“Cult&Info” L’ambizione del professor Ichino

09/11/2006
    gioved� 9 novembre 2006

    Pagina 15 – Economia & Lavoro

    IL CASO

      Una tattica un po’ zoppa per raddrizzare i conti dello Stato, per insufflare dinamismo negli apparati pubblici, per lasciare dove stanno i veri responsabili dell’inefficienza

        L’ambizione del professor Ichino:
        lasciare a casa gli statali �nullafacenti�

        di Oreste Pivetta

        Con la celerit� dell’instant book e con la copertina “cartone pesante” del saggio d’autore, va in libreria in questi giorni un prezioso volumetto di Pietro Ichino, professore universitario, giuslavorista di fama e di altissimo rigore, dal titolo che � gi� qualcosa di pi� di un rimprovero, � un additare alla gogna: �I nullafacenti�. Pubblica Mondadori, al prezzo di dodici euro per 136 pagine. In realt� Ichino raccoglie qui quanto aveva gi� pubblicato altrove (e cio� sul Corriere della Sera, che paga lautamente i suoi collaboratori, lo diciamo ovviamente per sentito dire), quanto del dibattito successivo a tante voci era comparso sul sito internet lavoce.info (per una cinquantina di pagine), un capitolo introduttivo per spiegare in forma di dialogo (alla Filemone e Bauci) i termini della contesa (quindici pagine) e un capitolo conclusivo per spiegare come si possa �garantire equit� e trasparenza nella valutazione, negli incentivi e nelle sanzioni� (ancora dal sito lavoce.info). Un buon esempio d’alta redditivit� dell’investimento, che sta tutto nella provocazione: gli statali non lavorano. Provocazione che nello stagno italiano � un andare a nozze con il consenso, toccando contemporaneamente due “cardini” della cultura nazionale: il nullafacentismo e l’altrismo, che si riversano nel qualunquismo e nell’opportunismo. Cio�: “nullafacenti” s�, ma sono sempre “gli altri”. Anche Ichino cade nell’altrismo, accusando del reato gli statali (e poi s’immagina quali: impiegati oscuri d’uffici polverosi), assolvendo i dipendenti privati, costruendo una sorta di antropologia dell’indolenza, che prospera secondo lui solo dentro i saloni della pubblica amministrazione (senza aver mai fatto un giro, ad esempio nella redazione del suo giornale o di qualsiasi altro giornale). Non � cos�. Qualcuno potrebbe obiettare: chissenefrega dei privati, pagheranno i padroni. Ma pubblico e privato corrono in Italia, come altrove, lungo una linea di confine assai osmotica e si vede che il sistema paese soffre di contagi che dilagano da una parte all’altra incuranti delle barriere di stato giuridico. Il nullafacentismo non lo si pu� relegare ad “affar di stato”, sta nel nocciolo della nostra cultura, anche della nostra cultura del lavoro, che in alcuni momenti s’� pure riabilitata per quella parte che riguarda la fatica, �nei campi e nelle officine�, come si cantava una volta, in epoca fordista. Ma in altri s’� adagiata nel familismo e nel clientelismo.

        Ci consenta il professor Ichino di invitarlo a compilare intanto una lista pi� completa degli indolenti e a proporre terapie pi� efficaci del “licenziamento”, che colpiscono il peccatore ma non cancellano la possibilit� di continuare a far peccato. Pietro Ichino, che era stato parlamentare comunista e responsabile dei servizi legali della Camera del lavoro di Milano, non dimentica l’altra faccia della medaglia, i morti sul lavoro, lo sfruttamento, il mobbing, persino la depressione da stress, il peso feroce che grava sulle spalle dei subordinati atipici e precari d’ogni genere. Non dimentica in quali condizioni si lavori nell’infinit� di uffici del terziario arretratissimo, che meriterebbero una precisissima inchiesta. Ma trascura che proprio dentro questo paesaggio si ritrovano le ragioni della scarsa produttivit� o della produttivit�: e cio�, come si � sempre detto, nella trasparenza, nell’appartenenza, nelle motivazioni. Anche nell’equit�. Operai e impiegati sono risorse: sta all’organizzazione del lavoro (pubblica o privata) utilizzarla.

        Per evitare di finire accusati di “benaltrismo” (vedi il glossario redatto dallo stesso professor Ichino: �L’atteggiamento di chi squalifica una proposta di intervento concreto su un aspetto della realt� socio economica, criticandone l’orizzonte troppo ridotto e osservando che la vera questione � “ben altra”�), concluderemo comunque sostenendo l’opportunit� dei licenziamenti accanto a quella dell’organizzazione, nel segno della responsabilit�: paghi chi deve pagare, dall’alto al basso (senza alcun rispetto per� per le lobbies: dai primari ai professori).