“Cult&Info” L’Italia delle statistiche dà i numeri

07/05/2004



 
 
 
 
ItaliaOggi Focus
Numero 109, pag. 4 del 7/5/2004
Autore: di Marco Bertoncini
 
L’Italia delle statistiche dà i numeri
 
Dal costo dei farmaci ai dati sulla povertà, circolano cifre assolutamente discordanti tra di loro.
Inesatto anche il censimento della popolazione di Roma
 
Abbiamo dato al mondo il diritto romano e la Gioconda, la radio e il Decameron, ma ci dimentichiamo di aver esportato in mezza Europa il Lotto. Il gioco nazionale vanta ormai mezzo millennio. A introdurlo in Francia fu Giacomo Casanova, il quale ha la disgrazia di un’eccellente fama solo come amatore, ma credete che come scrittore (e uomo d’avventure, s’intende) ha pochi eguali. Siamo così fanatici del Lotto, noi italiani, che la statistica la concepiamo come una serie di numeri del Lotto. Anzi. Il Lotto vanta cultori e discepoli così avveduti che stendono saggi e articoli e ricerche sulle possibili uscite dei numeri. La statistica, invece, nella penisola sembra qualcosa di aleatorio, di peculiare, di contraddittorio con il comune sentire. I numeri che in Italia circolano, a proposito di statistiche, sono né più né meno che numeri del Lotto, cifre in libertà, anzi in licenza, che avrebbero fatto la gioia di Marinetti se il futurismo, oltre alle ´tavole parolibere’ e alle ´parole in libertà’, avesse concepito le ´tavole pitagoricolibere’ e i ´numeri in libertà’.

Romano Prodi, presidente del consiglio, ebbe la faccia tosta di parlare di 4 milioni di sfrattati. I sindacati inquilini, dopo aver per anni blaterato (più modestamente) di 1 milione di sfratti, appurato che in realtà si trattava di 30 mila provvedimenti, hanno da qualche tempo scelto di stare zitti sul tema. L’Istat fornisce per i prezzi al consumo la bellezza di cinque-indici-cinque. Siamo l’unico paese d’Europa che, anteponendo ai consumi pregiudizi (come definirli?) moralistici, prevede due specifici indici ´senza tabacchi’, quasi che fra i consumi non rientrasse il fumo: c’è solo da attenderci, parallelamente, indici senza alcol.

Di recente l’Ansa ha compiuto una ricerca seria e immediata su alcuni medicinali, verificati nei costi, per unità posologica, in alcuni paesi del continente. Ha rilevato che una pillola di aspirina all’estero costa da un quarto alla metà in meno. Ecco che si è risposto o con il silenzio (come molti giornali hanno fatto, mettendo il bavaglio alla notizia) o, come i diretti interessati della Farmindustria, inconferentemente, prendendo tutt’altri dati, sparando percentuali prive di rapporti con l’indagine svolta, confondendo il pubblico con cifre senza legame con i precisi dati esposti dall’Ansa. In compenso, 48 ore dopo la denuncia dell’agenzia di stampa, un quotidiano economico lanciava due distinti titoli-soffietto, guarda caso per due industrie farmaceutiche.

Negli ultimi mesi assistiamo a un’offensiva incredibile per persuaderci di una verità della quale nessuno si era reso conto: la povertà. C’è un’ondata mediatico-politica di pauperismo senza precedenti. Il popolo italiano è povero, anzi miserabile, con stipendi da fame, senza lavoro, indigente cronico. Milioni (7, 10, 15 milioni: siamo, appunto, ai numeri in libertà) di connazionali non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, come suggerisce un manifesto menagramo. Uno si guarda intorno e si accorge, invece, che la densità di telefonini supera il 100% degli abitanti, che in un’abitazione su cinque si trova un elaboratore, che 7 milioni di italiani sono andati in vacanza il 1° maggio. Un numero, quest’ultimo, pure esso senza fondamento, certo: però le file chilometriche sulle autostrade si sono viste e Ondaverde le ha segnalate, mentre le difficoltà per trovare un albergo si sono sentite. Davanti a molti ristoranti (non bettole, non osterie, non pizzerie: no, ristoranti ove un pasto costa svariate decine di euro) si trovano file di persone in attesa il sabato sera. A proposito di sabato sera: la fanatica e fallita campagna del ministro Carlo Giovanardi contro le discoteche si è fondata sulla constatazione che centinaia di migliaia di giovani (e meno giovani) frequentano le discoteche, girovagando in automobile e bevendo liquori costosi. Tutti miserabili?

