste quasi fuori dalla realtà, eppure ad essa intimamente legate