“Cult&Info” Lavoro, vecchio e nuovo sfruttamento

13/03/2007
    martedì 13 marzo 2007

    Pagina 13 – CULTURA

    Flessibili e precari, sotto il segno
    di una contrattazione incerta

      L’evoluzione delle
      strutture produttive
      nel saggio di
      Andrea Fumagalli
      «Lavoro, vecchio e
      nuovo sfruttamento»

        Roberto Romano

        Ha un titolo esplicito - Lavoro, vecchio e nuovo sfruttamento – il saggio che Andrea Fumagalli ha da poco pubblicato per i tipi del Puntorosso (pp. 212, euro 7) e che tratteggia gli snodi storici e culturali, oltre che sociali ed economici, intervenuti nell’evoluzione del lavoro fin dalle sue origini. Già dall’inizio però l’autore sottolinea quello che sarà un punto essenziale del suo ragionamento, cioè l’impossibilità di considerare il lavoro come una merce qualsiasi. A differenza di tutte le altre merci, infatti, la «disponibilità lavorativa» non è fisicamente separabile dall’agente che ne è detentore: quello che avviene nello scambio di lavoro non è quindi uno scambio effettivo di diritti di proprietà, bensì uno scambio di disponibilità. Ma Fumagalli nella prima parte del saggio affronta anche la storia del «senso» del lavoro, prendendo avvio dalla rivoluzione francese – da quando cioè il lavoro diventa attività libera e remunerata e non più sottomessa alle leggi della servitù feudale – e passando poi alla prima rivoluzione industriale, fino a incontrare, con Marx, alcuni concetti cari all’autore: in particolare l’uso della parola «opera» o «messa in opera», per definire la prestazione liberamente svolta dalla mente umana.

          Nella seconda parte del libro, «Trasformazioni qualitative e quantitative del lavoro dal fordismo ai nostri giorni» Fumagalli descrive il paradigma fordista e taylorista, la fase della crescita del modello fordista-keynesiano (ovvero la fase del compromesso sociale), e poi della sua crisi, fino a tratteggiare i contorni del lavoro così come si è delineato negli ultimi anni, anche grazie agli accordi del 23 luglio del 1993. Accordi che hanno eroso il potere dei lavoratori e delle lavoratrici di intercettare la ricchezza aggiuntiva: da allora infatti il salario può crescere solo al tasso di inflazione programmato, mentre la produttività dovrebbe essere intercettata dalla contrattazione di secondo livello. Una contrattazione però che non rappresenta la regola, ma l’eccezione. Infatti, la nuova struttura produttiva del paese ha determinato due fatti importanti: da un lato la contrattazione di secondo livello interessa solo il 30 per cento dei lavoratori, dall’altro lo statuto del lavoro è lo statuto solo per alcuni lavoratori. Non a caso, come spiega Fumagalli, il libro bianco del governo Berlusconi e la legge 30 che trasforma in norma i postulati dello stesso libro bianco, attacca proprio l’articolo 18 (l’impossibilità di licenziare senza giusta causa per le imprese sopra i quindici addetti), cioè si allarga la ricattabilità del lavoro fino a piegare il diritto al lavoro da collettivo a individuale.

          Negli stessi anni ha assunto un ruolo fondamentale il linguaggio dell’informatica che ha trasformato sia le imprese di stampo fordista sia le attività del lavoro autonomo di seconda generazione. E proprio su questo punto sarebbe utile avviare un confronto con gli altri paesi europei: infatti, la capacità di generare innovazione tecnologica può avere sul lavoro impatti molto diversi. È sintomatico come la flessibilità del mercato del lavoro italiano, in ragione della specializzazione produttiva e della dimensione di impresa, sia significativamente alta: nessun paese europeo consta di oltre trenta modelli contrattuali come avviene in Italia.

          Alla precarizzazione del lavoro e alle contraddizioni e ai conflitti che ne derivano è dedicata la terza parte del saggio che, oltre a analizzare la più recente normativa del lavoro, tratteggia alcune proposte che interessano le politiche di protezione sociale e di welfare avanzate dal governo Prodi, dal diritto al reddito e dall’accesso ai beni comuni, fino a una ipotetica tassazione dell’uso del territorio come luogo di produzione di ricchezza. Proposte che hanno un indubbio carattere di originalità, ma che dovrebbero essere necessariamente affiancate da unrecupero del ruolo pubblico almeno per quelle attività che sono soggette ai cosiddetti fallimenti del mercato, e più in generale a monte dei processi produttivi in una indispensabile attività di programmazione.