Siamo sotto la soglia della povertà, si dice. Nessuno spiega che cosa significhi questa soglia, nessuno chiarisce perché dovrebbe essere considerato povero chi disponga di un’autovettura (in Italia ci sono 1,5 abitanti per ogni autovettura), un paio almeno di telefoni tra fisso e mobile, uno stipendio (quanto meno) in chiaro e uno in nero. Già: il nero. Si blatera sempre di sommerso, sparando cifre di migliaia di miliardi (in euro) per il fatturato del nero, ovviamente prive di alcuna base seria, ma in ogni caso condivisibili quando servono a sostenere appunto che l’economia italiana si regge anche sul sommerso. Perché allora non si considera mai il sommerso quando si parla di poveri?

A volte, per avvalorare il catastrofismo in voga, si ricorre alle modifiche degli indici o si creano fantasiosi numeri diversi rispetto a quelli (anch’essi mirabolanti) dell’Istat. Si potrebbe asserire che l’esempio viene da fuori: il candidato alla presidenza americana John Kerry ha ideato un nuovo ´indice della miseria’. L’Italia, invero, nulla ha da apprendere oltreconfine. Per decenni al fine di addomesticare l’inflazione si ricorse al conteggio, per l’allora indice del costo della vita, dei prezzi dei tabacchi sulla base di sigarette nazionali da nessuno fumate perché di gusto detestato e messe in vendita esclusivamente dal tabaccaio interno di Montecitorio. Quando le Ferrovie hanno dovuto mettere rimedio ai ritardi dei treni hanno trovato la soluzione, banale banale, nell’aumentare i tempi di percorrenza previsti. Miracolosamente, la puntualità è salita di decine di punti percentuali. Sarebbe come decidere per legge che la febbre alta è solo quella superiore ai 45° oppure modificare i termometri abbassando di cinque punti i livelli riportati.

La volete vedere la miseria? Andate a scorrere le fotografie della Navicella (il volume che per ciascuna legislatura registra le biografie dei parlamentari italiani) dell’Assemblea costituente ’46 o della prima legislatura repubblicana. Fra il ’46 e il ’48 vedrete parlamentari emaciati: gote infossate, barba mal rasata, capelli poco pettinati, abiti mediocri, colletti flosci e lisi. Parlamentari, si dice: figuriamoci i cittadini qualsiasi. Quella era un’Italia povera, altro che questa odierna, dei frutti esotici diffusi e dei videogiochi strabordanti, delle triple automobili in famiglia e degli abiti firmati, delle merendine per bambini (troppe, si dice contraddittoriamente) e dei profumi di lusso.

In ogni caso, personalmente ci rifiutiamo di credere a qualsiasi cifra, a qualsiasi indice, a qualsiasi percentuale venga in Italia diffusa: da chiunque essa provenga. Per un motivo semplice. C’è un dato sul quale bisognerebbe essere tutti d’accordo, perché, essendo alla base di qualsiasi ricerca, di qualsiasi cifra, di qualsiasi indice, è prioritario, pregiudiziale. Si tratta della popolazione. Se non sappiamo nemmeno quanti siamo, che volete mai significhino prodotto lordo, percentuale di disoccupati, inflazione nelle città campione, e ovviamente e ancor meno giro d’affari di droga, sesso, crimine, sommerso? Ebbene, i dati ufficiali del censimento, arrivati due anni abbondanti dopo la rilevazione, lasciano il mistero di 1 milione di persone non rilevate, esistenti per i comuni e inesistenti per l’Istat. Il sindaco di Firenze, a suo tempo, accusò il comune di Napoli di aver tramato per avere qualche migliaio di residenti (veri?, vivi?) in più al fine di passare la fatidica e redditizia soglia del milione di abitanti. Risulta che l’ultimo censimento rivisitato dal comune di Roma per verificare chi siano gli scomparsi risalga al 1951. Più di mezzo secolo fa. Un quarto di milione di romani, fantasmi e inesistenti per il censimento (non per l’anagrafe), non sembra preoccupare il sindaco della capitale (ma neppure l’opposizione).

Se nemmeno sappiamo quanti siamo, che mai volete sappiamo di quanto produciamo, quanto spendiamo, quanto lavoriamo, quanto facciamo l’amore, quanto consumiamo, quanto evadiamo? No: i numeri del Lotto sono più seri. Decisamente. (riproduzione riservata)