“Cult&Info” L’Italia entrò in una mappa

23/01/2006
    lunedì 23 gennaio 2006

    Pagina 27 – Cronaca

      IL RACCONTO

        Un affresco in scala 250 mila e un´operazione democratica: venivano messe in rete del conoscenze di pochi

          E l’Italia entrò in una mappa
          fu una rivoluzione come Internet

            Bertarelli, presidente del Tci, in bicicletta annotava pendenze e passaggi a livello
            Intere generazioni vi hanno basato il loro immaginario dell´Altrove

              PAOLO RUMIZ

                Primi del Novecento: quella era Italia. Il Palazzo non teneva le chiappe nei talk show. Il popolo dei santi e navigatori non viveva ancora tra telefonini, autogrill, check-in e salette eurostar. Il politici pedalavano. Quintino Sella saliva il Monviso in cordata con i parlamentari e stappava in vetta bottiglie di barbera. Giuseppe Zanardelli, da primo ministro, esplorava la selvaggia Basilicata a dorso di mulo – lui bresciano – per capire com´era fatto il Paese. E Luigi Vittorio Bertarelli, presidente del Touring Club e figlio della grande borghesia milanese oggi estinta, sgobbava in bicicletta da solo per le strade del profondo Sud – Pollino, Sila e Aspromonte – con un taccuino di appunti. Annotando pendenze, passaggi a livello, stato della carreggiata, e inventandosi i prototipi di quella che sarebbe stata la segnaletica attuale del pianeta Italia.

                La prima carta del Tci fu il prodotto di un´epoca. Era appena finita la stagione delle esplorazioni, romantici feuilleton e racconti di viaggio impazzavano, nasceva il turismo, e l´Europa degli ultimi walzer – ignara della guerra alle porte – era divorata dall´impazienza di conoscere il territorio nelle sue pieghe minimali. Le carte terrestri, fino ad allora, erano cose per militari. E quando il Bertarelli decise di mettere mano alle mappe al 100 mila dell´Igm per trasformarle in un minuzioso affresco dell´Italia, su scala 250 mila, quella fu una rivoluzione democratica simile a Internet. Venivano messe in rete le conoscenze di pochi.

                I cartografi dell´esercito regio avevano finito da poco il lavoro. Una ricerca pionieristica, che assemblava le carte dei vari regni e principati della Penisola. Per conoscere i toponimi minori, si interrogavano i contadini, e talvolta la risposta faceva testo anche se era un «Mi sai nen», non so niente, oppure «So mega», che divenne per qualche tempo il Monte Sòmega. Negli stessi infortuni incorsero gli Asburgo, che allora estendevano la cartografia a Bosnia e Dalmazia. Le popolazioni, perplesse da tanto furore trigonometrico, beffavano i geografi viennesi inventandosi in lingua slava, per scogli e isolette, nomi come «Gran puttana» o «Piccola scorreggia». Che resistono tuttora sulle mappe.

                Su tutto questo arrivò l´idea del Bertarelli. Una mappatura che mobilitasse, nella sua costruzione, i soci del Club. La risposta dell´Italia riunificata fu stupefacente. Sull´Istituto DeAgostini, che produceva materialmente le nuove carte, piovvero valanghe di dettagli. Ponti, boschi, case, frazioni, mulattiere, pendenze, primizie toponomastiche, persino la rete antica dei tratturi che l´Igm aveva quasi ignorato. La ricchezza dei particolari e la perfezione dell´assetto grafico – affidata a incisori importati anche dalla Germania sotto la supervisione grafica di Achille Dardano – superarono qualsiasi carta militare precedente e fecero della nostra la migliore delle carte europee.

                Il mercato tirava alla grande, tant´è vero che ci furono subito tentativi – maldestri – di imitazione, svela Albano Marcarini, forse il miglior conoscitore della topografia segreta d´Italia. Ma il Tci mise a tacere i concorrenti, si impose con la qualità di gran lunga migliore e la fidelizzazione dei soci, e diffuse capillarmente le mappe, a partire dalle scuole, dove venivano regalate agli alunni meritevoli del Regno.

                Erano mappe straordinarie. Quand´ero bambino mio padre le usava ancora. Le tirava religiosamente fuori dall´involucro di pergamena impermeabile, le stendeva sul tavolo della cucina e mi insegnava a leggere le distanze e pianificare i viaggi in automobile – una giardinetta con le portiere in legno – nei quali mi avrebbe nominato ufficiale di rotta. Su quelle isoipse, quei toni del verde e del marrone capaci di comuncare frenesia migratorie da «Gran tour», su quel turchino inimitabile dei fiumi e dei laghi, generazioni di italiani avevano già costruito la loro percezione dello spazio e il loro immaginario dell´Altrove.

                L´ultima meraviglia di un´epoca perduta fu il grande atlante internazionale del 1950, che proiettò il Touring ai vertici mondiali, e divenne il top del suo genere, prima delle aereo-fotogrammetrie e dei sistemi di orientamento satellitare. Subito dopo questa performance, arrivò la normalizzazione. Il Club finì per dimenticare le sue gloriose radici ciclistiche (la ruota della bici è rimasta solo nel logo dell´associazione), e si adeguò all´automobile. Semplificò le carte, le portò a scala 200 mila. Ma conservò l´essenziale del grande impianto estetico delle progenitrici.

                  È´ merito dell´intuizione di un secolo fa se oggi le carte del Tci danno un´idea del territorio infinitamente migliore delle carte francesi o tedesche, che lasciano un po´ in ombra l´ossatura fisica del mondo. Quelle italiane, invece, coniugano informazione e immaginazione. A chi scrive è capitato più volte di perdersi un paesaggio vero perché troppo intento a esplorare quello virtuale sulla carta targata Touring. Ecco, se ha un difetto, la mappa centenaria, è quello di incantarti al punto da toglierti, talvolta, proprio la voglia di viaggiare.